Il Monte Pietra Quadra da dove non se lo aspetta. Partendo da Capovalle

Le Orobie bergamasche si tirano spesso le coperte fin sotto al mento e se ne stanno sotto la loro distesa di nuvole incuranti se uno le vuole raggiungere o meno.
Guardando il meteo della primavera 2018 non c'è giorno che dalle parti della Val Brembana non sia segnato un temporale tra le 16 e le 17. Proprio con una regolarità costante, come le fasi lunari e i ritmi circadiani.
Magari si può iniziare col Sole, poi cominciano ad ammassarsi le ombre e infine le nubi si gonfiano, caricano i loro circuiti interni e sfogano a terra la loro massa di elettroni.
Ad attendere che il vento spazzi le rocce e i prati, e il suono cupo dei temporali si sposti in qualche altra valle, può capitare di essere colpiti di nuovo dalla luce del tramonto, insieme alle sue distese arancioni sulle pareti delle cime circostanti, facendo sentire lo spettatore come un confetto in una pasticceria.
Ci sono tanti modi per amare quelle montagne. E non uso la parola amare per intendere volergli bene e fargli una carezza ogni tanto, no. Intendo amare come lo descrivono i poeti, quando, prendendo carta e inchiostro, concentrano tutto il loro struggimento dentro poche parole, dense come una nana bianca in astronomia.
Uno di quei modi per amarle, il mio, è attraversare i loro momenti avversi, le loro giornate folli. Non solo attraversarle casualmente ma, a volte, andarle a cercare perché sono simili a come ci si sente, a come si è costruiti nell'interno per quel momento.
Il giorno che sono finito sulla punta del Monte Pietra Quadra, cioè sopra un suo spigolo, di temporali non ne ho sentito nemmeno il fruscio. Ho scampato persino qualsiasi promessa di lavaggio non desiderato, mentre il cielo si abbassava come una pressa immergendomi nel nulla.
Ma è stata la rappresentazione perfetta del mio animo sulla terra.
Le loro giornate folli ed un timone che è difficile da mantenere in rotta, nelle acque agitate.
La mia ex ragazza aveva una casa da quelle parti, so cosa vuol dire il maltempo in Val Brembana. E so che spesso quando comincia dura a lungo, prima che torni il sereno.

Si può iniziare la propria storia verso il Pietra Quadra partendo dal parcheggio delle baite di Mezzeno, dove finisce la strada, ma si può iniziare anche da prima. Perché non farlo da Roncobello, ad esempio? Oppure da Capovalle, cioè da dove ho iniziato io?
Preferisco Capovalle alle baite visto che è più in basso di quasi cinquecento metri, inoltre il parcheggio è gratuito e poi da lì non è che ci sia l'inizio di tanti sentieri famosi. Anche Roncobello andrebbe bene ma al ritorno si trova in giro molta più gente che alla partenza e se uno vuole rimanere nel suo mondo parallelo, Capovalle suona decisamente meglio: poche case, alcune vecchie come le montagne e un posto dove mettere la macchina piccolo e accogliente, appena sotto una chiesina dove se fossi Dio, o un Dio, ogni tanto ci passerei volentieri una notte.
Sono sceso dalla C2, mi sono stiracchiato, mi sono infilato gli scarponi, non più così nuovi come settimana scorsa, e ho tentato di alleggerire lo zaino con due o tre grammi in meno. Alla fine pesava troppo di più di come ogni volta spero ma ho deciso che la protezione solare, le ghette e l'aquilone potevano rimanere nel bagagliaio.
Dunque ero di nuovo qui. O lì. Comunque in Val Brembana, nelle Orobie.
Ero tornato.
Per la miseria che gioia, ero davvero tornato dopo mesi.
Senza nulla togliere a tutte le belle scorribande in Valsassina, o sui confini tra la province, seguendo le traiettorie di una cresta, essere nel cuore verde e roccioso delle montagne bergamasche mi mette sempre molte cose a posto.
Se l'anima fosse una tavola, e magari lo è, allora le Orobie sono la tovaglia migliore, con i piatti di porcellana e le posate d'argento perfettamente allineate. Tutti e tutte in attesa della gran portata del giorno, in attesa che venga cucinata.
Per cominciare i lavori bisogna partire da una freccia, seminascosta dietro la fontana del 1800 e qualcosa, nella mini piazzetta che corrisponde anche ad un tornante della strada per Mezzeno.
Il cartello segna la via per i Tre Pizzi e per un gruppetto di case, che altrimenti avrei ignorato fino al mio ultimo giorno sulla Terra, chiamate Caprini.
I Tre Pizzi sono una tappa intermedia verso la meta e in realtà, all'andata, non li avrei nemmeno costeggiati. Avevo in mente un altro programma e quel programma comprendeva comunque di arrivare ad una spianata posta oltre il bosco che stavo per affrontare: l'area del Monte Campo.
Un gran bel territorio, oltretutto, già visitato forse due primavere fa con Walter, un amico, e già allora mi ero messo in testa di salire su di una elevazione che non si filava nessuna mappa o segnavia.
A dire il vero non mi ero solo messo in testa di farlo, avevo proprio iniziato a salire sulla dorsale, ma visto che Walter non mi aveva seguito e il cielo aveva iniziato seriamente a dire "fuori dai piedi" a tutti i presenti, ero sceso prima del dovuto.
Ora stavo tornando per chiudere i cerchi e aprirne di nuovi e intanto avevo preso a seguire i bolli bianchi e rossi sul sentiero.

Bosco_sentiero_Tre_Pizzi-Pietra_Quadra-Capovalle_Val_Brembana-Roncobello

Anche questa volta è successo di nuovo.
Di nuovo, intendo, rispetto una settimana prima, quando salendo verso il Monte Rotondo, passando accanto all'alpe Fraina, mi ero bevuto totalmente un cartello segnavia. E lo stavo cercando, quel cartello, perché andavo sicuro che in quel posto ci sarebbe dovuto essere.
Infatti al ritorno c'era.
Il percorso che da Capovalle porta alla zona del Monte Campo è segnalato bene, meglio, strabene. Sia a scendere che a salire. Non solo per i bolli su rocce e alberi ma anche per una moltitudine di omini di pietra disseminati ovunque.
Tornando indietro non ho avuto mai un dubbio uno su che via prendere, anche quando me ne sono uscito un pò dalla traccia, per scattare qualche foto, l'ho subito individuata per rientrarci.
Ad andare su su invece, trovandomi ad un bivio, mi sono fermato due minuti buoni, se non tre, e ho guardato ovunque per cercare un segno e capire dove proseguire. Anche un ragazzo che mi ha raggiunto, a quel bivio, è andato dritto e alla fine, superato un torrente, ci siamo accorti che sotto le suole non avevamo più una direzione evidente da calpestare.
"Sai dov'è il sentiero?" Mi ha chiesto.
Gli ho risposto che per me doveva essere all'incrocio precedente e di fatto lui è tornato indietro per controllare.
Lui.
Io no. Anche se ci ho pensato.
Avevo la mia nuova cartina in scala 1:20.000 nello zaino e me la sono rimirata per bene, con tanto di bussola e altimetro.
In fin dei conti, a scendere verso sud sarei finito sulla strada per le baite di Mezzeno e a salire, prima o poi, avrei incrociato il sentiero per Monte Campo, se non Monte Campo stesso.
Ci ho pensato su. Ed è vero. Ma quando ho rimesso tutti i giocattoli nello zaino, ho iniziato a inerpicarmi nel bosco fuori da qualsiasi schema.

Come ho scritto più d'una volta, certe situazioni, comportamenti o stati d'animo li capisco dopo. Il giorno dopo, il mese dopo o una vita più avanti.
Il bollo bianco e rosso, all'incrocio di cui sopra, non l'ho visto eppure esiste, ed al ritorno l'ho guardato come si guarda una rivelazione.
Era impossibile non beccarlo ma sta di fatto che il non averlo inquadrato è stato funzionale a quella giornata.
Al di là di ciò che uno fa o sente di fare, sono convinto che l'atto di esplorare, non sia da prendere alla leggera. Per me camminare è un modo di rientrare nel mio santuario, il corpo, come un gesto religioso, nei termini della propria mitologia personale.
In città è molto più importante la mente e, il suo uso costante, forse eccessivo, espropria dal corpo. Non saprei esprimere meglio il concetto e sinceramente nemmeno mi è del tutto chiaro. Credo però sia un semplice meccanismo di bilanciamenti: quando l'attività dei pensieri e della logica supera un certo punto d'equilibrio la maggior parte delle proprie energie fluttua nel cervello. Come un travaso di materiale che è quasi fisicamente avvertibile, interiormente.
Allo stesso modo, in direzione contraria, quando una situazione costringe a badare alla propria incolumità, in modo superficiale o totale, le energie si distribuiscono ai muscoli, entrano nelle ossa, riempiono gli occhi e tolgono di mezzo i problemi secondari. Tipo la sensazione di una colazione pesante o un dolorino al ginocchio.
Tra le tante cose difficili di questo mondo, una difficilissima è proprio governare le proprie forze, saperle smistare, come farebbe un sovrano assoluto nel suo regno.
Il buon governo penso nasca prima in ogni singolo Stato personale e poi si possa immaginare la diffusione allo Stato esterno, quello di un popolo. Rientrare nel proprio corpo, cioè sapervi diffondere equamente le energie, non dovrebbe essere una manovra che passa dalla ricerca del pericolo, però è sicuramente una facile porta d'accesso. Repentina. E diretta.

Quella mattina dovevo perdermi e non lo sapevo ma mentre salivo a vista nel bosco ne ero diventato consapevole.
Il mio corpo mi aveva reso selettivamente cieco al bivio per permetterSi di riconquistare la sua importanza?
Ho iniziato a sentire la gioia in qualche remota regione degli organi, qualcosa che proveniva dalle gambe, o dalla milza, o chissà da dove. Però c'era. Insieme alla tensione.
Il non-controllo.
Il non-scontato.
E non c'è alcun percorso da descrivere, nessun riferimento da segnalare o da caricare come foto. Dopo un pò che stavo calpestando terra, tra i pini e qualche altro albero con cui non ho fatto le presentazioni, sopra di me si è presentata una muraglia estesa di roccia.
Non me l'aspettavo e così sono rimasto a guardarla tentando di concretizzare bene l'avvenimento. Oltre una certa pendenza del terreno so che devo andarci cauto. Non sono prensile come uno scarabeo e non sono molto allenato nella disarrampicata facile, anche se me la sono cavata bene in qualche occasione.
Così, al posto di infilarmi nel primo pertugio disponibile e sperare che più in alto la situazione non peggiorasse, ho preferito aggirare la bastionata e vedere se da qualche parte mi convinceva di più.
Come fantasmi tra gli alberi, due camosci solitari hanno attraversato il mio campo visivo periferico. Silenziosi, quasi sospesi.
Quasi immaginati.
Uno dei due si è anche girato a guardarmi distrattamente e il fatto che non sembrasse per niente spaventato è stato il complimento migliore che la natura potesse farmi.
Tutte queste sensazioni belle sono comunque finite contro un muro. Al termine del mio salire, e inoltrarmi verso nord-ovest, sono sbucato su una punta di roccia che mi ha permesso di capire dove stradiavolo fossi finito. Cioè piuttosto distante ancora dalla mia prima tappa: il Monte Campo. Tra me e lui c'era una indefinibile distesa di abeti e saliscendi, oltre che un suolo variamente inclinato ripidissimo, almeno sotto i piedi.

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Dopo un rapido consulto con i vari buonsensi che hanno preso voce ho deciso di scendere verso il torrente che proveniva dalla conca oltre i Tre Pizzi, a sinistra, e probabilmente intercettare il sentiero che la cartina riportava.

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Particolare della Carta Turistico-Escursionistica della Provincia di Bergamo pubblicata da Ingenia.

 

E in effetti così è stato.

Il piacevole altopiano del Monte Campo può essere una meta in sé.
C'è una baita, una stalla, dei cartelli che indicano di andare di qui e di là e tanta tanta erba accogliente per buttarci sopra lo zaino e usarlo come cuscino.
Di fronte si innalzano le punte del Monte Menna e dell'Arera, insieme a molte altre fino all'orizzonte, dove, ad est si può arrivare a scorgere la Presolana.
Per chi ha intenzione di non aspettare molto a indurire i muscoli delle gambe e usarli per salire a muso brutto, sbucando dal sentiero che viene su da Capovalle, di fronte, si alza la protuberanza poco appariscente dello Spondone.
NON il Monte Spondone, ma Spondone e basta, tanto poco appariscente che quasi nessuna mappa lo riporta.
Il Monte Spondone invece è ben segnalato, almeno dalle cartine, e si trova a nord del Pietra Quadra. Come mai lui abbia il prefisso "monte" e quell'altro no rientra nelle stranezze della creazione, però è così e lo accetto. Tanto quello che mi interessava davvero era lisciare la schiena a quello anonimo e per fare questo non mi serviva certo una medaglietta con il suo nome inciso. Conoscersi davvero implica altro.
Ed ho iniziato in fretta quell'implicazione.

Questa volta ho cercato una nuova via per salire, rispetto alla volta scorsa in cui semplicemente ero andato dritto e avevo iniziato a tirare radici e ciuffi d'erba fino a trovarmi sulla dorsale.
Non che vada molto di eleganza quando si tratta di andar su, però ogni tanto un pò di estetica in una traiettoria la cerco. Magari non la trovo ma mi impegno.
Ad occhio, il versante sud dello Spondone, presenta un passaggio apparentemente comodo per trovarsi in buona posizione una volta giunti in groppa.

Salita_Spondone_da_altopiano_baita_Monte_Campo-percorso-Capovalle-Baite_Mezzeno-Val_Brembana

E' una rampa ripida ma non richiede l'uso delle mani e una volta portata a termine si è in direzione della possibile cima.
La mia idea, guardando la cartina, era proprio di attraversare tutta la cresta dello Spondone visto che questa si collega poi con la lunga dorsale del Pietra Quadra, anche se non sembra esistere un vero tracciato segnalato. Ragion per cui lo Spondone mi aveva attirato per ben due volte sulla sua mole pachidermica.
A parte la fatica non è che camminarci sopra sia impegnativo in qualche modo. Alla fine di tutta la sgroppata si arriva dove si deve arrivare e credo che se mi fossi potuto guardare da fuori mentre lo facevo, mentre arrancavo verso l'alto, non avrei assistito ad un grande spettacolo.
In alcune giornate ho come l'impressione di procedere come un ubriaco più che sembrare un camminatore in salute. Per dirla onestamente ho barcollato caparbio verso la cima, fermandomi a volte, cercando l'ispirazione in altre ma che il buon Dio mi schiacci come una mosca se mi ha visto mollare il colpo. Che è sempre il motivo d'orgoglio di chi non ha stile e sopperisce con la volontà. E la quantità.

Salita_Spondone_da_altopiano_baita_Monte_Campo-percorso-Capovalle-Baite_Mezzeno-Val_Brembana-Orobie

In realtà lassù non si arriva a nessuna cima. No, ma si arriva al cospetto di un baratro e lo stacco dall'ambiente da cui si giunge è così netto che ho vacillato ulteriormente, rischiando di dovermi sedere per un momento.
Dietro la schiena ci sono i prati belli ripidi su cui si può comunque camminare, davanti, a fare un passo ulteriore, bisogna iniziare a sbattere le braccia come un pennuto e sperare che funzioni.
E' proprio come se fosse stata tagliata una grossa fetta di montagna per poi essere tolta. Non c'è più. Ed è rimasto un gigantesco vuoto che precipita nella conca del laghetto di Pietra Quadra, cento metri buoni verso il basso.

Conca_laghetto_Pietra_Quadra-Tre_Pizzi-Val_Brembana-Orobie_trekking_montagne_Bergamo

Non so se tutta quella massa cava che avevo davanti ha generato il vento che mi ha investito ed è passato oltre, comunque il livello di attenzione, in un attimo, ha subìto un cambio di valore. Mentre prima potevo faticare e sbadigliare ora finiva il tempo delle distrazioni: c'era uno sbalzo di roccia da raggiungere e cosa avrei trovato dopo non lo sapevo. Una stretta via da percorrere, che per quanto ne capivo poteva diventare ancora più sottile, proseguendo.

Salita_Spondone-cresta_collegamento_Monte_Pietra_Quadra_da_Capovalle-Val_Brembana

A rimanere tra il bordo sul nulla e il pendio scosceso alla propria destra, in breve si giunge al mucchietto di sassi della probabile vetta dello Spondone. Una cosa molto minimal in linea col suo profilo dimesso nell'economia generale delle relazioni Orobiche.
Dalla cima, il Pietra Quadra pare a portata di voce, che a sussurrare qualcosa magari può sentire. Visto che lui risultava la mia meta dichiarata non sono rimasto molto a fare compagnia al presunto omino sommitale dello Spondone ma ho dato un occhio oltre, cioè alla linea di cresta che scende e sembra congiungersi ad una comoda selletta, sotto.
Il tutto però non era chiaro, a giocare a sfavore le nuvole hanno iniziato a scorrermi tra zaino e gambe, come una tenda semitrasparente che man mano diventava più spessa e dalla trama densa. A contrasto di ciò c'erano delle buone sensazioni, le mie, e le buone sensazioni sono un tesoro gigantesco quando si esplora. O ci si diverte a farlo.
Sono sceso dalla punta e ho seguito la stretta linea di rocce che cadono a destra e sinistra dei propri passi. Sono le tipiche rocce orobiche, macchiate dai licheni ed ammassate le une sulle altre come libri giganti di una biblioteca crollata. Vanno testate una ad una e quando, in alcuni tratti, ho preferito metter via bacchette e aggeggi fotografici per usare anche le mani, girandomi e mostrando il mio sacro popò a valle, spesso le ho sentite muoversi sotto le dita.
Mi sono mosso con cautela, non era proprio del tutto chiaro dove sarei sbucato, ma poi, tra i movimenti veloci della foschia, ho visto l'inequivocabile aspetto di una traccia proprio a costeggiare la base della mia cresta.

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Le frecce indicano la traccia appena accennata sotto la cresta dello Spondone, in direzione del Pietra Quadra

 

Da dove stracavolo sbuchi quella traccia non lo sapremo mai noi umani, dal centro della Terra o più probabilmente da qualche percorso ormai dismesso, sta di fatto che c'è, almeno per ora e io l'ho puntata con gli occhi di un lupo sulla pecora.
Me la stavo spassando, davvero. In certe situazioni i pezzi del puzzle che portano da una zona di insicurezza a una di comfort si aggregano con formule proprie. Sapevo, dando un occhio alle cartine in mio possesso, che quel tracciato si poteva fare ma guardare una cartina è guardare un pezzo di carta, invece essere con le proprie ossa su quelle linee disegnate è un'altra faccenda.
La presenza umana cuce il disordine di un'ambiente dentro un percorso che sembra un delicato segno di sensatezza nella periferia di un caos inestricabile.
In realtà le parole disordine e caos riferite alle innumerevoli forme della natura sono termini del tutto inappropriati.
Ogni cosa ha un suo ordine ben preciso, nell'ambiente in cui si trova, e questo ordine è dato dalle sue stesse caratteristiche fisiche o biologiche e da tutto il tempo che ci ha gravato sopra, portandolo ad essere quello che è nel momento in cui un essere umano ci entra in contatto. E il nostro modo di intendere che è parziale: non può vedere tutto in una sola occhiata, per fortuna, e quindi ci appare caos ciò che è un immenso quadro di millenni di pennellate.
Vada come vada, quando ho scorto quel tracciolino segnato nell'erba, dalla posizione precaria in cui ero finito, ho solo benedetto chi o cosa l'ha prodotto.
Non c'è voluto molto per finire la pratica con le rocce di cresta e l'operazione è stata accelerata dal fatto che due persone, più il loro cane, mi stavano osservando dal sentiero ufficiale che scende dal Pietra Quadra. Non volevo si preoccupassero e anche se una folata di nubi ha coperto il contatto visivo tra loro e me, alla successiva riapertura del velo ormai ero in salvo. Senza abusare troppo del termine.
Avrei voluto alzare una mano a indicare tutto ok ma ormai mi sarei trovato a salutare soltanto un muro grigio, altre nubi stavano passando.
Avevo visibilità a sufficienza, la direzione era diventata immancabile e così, in breve ho scorto la madonnina poco sotto la cima. Unica vera abitante del Pietra Quadra.

E' stato un pranzo abbondante e molto solitario.
Il cielo stava richiamando i suoi nembi da tutte le periferie e li stava facendo vorticare sempre più stretti intorno le cucuzze delle Orobie.
Per tutto il giorno non ho mai scorto la splendida punta dell'Arera o del Menna ma in breve, dopo esser riuscito a scattare qualche foto, anche dalle mie parti la visuale è stata completamente cancellata.
Ho avuto la netta sensazione di due enormi falci grige contrapposte che si chiudevano concentriche su di me, in piedi con la mia macchina fotografica lungo il fianco.
Dopo, il nulla.
Anche il vento è sembrato scendere di un tono nel suo ululare. Ora che aveva spostato le masse di vapor acqueo dove voleva il suo compito si era concluso. Colori spenti, panorami neutralizzati. Potevo solo apparecchiare e iniziare a darci dentro con la forchetta.
Ho scoperto che con tre uova sode, qualche zucchina bollita e tagliata fine, gallette di farro e barre di cioccolato al maltiolo, xilitolo oppure al 100% di cacao, qualsiasi condizione meteo mi va bene.
Avevo una fame oscena e nonostante ci abbia impiegato un bel pò a finire la porzione, con costanza e lavorandomi fino all'ultima particella di cibo tra i denti, il mondo circostante non ha cambiato espressione nemmeno per un sorrisino accennato.
Volevo fotografare la cresta da cui ero sceso ma da quel lato le  nubi si erano avvinghiate alla roccia come un koala sul bambù. Anche a far segno di scostarsi non se ne sono andate. Zero.
Ho girato un pò in tondo, ho dato un occhio alla mappa per decidere se era la giornata giusta per tentare di andare al Passo di Mezzeno, visto che la traccettina che avevo seguito prima continuava, e quando ovviamente la risposta è stata "no" ho messo pentole e piatti nello zaino e me ne sono sceso dalla via normale, senza troppi rimpianti.

La linea del nulla non si era abbassata tanto, puntando la terra. Solo quel che bastava per scassarmi la saccoccia e i suoi didimi.
Poche decine di metri sotto la cima il creato stava tornando lentamente visibile e quel paesaggio mi andava benissimo.

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Ho avuto la netta sensazione che ovunque voltassi gli occhi vedevo riflessa la conformazione della mia anima, per quel giorno.
Rocce franate, pareti nude, scure e piantate nel suolo al pari di muraglioni invalicabili.
In fin dei conti era il versante tagliato dello Spondone, su cui avevo camminato sopra qualche ora prima, ma da sotto pareva soltanto una lastra su cui sbattere il muso e girare al largo.

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Quando sono arrivato in vista del laghetto di Pietra Quadra, la luce del Sole, che premeva dietro le nubi, ha gonfiato aloni abbaglianti nei confini del campo visivo, non riuscendo mai davvero a penetrare nel luogo dove mi trovavo.

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La geometria delle ombre, l'acqua nera del lago.
La montagna era me e io ero parte della montagna.
Non si tratta di essere felici sempre, o almeno avere ingredienti dal gusto piacevole quando si impastano sensazioni e pensieri. Cosa ci sia sotto la pelle, cosa abiti le mie vene e il nucleo stesso delle mie cellule è materia ignota.
L'argomento va oltre i numeri e i parametri. Basta poco, per chiunque, e i mari piatti diventano tempesta oppure i cieli esplodono di lampi.
Cosa siamo rimane sempre un mistero necessario.
Eppure, restando in ascolto, resistendo a forzare quello che si prova, anche le emozioni cupe, le dee oscure, non sono niente da cui fuggire. Bisogna aprire gli occhi nel buio, al posto di ostinarsi a tenerli chiusi. Lo si sa, alla fine si adattano, ritornano a vedere nella scarsità di luce, magari nella sua totale assenza, e solo allora si capisce se c'è veramente una paura da affrontare, una minaccia reale, o solo immaginaria.
Mentre mi avvicinavo al lago di Pietra Quadra ho raccolto un sasso e l'ho lanciato nel mezzo delle sue acque.
Ho guardato gli anelli crearsi e distorcere le ombre sulla superficie.
Mi mancavano i miei amici, quelli con cui ho passato parecchio tempo in montagna e in pianura e li avrei voluti lì, avrei voluto condividere il grigio sulla cima insieme a loro. E invece quel gruppo si è spaccato e quel tempo non tornerà indietro.
Non ho provato a difendermi e ho sentito nella maniera più limpida che mi riesca quanto fosse splendido esser solo e quanto facesse male, in quel momento. Davvero un male quasi fisico.
Non era una solitudine che sentivo per un vuoto particolare, era solitudine e basta e poteva ramificarsi dove voleva, andare ad invadere ogni mio territorio e così ha fatto.
Ho sentito quanto mi mancheranno i miei genitori un giorno e quanto sarò davvero solo a quel tempo, quando non ci saranno più.
Un conto è dirselo con le parole, un conto è sentirlo con la grandezza di una vallata di montagna.
Di cui il laghetto sembrava il centro.
Le dee oscure. Forse tingevano la superficie di quell'acqua.
Non era nulla da cui fuggire, tutto si può affrontare per quello che è. Forse siamo costruiti per fronteggiare il dolore di un avvenimento naturale, morte o solitudine che sia, ma per quanto mi riguarda non sarei pronto alla morte e solitudine di una vita nella direzione sbagliata: quella che non ho mai intuito e per cui non sono mai stato capace di cambiare.
Le tempeste o i semplici temporali vanno e vengono, non possono durare a lungo ma contenerli è come voler fermare il vento con le mani.
Meglio lasciarli passare tra le dita e darsi un'asciugata al Sole, quando tornerà.

Per scendere me la sono presa comoda, nel senso che ho camminato fino al rifugio Tre Pizzi, giusto per sapere che aspetto avesse e ovviamente l'ho trovato chiuso. Ho letto che è un rifugio privato ma le sue grandi finestre mi hanno permesso di sbirciare al suo interno e ciò che ho visto mi è piaciuto.

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Oltre lo spiazzo per l'eventuale atterraggio di un elicottero, con la H disegnata a sassolini nell'erba, la terra precipita verticale verso valle e l'idea di venir su a piedi da quel versante me la sono immaginata come una delle grandi fatiche per espiare una colpa. Bella grande, oltretutto.
Scendendo verso sud ho invece ritrovato un sentiero evidente, quello che viene chiamato sentiero dei roccoli. Passando accanto ad uno di essi, forse l'unico che ho notato, ho incontrato una coppia di mezza età col loro cane.
"Eri tu quello che scendeva dalla cresta questa mattina?" Mi ha chiesto ad un certo punto il signore.
Ho sorriso divertito: "si certo e voi eravate le due persone col cane che ho visto da sopra!" Poi gli ho spiegato che avrei voluto salutarli con la mano prima che le nuvole si frapponessero tra me e loro, per non impensierire nessuno.
"Nessun problema" mi detto l'uomo "ma abbiamo pensato: chi l'è chel mat lè?!" E avevano ragione, dalla loro visuale la scena doveva apparire abbastanza incredibile.
Quando sono arrivato alla baita di Monte Campo, prima di prendere il sentiero del ritorno, ho adagiato lo zaino dietro una roccia e l'ho usato come cuscino. Ho provato a dormicchiare ma la giornata era stata inquieta ed era diventata vagamente malinconica. Non proprio la condizione perfetta per i miei sogni. Così, quando mia madre mi ha mandato un messaggio per avvisarmi che quella sera avrebbe fatto la pizza, la SUA pizza, ho deciso che era il momento di darci un taglio e scendere.
Ovviamente la pietra con il bollo di cui parlavo all'inizio, quello che non avevo visto al bivio e per cui mi ero messo a girovagare nel bosco, al ritorno era lì dov'è sempre stata. Escludendo che qualcuno l'abbia pitturata nel mentre che mi trovavo sul Pietra Quadra, dandogli poi un effetto invecchiato.
Mi andava bene ogni cosa che era successa dopo l'averla mancata. Avevo camminato nel modo che considero autenticamente mio, avevo esplorato, avevo trovato e nel mentre avevo anche sbagliato.
La pizza di mia madre invece è squisita qualsiasi giornata ci metta intorno al suo sapore.
Quando sono tornato a casa a dormire, molte cose avevano smesso di agitarsi.
A volte non bastano solo le rocce, le montagne e le Orobie. Ma loro fanno tantissimo per rendere i miei giorni grandi oppure aggiungere soltanto un ricordo in più nell'archivio.
E per fortuna quell'archivio è bello ricco.
Sfogliando le pagine una ad una mi sono addormentato.

 

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