Il sentiero ricamato. Pizzo della Pieve da Baiedo

Ci provo, tanto sono solo parole e foto ma voglio vedere se il giorno stesso che salgo e scendo da una montagna poi riesco a scriverci su prima che venga mezzanotte.
E dal due passiamo al tre. Rimanendo in Agosto e forse con le stesse insensate temperature di oggi.
Tra le altre cose della giornata ho scoperto che il termometro della C2 è in grado di rappresentare il numero 38. Proprio 38 sopra lo zero.
Senza nemmeno una battuta per stemperare la cosa, senza un'iconcina con una pistola per dirti "sparati", senza che l'aria condizionata entrasse in funzione da sola, o tutti i vetri della macchina, compreso parabrezza anteriore e posteriore, capissero che era giusto levarsi di torno per trasformare l'abitacolo in una stanza del vento. In un piccolo occhio del ciclone.
Così, 38 gradi centigradi, mentre me ne tornavo a casa, all'altezza di Calolziocorte.
38.
Spero che come il 28 ce ne sia solo uno.
E che tutti gli altri non ne abbiano 41.

L'obiettivo di una sveglia alle 6 precise, col cù-cù che si lancia fuori e dentro la casetta, in un giorno di ferie, è andare a fare amicizia col pizzo della Pieve. Quella montagna con le pareti a strapiombo che ho visto salendo sul monte Olino e dalla cima di Agrella o dallo zucco di Cam.
L'avevo tenuta d'occhio, l'avevo apprezzata, avevo cercato il nome rovistando nella cartina Kompass e poi l'avevo infilata in archivio per quando fosse stato giusto conoscerci.
Saran passati due anni, due anni di archivio e dall'altro ieri il faldone cime-in-pausa si è aperto alla sua pagina. Di fianco c'era anche il caso del pizzo di Farno ma qualcosa nelle cartilagini, nello stomaco e nei tendini si era già messo in ghingheri per il primo dei due. E chi sono io per mettermi contro le mie cartilagini, tendini e stomaco? Quindi ho raccolto la baracca con i burattini, me la sono messa in spalla e alle 7 e qualcosa ho lasciato il paesello per andare verso l'alto.

Tutto parte dove le ruote si fermano, al parcheggio di un qualche punto tra le case di Baiedo.
Non credo che a Baiedo ci siano otto parcheggi più qualcuno sotterraneo, quindi il parcheggio è il parcheggio. Segnato con tanto di strisce bianche a terra, una P su sfondo blu all'ingresso e un tabaccaio appiccicato accanto.
Dal parcheggio l'altra grande intuizione è quella che porterà il visitatore a salire, se l'obiettivo è finire su una cima.
Infilandosi nelle stradine magari si arriva ad una casa con la facciata dipinta. Il soggetto dell'opera sono i due percorsi principali che partono dal paese: uno verso sinistra che va su alla chiesa di San Calimero, l'altro verso il rifugio Riva.
La prima tappa è la chiesa. Pertanto, se siete davanti al murales, andate verso sinistra. Inizierete a calpestare una mulattiera ripida per muli arditi. Io però ho trovato un bambino col cane, gli ho chiesto se era giusto per San Calimero e lui mi ha detto di tornare indietro e andare a destra della parete dipinta.
Quindi come stracavolo so che a sinistra andava bene?
Non lo so ma lo sa Alessandro che ha lasciato la sua recensione sul sito Racconti di Montagna. E che io ho letto dopo. Che prima di una salita mi toglie l'emozione di sbagliare o interrogare qualcuno, qualsiasi, del posto.
Comunque il bambino non mi ha mandato in provincia di Trento, aveva anche le sue ragioni, seguendo la sua indicazione si trova un cartello, lungo la strada, con su segnato rifugio Riva e San Calimero.
Insomma, ognuno può andare dove diavolo crede ma alla fine è bene ritrovarsi tutti a San Calimero.
Si passa per i piani di Nava, ordinati e precisi che sembra di trovarsi dentro una formula matematica, si prosegue per tratti di sterrato e cemento e dopo un'ora e qualcosa si arriva dove si deve arrivare.

Alla chiesa c'è una fontana, a cercarla c'è anche ombra visto che il tetto della chiesa è talmente enorme che da qualche parte la proietta.

San Calimero - Pasturo - Valsassina - Lecco

San Calimero e 35 gradi centigradi.

 

Vista la giornatina da forno per la ceramica ho iniziato a smontare i pantaloni togliendo via la mezza gamba, li ho arrotolati per esser pronto a lavorare nelle risaie, ho riempito la borraccia e ho seguito la freccia sbiadita per la via del Cornell Bus.
Un sentiero vero e proprio non c'è. Dietro la chiesa, una traccia appena appoggiata sul mondo inizia a salire tra l'erba alta e dopo un pò si disperde nella medesima. Ma dopo quel pò, o popò, si entra in contatto con la meta in tutta la sua forma e di star lì a cercare le tracce non frega un accidente.
La montagna è lì davanti.
Anche prima la si può scorgere. Dai piani di Nava si vede il corno sommitale con tutta la sua colata di pietra verso ovest ma quando uno se la becca muso a muso, grigia su sfondo blu e qualche nuvola a vorticargli in testa, la parola giusta è rispetto.

Perché ho scelto Lei oggi? E non il pizzo di Farno, che è pure più alto, magari quindi pure più fresco, meno stupratore del fisico (1000 mt circa di dislivello dalle baite di Mezzeno) e sta dove il mio cuore batte sempre forte: in Val Brembana?
Perché avevo guardato qualche foto in giro, giorni prima, e la conformazione mi ha trascinato al suo cospetto.
In realtà c'è anche una storiella dietro la scelta.
Non volevo fare una cosa facile.
Tutto me stesso fino a due giorni prima si rifiutava di prendere in considerazione tracciati complicati. O percorsi nei quali nemmeno c'erano i tracciati. Anzi proprio l'idea di iniziare a darsi da fare su qualcosa di poco frequentato, ai margini del conosciuto, mi faceva spavento.
Una crisi? Mi stavo trasformando in un divano? Avrei iniziato a collegare il cavo dell'antenna col televisore e avrei preso in mano il telecomando? Premendo on?
Davvero?
Poi ieri ho inforcato la macchina, sono andato in un posto, ho parlato con una ragazza che ha detto esattamente quello che dovevo sentire e quando sono tornato indietro avrei potuto concatenare i ghiacciai Hmalayani col sorriso dei giorni grandi.
Il corpo era tornato leggero e quando è leggero vuole salire.
Un giorno forse parlerò di questo posto, ora è prematuro e comunque non è un ospedale psichiatrico. Che finché non riescono a riacciuffarmi io non ci torno. Nell'ospedale.
Si scherza.
La storiella finisce qui.
Nel frattempo inizia la mia montagna. Scelta apposta perché ha l'aria complicata, fuori dal frequentato e ai margini del conosciuto.
Tutto il contrario di me oggi.
Due elementi da mischiare.
La vetta potrebbe rimanere sola e incompleta, oppure ospitarmi.

Come detto non ci sono strade con tanto di nome da seguire per iniziare la salita.
La buona notizia è che tutto è molto semplice, basta puntare all'unica via d'accesso al mondo delle rocce e dei prati strapiombanti. Un dorso erboso che sembra l'invito a provare.

Pizzo_della_pieve_percorso_di_cresta

A testimoniare chi è passato e chi no ci sono due grossi rami secchi posti all'imbocco della cresta. Due corni puntati sul nulla come una forza contraria.

Guardiani_pizzo_della_Pieve_Baiedo_Lecco

Uno ci può appendere su la maglietta morta di sudore. Tanto per sdrammatizzare. Poi però tocca andare su.
L'altra buona notizia sono degli sbiaditi segni rossi che orientano chi sale. In realtà basta sbirciare per terra e si scopre che dal nulla è comparso un sentiero. Uno di quei sentieri che a guardarlo troppo si ha paura che svanisca, però c'è.
Segni rossi sbiaditi e un sentiero che nemmeno sa di esistere.
Una pacchia dietro l'altra.
Magari trovo anche un mulo che mi fa segno di montare in groppa.
Mulo o no, camminando a fianco del nulla ho inteso perché prima di Pieve c'è la parola pizzo. Per quanto mi riguarda non indica alcuna conformazione montuosa, indica davvero un ricamo. Una elegante lavorazione, sottile, che si inoltra serpeggiando tra pendenze nemiche alla vita. E permette di cavarsela, un metro alla volta, verso quello che dal basso sembrava un percorso impossibile.

Il punto è che non ci si può sbagliare.
C'è da riempire il sacco della fatica fino al colmo. Quello sì ma, detto questo, l'ambiente è sublime.
Verso est, il versante che avevo visto io a suo tempo, c'è della roccia così verticale che sembra l'asse delle ordinate.

Pizzo_della_pieve_cresta_valsassina_Lecco

Ancora un passo e si può essere a fondovalle a circa 9,8 mt al secondo.

 

Verso ovest c'è roccia ed erba. E vanno giù verticali pure loro. Ma meno. Comunque abbastanza per evitare che a qualcuno venga l'idea di prendere una scorciatoia, o di smettere di fare l'equilibrista su quello spago di sentiero.
Ho rifiatato un pò di volte, mi sono goduto le nuvole che si indaffaravano a coprire il Sole senza troppo successo e sotto la targa commemorativa di un certo Francesco ho preso il canalino a sinistra invece che il comodo sentiero a destra.

Percorso_salita_pizzo_Pieve

A sinistra parte qualche lieve imprecazione. A destra relax.

 

Sia che scegliate il comodo allo scomodo o viceversa, il consiglio è quello di portarsi da casa tutt'e due le mani. Perché serviranno. Non molto ma in due o tre occasioni meglio averle. Se poi vi sfugge un bollo o perdete di vista il ricamo, le mani tornano ad essere le migliori amiche dell'equilibrio.
Almeno fino a quando non si esce dal canalino di cui sopra. Dopo è solo una questione di piedi. E forze residue.

L' impressione che mi ha colpito guardando il baratro sotto gli scarponi è che il mondo fosse stato diviso in due.
Alle mie spalle la parte vivibile, l'acqua, il suono dei campanacci che risaliva per i pendii, le baite e chi ci stava oziando dentro.
Davanti a me solo roccia.
Un enorme cratere senza suoni nè movimento. Solo ombre e tagli di luce netti. Giganti venature di pietra, tanto ripide che sembravano sprigionare una forza di gravità maggiore.
A ridestarmi da quelle sensazioni c'ha pensato il tintinnare di una campanella a qualche metro da me.
Ho creduto fosse una notifica del cervello: "ci sarebbe una cima da raggiungere a sinistra".
Quando mi sono voltato c'era questa capra nera che mi fissava da un piedistallo improbabile. Mi ha guardato per un pò, poi si è voltata di profilo osservando anche lei dove stavo osservando io prima. Entrambe rapiti dall'altezza. E dall'aridità.

Pendii_Pizzo_della_Pieve

Compagnie.

 

Evidentemente era qualcosa a cui nessuno e niente si abitua con facilità. Troppo diverso da ciò che consideriamo addomesticato. Controllabile. O contenibile.
Anche per una capra.
Quella con il campanellino intendo.

Camminando a metà tra quelle due dimensioni si attraversa la cima, che forse è quella con qualche pietra accatastata, a formare un omino piegato dal tempo.
Oltre la cima ne compare un'altra e in mezzo alle due vette una cresta martoriata collega la sfera del silenzio a quella del turismo.
Le nuvole si sono impennate sopra la croce della Grigna settentrionale, mostrando e nascondendo la sua sommità, ma senza incapsulare le voci e i richiami di chi era in vetta e ci teneva a farlo sapere.

Cresta collegamento Grignone pizzo della Pieva

Mi sono fermato all'imbocco di quel nuovo percorso, indeciso se alzare di un buon centinaio di metri il punto più alto della mia giornata o stare dove stavo. Dalla parte del silenzio e delle capre.
Dopo un pò mi son detto che bastava così. In fin dei conti tornare a casa prima di cena, levarmi di dosso quella roba appiccicosa con cui ero vestito, continuare quel libro iniziato la sera prima e magari scrivere della giornata la sera stessa non mi parevano una cosa tanto antipatica. E poi stando all'altimetro mi ero già sparato 1600 mt di dislivello e non ci tenevo così tanto a cambiare quel numero.
Ho mangiato due noci. Ho fatto sparire qualche chicco di farro soffiato e uvetta secca, ho seguito le intenzioni di qualche nuvola sopra il Legnone, all'orizzonte, e attorno al Tre Signori. Quando mi sembrava di aver sprecato abbastanza tempo ho riavvolto il nastro e rimesso i piedi esattamente dove li avevo messi, scendendo un passo alla volta, con un pò di attenzione in più.

Alla fine siamo al tre agosto. C'ho provato ma vabbè, andata. A mezzanotte stavo già dormendo come nel grembo materno. Ho visto che mi è pure arrivato un messaggio alle 00.45 e non avevo tolto la suoneria.
Come nulla fosse. E il cellulare me l'ero dimenticato a due spanne dal cuscino.
Spero che il mondo del trekking e dei sentieri EE abbia potuto superare la notte senza la mia descrizione. Non so, infatti penso di controllare il prima possibile. Sabato magari. Magari col mio socio di salite e madonne per il caldo, la fatica e il governo ladro.
Intanto cena e colazione sono stati due momenti importanti della mia vita recente.
È tempo di non fare una sonora mazza sul divano. Continuare quel libro.
Mettere il cartello ferie intorno a polsi e caviglie.

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