Indietro. Dove c’è silenzio.

Pozza_Orobie_gruppo_Ponteranica

Come finiscono le ere geologiche così finiscono le ere personali.

Non hanno proprio la stessa durata in termini temporali. La vita di una foglia non ha la stessa durata della vita di un uomo, anche se può essere più emozionante.
E la vita di un uomo è uno sbuffo di fumo dallo scappamento dell'auto in confronto ai circa 4 miliardi di anni della Terra.
In quello sbuffo di fumo nel vento le ere si susseguono, a volte con uno stacco repentino tra l'una e l'altra, tipico di un incidente ma a volte sono un graduale mutare, un lento trasmutare. Fino a che non succede qualcosa, anche di lieve, tale per cui un'era si può dire conclusa. Il frutto si stacca dall'albero.
Quello che viene dopo ha tutto l'abissale fascino della materia da modellare.
Le infinite scelte.
Le infinite identità.

Qualche giorno addietro ero in montagna. Con il mio solito amico d'avventure, esplorazioni, casini in salita e in discesa, ecc.
Il Pol.
Meta: una cima delle Orobie. Una di quelle che mancava alla collezione.
Siamo partiti da un punto, abbiamo seguito un sentiero per arrivare ad un altro punto e da lì abbiamo usmato il tragitto per salire su una cresta.
Le solite cose. Il solito mondo silenzioso e arancione delle mattine presto in montagna. Con una diga verso valle che recintava una macchia di acqua metallica, accesa dal Sole mentre le batteva di striscio sulla superficie.
Ruscelli da attraversare. Il rumore sempre più distante di qualche macchina che schiacciava la ghiaia del parcheggio, alle nostre spalle.
Il tempo sospeso della creazione.
Quando ogni giorno viene svelato. Dalla luce.
Le tracce del buio, ancora presenti, rintanate nei coni d'ombra di un albero o di una parete, via via sfilacciate verso gli estremi dell'Est e dell'Ovest.
In quella battaglia senza suono siamo passati attraverso. Siamo andati a calpestare le rocce, abbiamo cercato la via verso la parte alta, dove il campo visivo ha molto più cielo che terra da osservare.

Avevo voglia di quello che vedevo e.
Non ne avevo voglia.

Ho sentito la fatica ma non ho trovato come contrastarla. Anzi. Ho proprio lasciato che la fatica andasse a fondo, non ho provato a contrastarla.
Ho lasciato che un corpo che non stava bene, il mio, venisse ancora più colpito.
Volevo quello che vedevo ma.
Non lo volevo come l'ho sempre avuto.
Con una cima da conquistare, con un qualcosa da prendere. Come un pezzo di vuoto da assaporare nella mente.
Un pezzo di Io.

Non che alla fine ci abbia rinunciato, alla cima.
Ovvio.
Certe abitudini sono dure a morire. E Non ero mica da solo oltretutto.
Andare in montagna in due implica condivisione ma quello che ho condiviso io è stato soprattutto silenzio. Quando ho parlato sentivo che non dicevo qualcosa di simile ad altre volte, come se oltre ad un corpo diverso mi fossi portato appresso una mente diversa.
Una diversa-mente.
Non credo di essere stato un gran compagno d'avventure. Non le stavo cercando.
Cosa stracazzo ci facevo lì?

Poi l'ho capito.

Scendendo dalla nostra vetta, quella che avevamo toccato senza quasi accorgerci della sua presenza, abbiamo incontrato due altre persone. Un uomo e una donna che volevano arrivare sulla cima di fianco alla nostra, di fatto una enorme roccia nuda con uno stentato omino di pietra come cappello.
Quelle punte che su di me han sempre fatto breccia: scostanti, anonime e ripide.
Anche se stavamo già tornando sui nostri passi, diretti a muso duro verso il cibo di un rifugio, abbiamo accettato la deviazione e siamo andati con loro a cercare la via d'accesso verso l'alto.
Quella seconda cosa che amo.
Cercare.
Avrei dovuto esultare ma sapevo che non era così.
Non poteva essere così.
Diversa-
mente.
Il mio corpo chiedeva come mai.
Il mio corpo era rimasto altrove e con lui altro.
Il mio corpo si era seduto sull'erba molto tempo prima e non si era più alzato.
No. Non potevo.

La via d'accesso era sul versante opposto rispetto quello su cui stavamo camminando e il Pol ci si è buttato dentro con la stessa convinzione di aprire la porta di casa sua e trovarci le pantofole poco oltre.
Dritto, preciso e chirurgico.
Stava recitando il mio sogno di ogni cima, quella via dritta senza esitazioni, sentendo che lei ed io siamo della stessa materia.
Lei carne io roccia.
Io sangue lei ghiaccio.
Uguali.
Dopo qualche passo su di un cornicione che andava giù deciso nel vuoto mi sono fermato.
Proprio bloccato, così. Con un lucchetto alle gambe, uno alla gola, una catena intorno ai polsi. Un prigioniero.
Fermo.
La mente mi urlava di tutto. Quella maledetta aguzzina che ognuno conserva orgogliosamente nella prigione cranica urlava di tutto. Come al solito faceva la sua stupida parte. Sempre uguale.
Ugual-mente.

Mi sono girato, ho raccattato su i miei passi e sono tornato indietro.

Ho preso la scusa di dover mettere giù la macchina fotografica che mi portavo al petto, altrimenti non mi sarei sentito sicuro. E nel frattempo ho lasciato giù pure lo zaino, all'imbocco della cornice.
Il signore mi ha superato e ha iniziato a camminare da dove io ero tornato, mentre il Pol, già sulla cima, faceva un ampio sorriso di soddisfazione. Guardando un altro panorama.
Gustandosi quel momento.
Quel momento.

Eccola. Sempre lei, quella stupida insensata aguzzina.
Ugual-mente.
Lo so, certe cose sono dure a morire ma mi sono accorto di una cosa. Quando certe cose muoiono voglio che lo facciano in pieno. Non che rimangano lì ferite e moribonde.
No.
Un colpo per abbattare il cavallo.
Non mi piace lo strazio.
Adoro i tagli.
Gli stacchi repentini.
La catena che si spezza improvvisa.
Il prigioniero libero.
Ho riprovato a camminare sul cornicione e sono tornato al punto di prima.
Volevo davvero andare oltre?
Quanto diavolo e maledettamente volevo essere lassù? Quanto volevo rischiare e proseguire?
Le stesse domande me le sono fatte parecchie volte, ma me le sono poste sempre ad una velocità tale perché le risposte erano scontate. Sempre. Vai: tu sei lassù, se resti sotto la pagherai cara. Credi di poter scegliere? Credi che l'aguzzina non farà il suo lavoro, dopo?
Ho letto una frase per questo: l'Io è il veleno.
Bevi. Bevi. Bevi.
Ho guardato il Pol che mi stava guardando.
"Oggi non è cosa" gli ho detto.
"Torno indietro".
Ho lasciato cadere la bottiglia e il suo contenuto. Oggi non bevo. Niente veleno.
Io?

E' difficile capire a volte e infatti non ho capito subito, anzi, credo proprio di non aver voluto capire tutto subito. Come spesso accade capisco dopo, in differita, magari mentre scrivo.
Al momento mi sono solo tenuto dentro quella sensazione, facendola rigirare nel calice come un vino prima di assaporarne il profumo.
La rinuncia ha tanto da dire. Fallire, ripiegare, abbandonare la presa. Mi è sembrato che nel centro carcerario del cervello un cane smettesse di abbaiare.
Ero là sotto, a guardare due persone e un mio amico che avevano preso quello che io non ero in grado di prendere.
E mi è sembrato bellissimo.
Un rumore di catene. Quando ho guardato per terra ho visto lucchetti e prigionia rotolare a fondo valle, lo stesso posto dove sarei potuto finire io se avessi forzato, se l'aguzzina mi avesse fatto muovere i passi, secondo i suoi ordini.
C'era da sorridere no? Forse anche stavolta ho sorriso. Da qualche parte ho sorriso.

Diversa-mente. Mi sarebbe anche andato bene un diverso-corpo ma quello avevo e quello mi son tenuto. Ha continuato ad essere quello dell'inizio: è partito avendo lasciato a casa parecchi muscoli, snodi e sostanze lubrificanti e stava tornando indietro con qualcosa meno che l'andata.
Però c'era una novità. Una grande novità del giorno.
Nessuno lo stava vessando.
Per una volta non c'era un personaggio oscuro vestito con un completo da SS che gli sibilava contro di fare così, comportarsi in quel modo, salire da lì...
Silenzio.
Solo una splendida giornata di settembre, l'erba un pò gialla e una vetta non calpestata.
Gli affettati, i pizzoccheri e la torta al grano saraceno hanno avuto lo stesso sapore di sempre, nè più nè meno, il palato non aveva lasciato a casa nulla che servisse per apprezzare.
Forse è tutto molto semplice. Senza forse. Semplice è un'altra parola da gustare, da rigirare nel calice come un ulteriore buon sorso di vino.
C'era un novità, già. E quella novità mi è sembrata la più importante.
Un'era.
Che si chiudeva.
Ed una che iniziava.
"Buon appetito Pol".

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