La giornata più lunga. Traversata dal Pizzo Alto al Monte Rotondo da Premana

Credo che ripenserò più d'una volta a quella giornata iniziata con l'ascensione al Pizzo Alto, da Premana.
Molte escursioni che faccio e, immagino, molte che chiunque fa in genere possono non avere momenti salienti tali da essere nominate, nelle proprie storie personali, a distanza di anni.
Tutte hanno qualcosa perché tutte allontano dai propri normali punti di riferimento. Dal proprio comune sentire. Alcune però, nell'arco magari di oltre dieci ore, portano così lontano che non si torna indietro. Sono piccoli o grandi punti di rottura col passato e costruiscono una nuova consapevolezza, ridisegnano cioè la mappa personale dei propri limiti e delle proprie capacità. Che sono elementi a stretto contatto: l'inizio degli uni è la fine delle altre, e viceversa.
Non si tratta, credo, di spostare l'asticella del rischio o dell'avventura sempre più in alto. Si tratta nel mio caso di ascoltare un impulso, valutare dove si collochi tra la possibilità di poterlo assecondare a pieno e la necessità di limitarlo nelle sue caratteristiche più estreme, quindi viverlo, rimanendo in equilibrio tra questi due stati.
Il Pizzo Alto per me è stato solo un pretesto, arrivare sulla sua cima non ha spento quella tensione che mi porto appresso, quella di voler vedere, voler esplorare e sbirciare cosa si trova dopo l'ultima elevazione.
Così, dopo aver pranzato a dovere ed aver dormicchiato sotto la grande croce sommitale, la cresta che collega il Pizzo al Monte Rotondo è diventata un'attrazione irrinunciabile. Una corrente invisibile che ha spinto la mia barchetta tra le sue onde.
Sopra la sua linea.

Come detto, la salita al Pizzo Alto potrebbe partire da Premana. A patto di esser stati davvero furbi e aver puntato la sveglia prima di chiunque altro. Se è Giugno, fa caldo e tutti i meteo hanno promesso Sole alto in cielo per l'intero suo viaggio, i parcheggi di Premana saranno presi di mira dalle auto come le mucche dalle mosche.
Io che non sono furbo mi sono svegliato tardi, inoltre ho i tempi della colazione che corrispondono a quelli di una sera al ristorante e arrivare a Premana il sabato mattina, alle nove, nelle condizioni dette poco sopra, è da folli.
Tradotto in termini pratici ho lanciato una moltitudine di maledizioni a me, soprattutto, e a tutti quelli stramaledetti altri umani che abitano il mondo tanto che ad un certo punto un'auto è sparita da un parcheggio e io c'ho potuto infilare la mia. Incastrandola tra un'altra auto e la campana del vetro, che come tutte le campane del vetro ha tanti piccoli vetri aguzzi sparsi tutt'intorno.
Dal mio punto di vista potevo anche tornare e trovare tutte le gomme a terra. Pure quella di scorta. Ne avevo i palloni pieni, le scatole girate e i Gesù arrabbiati, dovevo solo iniziare a muovermi e dimenticarmi che su questo pianeta siamo in troppi, tra automobili, piloti e pedoni.
Per salire al Pizzo ho scelto di passare dall'Alpe di Deleguaggio e andar poi su al laghetto inferiore di Deleguaggio che se ne sta nascosto a mezz'ora circa di cammino sopra l'alpe. Il percorso di questa prima parte l'ho già descritto in un post di due anni fa: Una via dritta alla cima del Legnone, quindi l'unica cosa davvero di rilievo è stata ritrovare Mario nel suo regno.
Mario ha un ristoro nell'alpe e inoltre si occupa di manutenzione di alcuni sentieri, testare materiali della Camp (come mi aveva detto una volta) e dare il benvenuto a chi gli va a genio entrando a Deleguaggio.
Parlandoci insieme, quella mattina, mi ha detto due cose significative, tali per cui la mia giornata avrebbe preso una svolta particolare più avanti.
Cosa numero uno: aveva già visto altra gente precedermi per salire al Pizzo Alto.
Cosa numero due: di recente si era occupato di dare una controllata alle catene lungo la cresta tra il Pizzo Alto e il Monte Rotondo.
Quando l'ho salutato ho declinato l'invito a bermi un caffè in compagnia perché contavo di prendermelo con calma al ritorno. Quindi, per come sono andate le cose dopo, ho un caffè in sospeso con Mario.

Indubbiamente ero in forma. Ed in genere la cosa mi fa piacere.
Ero arrivato all'alpe nello stesso tempo che ci avevo impiegato nel 2016, appena un mese dopo esser tornato dal cammino di Santiago del nord, con un allenamento che mi esaltavo da solo. Quantomeno per i miei standard.
Anche salire al lago inferiore di Deleguaggio mi era riuscito bene e non vedevo perché nell'immediato futuro non avrei dovuto aspettarmi soltanto gloria e soddisfazioni.
Funziona sempre tutto a dovere, nei muscoli e negli organi che ci convivono insieme, quando il giorno prima mi tengo a riposo e riesco a visualizzare ciò che andrò a fare il giorno dopo. Credo sia una questione di programmazione: sapendo quale sarà la meta, con certezza, il cervello rettile prende il controllo e comanda il corpo per arrivare a centrare l'obiettivo. A patto di non remargli contro fumandomi una Marlboro rossa a metà percorso mentre mi scolo un cartone di vino.
In realtà c'era un'ombra che aleggiava intorno ai pensieri e quell'ombra si collegava a quello che mi aveva appena detto Mario: sulla cima non sarei stato solo.
Il Pizzo Alto me lo sono rimirato sia da ovest che da est, mentre mangiavo qualcosa sulla cima del Legnone oppure grattandomi la testa sulla vetta del Monte Rotondo.
E' come un bell'attore che spicca per le sue fattezze. Ottimo per recitare parti austere, facilitato dalla sua consistenza di roccia e da un profilo così fico che ho scomodato spesso la fotocamera per dedicargli un ritratto.

Cresta_Legnone_da_Deleguaggio_versante_Sud_Valsassina_Premana

Ovvio che con quella faccia me lo sono sempre immaginato roba per pochi, sia per la fatica di spararsi 1500 mt di dislivello nelle gambe, sia perché poteva nascondere qualche insidia nella salita.
Ecco il motivo per cui l'avevo scelto ed ecco perché, sapere che avrei avuto compagnia lungo il percorso, mi aveva smontato metà dell'entusiasmo.
Con tutte le macchine che avevo visto giù a Premana era scontato trovare qualche altro camminatore sullo stesso tracciato, però ne avevo messo in conto uno solo in più, massimo due e magari con l'intenzione di battere in ritirata.
Stavo diventando geloso delle cime? Volevo sentirmi semplicemente speciale?
In realtà è una faccenda legata all'immaginazione. Quella per me era una vetta selvaggia, scontrosa e nella mia fantasia era un posto adatto ad una singola presenza per volta.
Quando ho buttato lo zaino sul tavolo di legno, di fronte al lago inferiore di Deleguaggio, giusto per mangiare qualche noce e levarmi la maglietta, intorno a me c'erano tre ragazzini, una coppia seduta su di una roccia e un tizio che stava affrontando la salita verso il lago superiore.
Non esattamente un deserto.
E nemmeno un eremo.
Ok, forse non tutti puntavano a quello che puntavo io ma, comunque, altre persone significano disturbo e personalmente ho la necessità di trovare la frequenza di collegamento col paesaggio che mi circonda. E' un legame sottile all'inizio, poi la comunicazione si concretizza, può diventare potente ma in partenza, a volte, è difficile stabilirla.
Un saluto, due parole scambiate con chi si supera o si incrocia, badare a che velocità si procede rispetto a chi precede o segue. Qualsiasi cosa può mettersi di traverso al raccoglimento e rendere domestica una situazione altrimenti estranea. Salire è staccarsi progressivamente dal conosciuto, dal proprio, e tentare di penetrare la barriera del diverso, dove cambiano le regole abituali ed è necessario ricorrere ad un mutamento della percezione per proseguire.
Adattarsi.
La frequenza è il modo in cui io e l'ambiente tentiamo di comunicare e di farci capire. Lui non muta secondo i miei desideri ma se lo riesco ad ascoltare so per certo dove potrei trovare la mia privatissima via d'accesso alla vetta, ai piani alti, simbolo della capacità di comprendere. Nel mio immaginario.

Il lago superiore di Deleguaggio lo si raggiunge ufficialmente da un percorso attrezzato che parte dalla sponda opposta del lago inferiore. Opposta rispetto al versante di salita da cui si giunge.
Non è difficile, anche se vuole che gli si presti un minimo di attenzione.
Quando si sbuca in alto, oltre un canalino di roccia, di laghi in realtà non c'è ancora traccia. I bolli segnavia indicano di prendere la direzione di sinistra rispetto ad un risalto che ci si ritrova proprio davanti al muso. Però non è l'unica soluzione.
A guardare a destra si vede un palo con dei cartelli, posto al termine di un breve percorso un pò esposto, e se la percezione della geografia non inganna, come invece fa regolarmente con me, si può pensare che il Pizzo Alto sia in quella direzione.
Il Pizzo Alto NON è nella direzione dei cartelli, tanto per levare l'ambiguità dal tavolo, però raggiungerli non è sbagliato. Ad arrivare davanti le loro frecce si mette piede sopra il Cortese Alto, qualunque cosa sia, e lì, ad aver la pazienza di leggere, si scopre che la meta del giorno dista un'ora e dieci di cammino.
Ho girato l'attenzione dove doveva essere girata e la punta del Pizzo era in fondo al mio sguardo, con la sua croce massiccia piantata sul vertice ad attirare verso di lei ogni mio passo.
I cartelli indicano anche il percorso per l'alpe Premaniga, probabile tappa per chi voglia far ritorno a Premana da un percorso più agevole che da Deleguaggio.
Da dov'ero si inizia a percorrere un tracciato a mezza costa e ad un certo punto si giunge al congiungimento del sentiero precedente, che costeggia lo splendido lago superiore di Deleguaggio.

Lago_superiore_Deleguaggio-Pizzo_alto_da_Premana-Paolo_Buffa-trekking-Lombardia

Non c'è molto da dire, descrivere o pensare.
Arrivare sulla cima di quella montagna è una faccenda faticosa ma semplice.
L'ultimo tratto è ripido e i numerosi canali che partono a lato del sentiero mi hanno fatto pensare un tot alla possibilità di percorrerne almeno uno e giungere in vetta da un percorso più personale.
Cosa che però non ho fatto.

Cima_Pizzo_Alto-Valsassina-Val_Varrone-montagne_Lombardia-trekking-prealpi_Lecchesi

So che dentro di me già rodeva qualcosa e sprecare energie per una di quelle salite fuori via mi avrebbe dato soddisfazione, ma forse non quella che cercavo. Inoltre, come ho detto, c'era altra gente che mi seguiva, sul sentiero, e questo bastava a togliere buona parte della sintonia col territorio.
Non che mi desse fastidio la loro presenza ma cambiava la natura del luogo, lo spogliava dell'intimità tra me e la montagna e quindi anche della possibilità di interpretarla attraverso la mia immaginazione.
Persino una pecora si era inerpicata sul tratto finale verso la cima e ora se ne stava assorta, sdraiata a terra, con il muso rivolto oltre un cartello. Si era adagiata nel mezzo di un bivio: a scavalcarla si proseguiva verso l'alto, mentre a seguire il suo sguardo si incrociava la punta del Monte Rotondo, in fondo alla magnifica cresta che lo collega al Pizzo Alto e che il cartello invitava a percorrere.
Davanti, un panorama che disgregava i pensieri.
Un pò di vento.

Cresta_collegamento_Pizzo_Alto_MOnte_Rotondo-Val_Varrone-Valsassina-Lecco-trekking_montagne_Lombardia

Sono rimasto in contemplazione di quella possibilità, sentendo che il bivio si insinuava anche nel mio animo mentre accarezzavo la testa della pecora, morbida come la promessa di un maglione di lana.
Dopodiché ho continuato per la cima.

Cosa sarebbe rimasto di quella giornata?
A chiedermelo ero io stesso, semisdraiato su una roccia sotto la croce di vetta dopo una mangiata come si deve.
Se chiudevo gli occhi la luce si spegneva, e a questo sono abituato, ma quando li riaprivo la punta del Disgrazia e di tutte le sue sorelle e fratelli della Valtellina si distendevano davanti agli occhi come una confezione di tesori mostrati dal gioielliere.
Ed a questo sono abituato meno, anche se non è la prima volta.
Il fatto è che non me ne fregava un accidente.
Sono rimasto sulla cima del Pizzo Alto per ben due ore, parlando con qualcuno e salutando un ultima coppia di escursionisti verso le 15, prima che scendessero all'alpe di Premaniga. Poi sono rimasto solo. E irrequieto.
Tornare prematuramente a Premana in una delle ultime giornate di Giugno, quando avrei avuto luce almeno fino alle 22 e senza nessuno che mi aspettasse per cena, mi sembrava l'equivalente di infilare un proiettile nella pistola e sparare al Sole, uccidendo lui e tutta l'estate che si sarebbe portato appresso nei successivi tre mesi.
Ho gironzolato in tondo sulla stretta cima, ho guardato che via avrei potuto fare al ritorno, dove avrei potuto tagliare e divertirmi su qualche pendio, fuori dai tracciati...
Ma.
Non me ne fregava niente.
Posso contrastare la pioggia mettendomi una mantella, oppure combattere la sete bevendo un bicchiere d'acqua fresca e facendo un ruttino di compiacimento ma c'è una forza che non posso contrastare.
Mi sarebbero dovuti bastare i 1500 metri circa di dislivello, ciò che avevo fin lì fotografato, visto e sentito. Però la verità era che non avevo fatto ancora niente per me.
Avevo addosso inalterato quel bisogno fisico, tremendamente fisico, di dare ancora movimento al corpo, ma non in discesa, sapendo che tutto stava per terminare, ma altrove.
Già. L'altrove.
Quell'elemento che tornava.
Quando ero un ragazzino l'altrove è stato a lungo la mia ossessione. Non sapevo dove cercarlo ma lo volevo costantemente. Volevo altre strade, altre stanze, altri tramonti e temporali, altre notti e forse anche un altro me in un'altra vita. Perché tutto quello che avevo e che ero non mi andava. O mi calzava male.
Ero insoddisfatto, certo, ma ogni tanto capitava di essere nel posto giusto e lo sentivo. "Qui va bene, qui ti puoi fermare", mi dicevo
La sensazione durava poco e l'altrove tornava ad assillarmi in fretta, però quelle erano finestre di speranza affacciate su di una geografia che mi apparteneva. E che mi spingeva ancora una volta a proseguire.
Andare oltre.
Andare dove. Io sarei stato:
Altrove.
E quella tensione è rimasta, quella forza che a volte non posso contrastare, a meno di pagarla cara. E rimanere privato di un pezzo di me, laddove forse avrei potuto trovarlo.
Non so se continuerò così per il resto dei miei giorni, e se questa sensazione di lontananza sia più una condanna che una risorsa, ma so che una volta si tramutava in malinconia, perché spesso non avevo i mezzi per spostarmi fisicamente, per assecondare il pellegrinaggio. Quindi adesso, quando il tempo e i mezzi li ho, non voglio più rinunciare alla ricerca. Non posso permettermi di tornare indietro prima del tempo.
Quando mi sono rimesso lo zaino in spalla e sono sceso fino al bivio incontrato prima non avevo ancora bene messo a fuoco il disegno finale della giornata ma ho deciso di fare un assaggio: mi sarei incamminato per qualche buon passo sulla cresta verso il Monte Rotondo e, poi, se l'avessi reputata una scelta da matti, me ne sarei tornato indietro da dov'ero venuto.

Si pensa che l'ora sia tarda, che la strada sia lunga, che il corpo potrebbe non gradire e l'acqua magari non basti. Si pensa. Ma la decisione che mi ha fatto scegliere di puntare dritto verso quello che era meno logico e conveniente non nasceva dai pensieri.
In breve ho iniziato a seguire il filo della cresta salendo e scendendo dalle sue torri di roccia ed erba, provando gioia e sentendomi di nuovo al mio posto. Lontano. In quell'altrove solo mio.
Avevo preso quella strada ripensando anche alle parole di Mario, che mi aveva detto di aver dato un occhio alle catene del percorso e mi aveva rassicurato sul fatto che fosse segnato. Non avevo letto alcuna frase di una qualsiasi relazione su quel tragitto, quindi mi stavo abbandonando a qualche sensazione, a delle parole di cui mi fidavo ed a come pareva stesse per evolvere il meteo.
Grandi nuvole dal versante Lecchese si stavano scontrando con la linea di cresta, innalzandosi in pennacchi di vapore e rimanendo dal lato da cui provenivano.

Cresta_collegamento_Pizzo_Alto_MOnte_Rotondo-Val_Varrone_Valsassina_Lecco-percorso_attrezzato

Avevo già visto spesso quel fenomeno e mi ero sempre accorto che quel tipo di nuvole non sconfinavano mai invadendo la cresta. Come un'onda continua si infrangevano sulle rocce, arrovellandosi, disgregandosi e riaggrendosi ma senza mai costituire un vero problema alla visibilità.
Per quanto mi riguardava aggiungevano un tocco evocativo allo scenario che mi circondava.
Il percorso non è difficile, impegna abbastanza e ogni tanto c'è da usare le mani ma in genere si va belli spediti e le catene, non sempre necessarie, sbucano fuori in ogni tratto delicato. I bolli invece non sono molto evidenti, a tratti se ne scorgono tre o quattro nel giro di pochi metri, alcuni vecchi e sbiaditi, altri più recenti, però in genere bisogna stare all'occhio e stanarli nei loro nascondigli d'erba e ombra.
Certo è che la linea da seguire è immancabile e anche se ho perso i riferimenti della segnaletica un sacco di volte, li ho poi ritrovati senza finire in luoghi tanto incasinati.
Ogni volta che mi voltavo a guardare la cima del Pizzo Alto la vedevo sempre molto vicina a me, come se mi seguisse o come se non riuscissi a staccarmene.

Cima_Pizzo_Alto-Valsassina-Val_Varrone-montagne_Lombardia-trekking-prealpi_Lecchesi-profilo

Con le nubi che gli vorticavano su un fianco sembrava davvero una torre inespugnabile, una roccaforte pronta a scrollarsi di dosso chiunque avesse avuto l'idea di calpestarla. Era per quello che l'avevo sempre corteggiato, l'ho già scritto ma mi rendevo conto che si trattava di un'apparenza. Appena sotto la sua cima, oltre il bivio, avevo incontrato nuovamente la pecora incrociata all'andata. Si era spostata e ansimava malferma sugli zoccoli in mezzo al primo tratto di sentiero. Credo sarà morta quel giorno stesso e quando l'ho sorpassata per la seconda volta l'ho accarezzata per dirgli addio.
No, il Pizzo Alto non era esattamente inespugnabile. Però ha una forma splendida e quella non gliela toglie nessuno.

La metà del tragitto credo sia segnalata dal grosso omino di pietra su di uno spiazzo d'erba piano.
Quando l'ho incrociato e superato avevo ancora addosso tutto il buonumore di cui sono capace.

Cresta_collegamento_Pizzo_Alto_MOnte_Rotondo-Val_Varrone_Valsassina_Lecco-percorso_segnato

Il Sole mi stava per abbrustolire un braccio ma ero troppo pigro per prendere la crema nello zaino e troppo assorto a fotografare quello che scoprivo ad ogni passo.
Non ero molto convinto di voler scendere di nuovo dal Monte Rotondo e rifarmi il sentiero Cadorna fino all'alpe Fraina per poi tornare a Premana. L'avevo già fatto due settimane prima e per quanto fosse comodo era anche molto lungo. Quindi stavo ragionando dove avrei potuto levare il disturbo e tagliare via la cresta prima del tempo.
In fin dei conti il tratto impegnativo mi sembrava di averlo già fatto e la vetta del Rotondo era ancora parecchio distante. Da un momento all'altro ho sentito che avrei completato le soddisfazioni della giornata con un bel fuoripista a ricongiungermi col sentiero che passa alla base della cresta, quello che attraversa l'alpe Caprenico e che ora risultava coperto dalle pendici irregolari e strapiombanti sotto di me.
Quando sono arrivato alla Bocchetta di Taeggio e ho visto i cartelli che indicavano Premana, giù a capofitto verso il nulla, non c'ho pensato su molto per seguire la direzione.

Il cartello della boccatta compare davvero all'improvviso ma francamente avrei dovuto dubitare di lui e delle sue frecce da subito.
Esiste?
Ultimamente con cartelli e segnali ho un rapporto particolare, nelle mie recenti uscite ho descritto queste stranezze ma le traiettorie verso valle segnate alla Bocchetta di Taeggio sono davvero una follia.
Oltre alla direzione per Premana è segnalato un bivacco a venti minuti di cammino e l'alpe di Taeggio a quaranta. Il bivacco non si vede ma l'alpe sì e già dall'alto sembra non se la passi come il giorno dopo l'inaugurazione. Pare sfondata e depressa e se avessi dovuto basarmi solo su quell'indizio era meglio se me ne fossi rimasto dov'ero.
E invece sono sceso.

Baite_di_Taeggio-Val_Marmino-bocchetta_di_Taeggio-Val_Varrone-Valsassina-Premana

Con quella stessa forza attraente con cui mi ero messo a camminare in cresta ora ne stavo uscendo e stavo andando giù, da qualche parte.
Le pendici della Val Marmino, segnate dalla Kompass, viste dal vivo fanno ripassare al corpo le capacità di equilibrio sugli scivoli. Non so se sia un gioco fatto da ogni bambino, ma da piccolo scendevo dallo scivolo anche di corsa, oltre che con le chiappe.
Ecco, stessa sensazione. E stessa inclinazione. Quello che cambia è che sotto i piedi non c'è il metallo ma una distesa di infiniti ciuffi d'erba filamentosi, pronti a favorire qualsiasi ruzzolone del malcapitato.
Credo di aver piantato le racchette nel terreno con così tanta forza da averlo fatto urlare e, comunque, il problema non è che si sta percorrendo un ottovolante al contrario ma che i segni del tragitto, dopo i due iniziali, spariscono.
C'è una sola parola che mi viene in mente ricordando quel percorso: TRAPPOLA.
Una stramaledetta trappola per escursionisti stronzi.
La Val Marmino credo sia abbandonata anche dai camosci. Il bivacco c'è, sta dietro una colonna di roccia che lo copre alla vista, ma quando uno lo vede decide che non ci passerà nemmeno la prima notte da morto.
Dato che l'ho raggiunto posso testimoniare che è mezzo crollato, riempito di panche accatastate nella sua metà ancora integra e tetro come la casa della famiglia Addams dopo che ci è passato un serial killer.
Inoltre, tanto per farmi sentire ancora più asino, un altro cartello con le sue schifosissime frecce indica la direzione per il sentiero Cadorna, a due ore e trenta di cammino da lì, come se essere sceso di duecento metri di quota mi avesse proiettato in un'altra dimensione, lontano da tutto e con le lancette dell'orologio che intanto avanzavano verso la sera.
In quel momento ho pensato: "Ok, sei ufficialmente in una situazione di merda".

Perché mi alleno anche quando tornano a casa tardi, dopo le ore di lavoro, ridotto ad un fazzoletto nella tasca di un moribondo?
Posso elencare tante ragioni ma quel giorno mi è stato chiaro quanto sia stato importante farlo sempre, con la costanza di un maniaco.

Ovunque volgessi lo sguardo intorno al bivacco mi veniva lo sconforto.
Andando in basso la valle pareva accartocciarsi in un budello ripido che non prometteva nulla di buono.
Volendo proseguire fino alle baite di Taeggio il percorso non aveva alcunché di evidente e anche ad arrivarci poi non avrei saputo che fare. Tornare da dov'ero disceso significava farsi una salita da mandare in ammutinamento le gambe, mentre proseguire verso la direzione del sentiero Cadorna, per quanto distante, mi è sembrata la scelta migliore. Almeno perché all'inizio pare esserci una traccia impressa nel fianco della montagna.
Ho guardato e riguardato la Kompass in uno di quegli stati d'animo in cui spero sempre mi illumini la via nel mondo reale. Ma per quanto osservassi una sottile linea tratteggiata stampata sulla carta, ogni volta che alzavo lo sguardo e cercavo la sua proiezione nel terreno vedevo solo erba a strapiombo, rocce e disordine.
Alla fine l'ho rimessa nello zaino e mi sono dato una strigliata. Se non volevo passare la notte in quel buco rognoso era meglio iniziare a fare qualcosa, qualsiasi cosa, come per esempio camminare.
La traccia che sembra esistere ad est del bivacco è un'ennesima illusione della Val Marmino. A percorrerla si risolve in un intrico di rododendri, e basta qualche passo per capire che in realtà si stà camminando su un bel niente di niente.
Ho scavalcato dei pinetti abbattuti da qualche valanga invernale e sono avanzato fino ad arrivare al termine di quel miraggio nel deserto.
Ero su una delle dorsali secondarie che si staccano dalla dorsale principale e a guardare davanti a me non c'era nulla per cui sperare di proseguire. Se fino a quel momento avevo camminato attraverso il disordine ora mi trovavo al cospetto del caos: pietraie, prati scoscesi, distese di erbusti e passaggi che mi avrebbero fatto strizzare lo stomaco giocando col vuoto.
Certe situazioni si possono mettere in conto sapendo che dopo c'è la certezza di un territorio sicuro, ma non era quello il caso.
In lontananza potevo scorgere le pendici su cui era inciso il Sentiero Cadorna e quella vista mi ha messo quasi tristezza. L'avrei davvero raggiunto quella sera?
Di sicuro a continuare a compatirmi no.
Mi ero ficcato io in quella faccenda e anche se avevo date per buone delle vecchie frecce del Cai, ero stato io a decidere di seguirle.
Di energie ne avevo ancora e quelle stesse energie le avevo valutate alla Bocchetta di Taeggio. Avevo sentito chiaro che se il percorso mi avesse ingannato avrei avuto una riserva a cui attingere per risalire in qualche modo. Non potevo andarne certo ma a voler esplorare con il conforto delle certezze non avrei scoperto mai nulla.
Quindi mi andava bene anche così. Può capitare di trovarsi in un vicolo cieco e, se capita, essere allenati torna utile.
Lo sforzo maggiore è convincere la mente a non abbandonare ogni volontà, per cavarsi fuori dai guai.
Appena mi sono scosso e ho iniziato a risalire una traiettoria meno ripida di tutte le altre intorno, ho avvertito quasi una resistenza fisica da parte della ragione. Come se un pezzo di me accettasse di buttare lo zaino a terra e riposarsi a tempo indeterminato, incurante delle temperature notturne, del cellulare che non prendeva neanche una mosca, e del fatto di non avere con me lo spazzolino da denti, il pigiama e le pantofole.
Credo che la rabbia per quella stupida resistenza interiore mi abbia spinto a non fermarmi e puntare dritto a quella che immaginavo essere la cresta principale, o almeno un luogo molto vicino ad essa.

Con gli anni ho scoperto un trucchetto parecchio valido: nell'incertezza mettere in conto di trovarsi sempre in una situazione peggiore di quella sperata.
Come dicevo all'inizio di questo lungo racconto, il cervello rettile esegue quello che la mente superiore progetta. Quindi se si riesce a domare la stramaledetta mente superiore il cervello rettile organizzerà il corpo come un comandante con le truppe, motivandole a non abbandonare il campo di battaglia.
Quando sono sbucato sulla dorsale che avevo sopra la testa, poco prima di raggiungere la sua linea sommitale, ho scorto uno sbiaditissimo bollo rosso scrostato su di una roccia.
Sono quei segni che a vederli in condizioni di fatica elevata, con il cervello immerso nell'anidride carbonica e le lancette che sono avanzate di un'ulteriore mezz'ora, fanno sorridere anche la statua di Brontolo.
Ah-ha ho detto senza aprir bocca, "allora c'ho preso!" e mentre buttavo veramente lo zaino a terra per tirare il fiato e accennare al passo di danza più lento della storia ho lasciato da parte i dubbi e le incertezze: ne ero venuto fuori. Salvo! Porca di quella zozza sfondata maiala e puzzona.
Forse avevo anche una galletta di farro da sgranocchiare e pure un pezzo di cioccolato che si era salvato dalla mangiata sul Pizzo Alto.
Che gran signore, mi ero gettato nel pozzo e dal pozzo ero risalito. Comunque fosse andata sentivo la soddisfazione premere nella gola e illuminarmi gli occhi. Così, quando ho puntato una lieve gobba del suolo che mi stava coprendo la vista del Monte Rotondo, ero già pronto ad affrontare qualsiasi mostruosa elevazione della cresta. Non mi avrebbe fermato più nessuno.
Solo che.
Una volta raggiunta la sommità di quella gobba.
Il Monte Rotondo, davanti a me, NON C'ERA.

Il detto "far cascare le braccia" lo si può davvero provare.
Davvero.
Ma davvero.
Braccio destro, poi braccio sinistro. Li ho sentiti cadere a terra anche se stavano ancora attaccati alle spalle. E frantumarsi al suolo.
Duemilaquattrocentonovantasei metri di montagna.
Dove stracavolo erano finiti?
Di fronte a me, oltre quella sommità su cui ero giunto, la dorsale precipitava giù da basso, da qualche parte che non aveva nulla di rassicurante.
E' stata una delle sensazioni più strane da quando vado in montagna.
Non poteva essere, era incredibile che non riuscissi ad uscire da quella maledettissima situazione. Cioè, mi son detto con calma, vuol dire che il Monte Rotondo non è più lì?
Quando ho realizzato che ovviamente stavo sbagliando i riferimenti, la mia testa ha avuto un giramento. Una cosa da tenermi saldo, da socchiudere gli occhi e stringere i denti.
Mi sembrava di aver varcato una soglia e innescato una reazione avversa del territorio. Fantasie, sicuro, ma mi sentivo messo alla prova.
Il Monte Rotondo era alla mia sinistra, così lontano e incappucciato tra le nubi che pareva un'altra nazione, un altro pianeta e una cosa che non volevo raggiungere.
L'ho osservato inebetito. E mi sono sentito piccolissimo. Ero finito insomma su un'ulteriore costa della cresta principale e, guardando dietro di me, la salita andava su dritta e spietata, fino al percorso ufficiale, quello che avevo abbandonato e su cui ora sarei dovuto risalire, per poi continuare tra saliscendi fino alla cima del monte, fino a quella che mi pareva una lontana salvezza.

Cresta_collegamento_Pizzo_Alto_MOnte_Rotondo-Val_Marmino-Valsassina-Lecco-Premana

Grosso modo la zona da cui sono sbucato e da cui sono dovuto risalire. La foto è stata scattata dalla cresta principale, quando ormai c'ero giunto sopra e la Val Marmino era tornata finalmente a starmi sotto.

 

Ho parlato di allenamento ma di solito si intende quello del corpo. Però allenare il corpo, soprattutto in quelle giornate dove l'unica possibilità sensata sembra essere tornare a casa, mettere qualcosa in pentola e poi leggere un libro poco impegnativo, allena anche molto di più.
Crea qualcosa di duro nell'animo.
Non lo dico con enfasi, sinceramente. E' così.
L'ho scritto già altre volte, una in particolare, si tratta della solita alchimia. Trasformazioni.
La fatica diventa forza, la rinuncia possibilità.
Così capita che il sentirsi sfiniti, ad un certo punto lascia spazio al piacere di uno sforzo, i muscoli si contraggono e sentono di poter vincere la resistenza. La stanchezza svanisce, il corpo prende il sopravvento, la mente asseconda l'energia. D'un tratto non è più un supplizio esser lì tra macchinari ed attrezzi, è quasi un piacere: far risorgere le ossa e la carne dalle sabbie in cui erano cadute, immobili troppo a lungo su di una sedia, davanti ad un monitor, dimenticate.
Non si può trascurare il movimento. Rimanere fermi è tipico delle salme all'obitorio e rinunciare all'esercizio fisico è rinunciare alla vita.
Quello che si ottiene non sono solo muscoli, che per quanto possano assecondare la vanità maschile, servono comunque, ma si ottiene anche qualcosa d'altro: la disciplina, e lei ha un grado d'importanza maggiore nella scala dei valori.
La parte dura dell'anima.
Io non sono disciplinato nei nove-decimi della mia costituzione, basta entrare a casa mia per capirlo. Però casa mia non è importante come andare in montagna. Potrò essere più equilibrato in futuro, se avrò abbastanza volontà per tentare di esserlo, e lo voglio, ma la disciplina di cui parlo oggi è riferita a ciò che per me ha un valore assoluto:
andare in montagna significa uscire dall'in-fermità, cioè ricordarsi ogni volta di santificare il corpo, la nostra porta di collegamento con la natura circostante, Lei che è la nostra culla, la nostra umana origine.
Per me non esiste connessione più importante. Con o senza cavi.
Uomo-ambiente.
Andare in montagna è un pretesto.
Esplorare un nuovo percorso ogni volta, immaginarlo e percorrerlo, è un pretesto.
Cerco la mia porta di collegamento. Per entrare nel mio tempio, sentire di essere nell'unico posto giusto.
Nel mio Altrove.

Cresta_collegamento_Pizzo_Alto_MOnte_Rotondo-Val_Varrone-Valsassina-Lecco-trekking-montagne_Lombardia

Alla fine su quella dannata cresta ci sono sbarcato di nuovo.
Stanco ma con ancora il Sole alto in cielo e le nubi che avevano rinunciato il loro assalto definitivo alle rocce sommitali, pur continuando ad infrangersi contro.
C'era ancora un bel pò di strada da fare ma almeno non stavo più avanzando a caso, potevo vedere la fine, scorgerla attraverso gli squarci che si aprivano intorno la madonnina nera del Monte Rotondo.
Il paesaggio era grandioso, nessuno sulla via, il vento che sbattacchiava le fettucce del mio zaino.
Non ero felice, nè soddisfatto, nè qualsiasi altra cosa, ormai ero solo stanco. Pensavo ad andare avanti e quando i bolli del percorso sono stati inghiottiti dal nulla per l'ennesima volta, camminare a vista su di un tratto esposto, tra una guglia e l'altra, non mi ha fatto più molto effetto. Che andasse come andasse, prima o poi sarebbe finita.
E sono qui a scrivere, tanto per dire che è finita bene.
Quando rivedrò Mario gli racconterò di tutte queste peripezie, magari prenderà una tolla di vernice e darà una ripassata ai segni bianchi e rossi. Se il lavoro lo farà lui sarà sicuramente ben fatto.
Il vento sulla cima sembrava volesse portarsi via anche la luce del giorno.
Ho scattato la foto qui sotto mentre scendevo, con la mia ombra riflessa nelle nebbie, in basso a destra, incorniciata da un arcobaleno circolare. Mia madre mi aveva chiamato al telefono per sapere se fossi ancora vivo e così mi sono accorto che erano le sette di sera.
A le siete de la tarde.

Monte_Rotondo_cima_Valsassina_Panorama-Valtellina_ValVarrone-trekking-tramonto

Una delle giornate più lunghe dei miei ultimi anni.
Per come è andata, una delle più importanti.
A Premana invece ci sono arrivato alle nove passate e togliere gli scarponi avrebbe richiesto una ghiacciaia dove infilare subito i piedi. Mi sono accontentato di un pò d'acqua fresca e me la sono filata via alla ricerca di un pezzo di cibo qualsiasi da masticare.
Mentre mangiavo una piadina con dentro i primi quattro scaffali di un frigo, sono rimasto a fissare una stella allineata al quarto di luna visibile quella sera.
Il cielo era pulitissimo, nella piazzetta del paese si sentivano le voci dei ragazzi seduti ai tavolini o su qualche panca. Ogni tanto passava un motorino.
Queste sono cose per cui amo.
E ricordare mi rende felice che questi ricordi mi appartengano.
Tornerò da quelle parti per altre montagne ma mi sono ripromesso anche una cosa: dedicare un'intera giornata ad esplorare la Val Marmino.
Ho la sensazione di avere un conto in sospeso con lei e che se mi fossi fidato di un vago presentimento avvertito al bivacco di Taeggio, forse avrei trovato davvero il sentiero per scendere.
Quel giorno lo saprò.
Per ora va bene così.
Va bene esser tornato.

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