L’ultramontagna solitaria. La Cornetta da Moggio.

Più passa il tempo e meno vedo di lamentarmi.
Su cosa dovrei questionare quando si va incontro a montagne come questa?

La_Cornetta-Montagne_provincia_Lecco-Orobie-Lombardia

Le hanno appioppato un nome davvero molto evocativo: La Cornetta, ma qualsiasi nome o soprannome abbiano deciso di darle per me rimane una ultramontagna.
Una personalissima Ultramontagna.

Ultramontagna deriva da un felice racconto breve che ho letto su vividolomiti.it, scritto da Federico Balzan. E, ricollegandomi al significato del racconto, prendo quel termine per indicare tutte le cime che si avvicinano al mio ideale di salita: un territorio impervio, solitario e non segnato, dove per muoversi bisogna trovare la propria traccia.
Faccio una gran fatica ad identificare le mie possibili ultramontagne. Alcune sere passo ore a girare intorno alla mappa di un territorio sperando che da quel groviglio di macchie, linee e colori si componga  un ordine nascosto, una specie di soluzione, il ricongiungersi di indizi sparsi che induca a considerare un solo nome, una sola vetta.
So che l'inizio del mio cammino su di una montagna parte da quelle sere, quasi sempre il giorno prima di un'uscita. E, a volte, ho la sensazione che la parte più faticosa di un'uscita sia proprio nella sera che la precede.
Se il mosaico si ricostruisce e la montagna si fa avanti sulla carta, non è necessario puntare il dito. La osservo soltanto con una nuova sensazione, come se fosse isolata dal resto, dalla confusione circostante, persino da suo stesso nome. Magari vado a cercare delle informazioni che la riguardano, qualcosa di pratico: che strada fare, dove parcheggiare, cosa evitare. Ma le mie gambe, il mio corpo, tutto ciò che non è la mia mente catalogatrice e programmatrice, è altrove. Si sta preparando.
Nonostante la vita sia tutto soddisfazioni e sorrisi, capita ogni tanto che non sia così.
Alcune sere giro a vuoto e la cartina è muta. Muta come un pesce scolpito nella roccia. E non so bene che razza di giornate seguano a quelle sere. Non lo ricordo o non mi ci sforzo.
Tuttavia, spesso, la cartina parla.
Gli ingranaggi si mettono in moto e anche se alcune chiamate sono sconvenienti, non sono rifiutabili.
Ormai ho capito come funziona. E' la vecchia, logora storia della pallina che gira dentro un imbuto. Potrà girare finché vuole ma alla fine dove dovrà mai cascare?

Ho preso su le mie cose da giornata di Sole e pioggia in primavera e, finite le procedure standard di cui la seconda più importante è la colazione, ho messo la rotta verso Moggio.
A Moggio c'è il paese omonimo e anche un parcheggio, un chilometro circa dopo il piazzale della funivia, dove fermare tutte e quattro le ruote della C2 e iniziare ad usare le gambe.
Quella parte del tragitto la conosco, l'ho già fatta un paio di volte e il sentiero che parte dal parcheggio è quello strasegnalato verso i Piani d'Artavaggio.
Ora che lo scrivo mi è evidente il contrasto con lo stato d'animo dell'autunno scorso, quando ci avevo camminato sopra insieme ad un mio amico e non cercavo altro che un tragitto sicuro, immancabile, soltanto per poter mantenere l'allenamento mentre mente e corpo si erano ritirati dall'avventura.
Conosco anche quei momenti e so che non ci devo andare contro. Prima o poi gli ordini si mischiano, si capovolgono i fluidi, e arriva un giorno di primavera dell'anno dopo che la voglia di essere in alto, da solo, porta quasi a correre.

Il bosco che si attraversa lo adoro ma quel giorno l'ho avvertito quasi con fastidio.
Alcune zone ombreggiate, il verde pulsante dei faggi, il disegno dell'acqua nel torrente sotto il sentiero.
Ok, se avessi avuto tempo avrei passato l'intera giornata a scattare foto là dentro ma era proprio quello a darmi fastidio: il richiamo di una sirena, nel suo completino ittico più seducente, che stava turbando la motivazione principale. Avevo la macchina fotografica a tracolla, la volevo usare, ma ogni articolazione e muscolo del corpo ha tirato via dritto lasciandomi con un bel pugnetto di nervoso nel cervello.
In fin dei conti avevano ragione loro, le foto quella mattina dovevano coincidere con la meta e sul futuro gravava il meteo, che aveva previsto pioggia nella zona a partire dal primo pomeriggio.

Quando mi sono lasciato le ultime chiome di alberi dietro lo zaino e ho iniziato a calpestare l'erba dei Piani d'Artavaggio mi sono sentito sollevato. Ora sapevo che ciò che avrei fotografato iniziava a coincidere con quello che dovevo fotografare.

Chiesa_piani_d_Artavaggio_Lombardia-montagne-Valsassina-Lecco

 

Ho tagliato tutto il tagliabile per sbrigare la pratica rifugio Nicola e rifugio Cazzaniga-Merlini.
Dopo il Cazzaniga il percorso diventava una "prima volta" quasi assoluta.
Non del tutto assoluta perché quattro anni prima avevo dormito una notte d'autunno al rifugio e avevo fotografato la notte e l'alba girovagando nella zona.
Di quel tempo, la foto che gli rende giustizia è questa:

rifugio_Cazzaniga-merlini-piani-artavaggio

Il Sole era già sorta da un'ora e stavo rientrando per la colazione mentre io e il mio cavalletto ci trovavamo sulla Cima di Piazzo.
Adesso, nel presente, stavo camminando sotto quella stessa cima, con gli scarponi che affondavano in un tappeto di neve primaverile, tentando di capire come non sprecare troppi passi a cercare la via giusta.
In realtà, tenendosi il rifugio alle spalle e andando dritti verso nord ci si immette sicuri sul sentiero 101, il sentiero delle Orobie Occidentali, l'autostrada che a seguirla tutta si arriva ai Piani di Bobbio giusto in tempo per il pranzo.
Secondo la mappa avrei dovuto seguire quel percorso fino ad un incrocio e, a quello, lasciare i tragitti segnati per andarmene a gran caso ancora verso nord.
L'incrocio dovrebbe essere la Bocca di Campelli e su un palo stanno appese un pò di frecce che dicono di andarsene dove pare eccetto che a nord. Non che mi aspettassi che La Cornetta fosse segnalata, però ammetto che almeno una schifezzuola di traccia sul terreno credevo di trovarla.
In realtà, ad attivare le proprie tecniche di contrasto selettivo nella retina, una cosa che pare una linea nel terreno sembra esserci, per sparire nel nulla cento metri dopo che si è iniziato a seguirla. Dopodiché, per quanto mi riguarda, l'unico segno di passaggio dell'uomo nel territorio antistante, è stato un omino di pietra mezzo crollato, trovato un'ora dopo sulle pendici della Cornetta.
Direi un gran giorno per l'orientamento. Iniziato in maniera imbarazzante quando, probabilmente per una temporanea mancanza di glucosio, ossigeno e affetto combinati, ho scambiato per un lungo momento lo Zucco Campelli con la mia meta.
Un pò come gridare mamma e abbracciare un cactus nel deserto dopo che l'ultima goccia d'acqua nell'organismo è diventata vapore.
Lo Zucco rimane sulla sinistra, dalla parte del cuore, la Cima di Piazzo sulla destra, a tribordo e tra loro, gigante e solitaria, c'è un enorme conca, dove La Cornetta svetta in fondo, separata da tutto e da tutti, esattamente come i miei sogni l'avevano disegnata.

In certi momenti la scenografia fa la differenza. Il gran tecnico dell'illuminazione, che muove il Sole e le nuvole, ha pensato che quando fossi sbucato sul bordo della conca il profilo della Cornetta dovesse essere in ombra, mentre la luce riempiva ancora la mia zona di riflessi accecanti.
Ecco, non ero proprio sicuro che quella splendida protuberanza di roccia e prati inclinati fosse davvero dove dovessi andare, però l'ho deciso comunque, così, in quell'attimo. Se anche avessi letto un nome diverso sul citofono, prima della salita, mi andava bene uguale. Cornetta o altro, dovevo salire su quella specie di puntina che scorgevo sull'arco sommitale. Il cappello posto sulla cima.

Cima_La_Cornetta_montagne_lecchesi_bergamasche_Valsassina_Orobie_Lombardia

Da lì partiva la forza magnetica che mi stava facendo entrare nel suo regno, in una giornata che aveva perso il buonumore e si stava avviando al grigio plumbeo della pioggia.

Una Ultramontagna, per me, non è un appellativo che vale per sempre riferito alla stessa vetta.
Una montagna può essere il mio ideale con la neve, e magari venti gradi sotto zero pronti a congelarmi anche l'acqua nello stomaco. Però in estate, anche se la montagna è la stessa, quando il bianco si è sciolto e da qualsiasi parte la si prenda, la cima sembra venirmi incontro, il fascino dell'arrivare, del mio congiungermi col suo punto più alto, si spegne. Non è mai un encefalogramma piatto ma quelle che sono per me salite speciali hanno qualcosa di diverso.
Molto diverso.
L'ho già scritto una volta, parlando della Gamma 2 e di quel giorno che finalmente ne sono uscito sopra, passandoci attraverso: la roccia che trasmuta, l'alchimia in atto.
L'Ultramontagna è quella che fa sentire diversi dopo averla toccata. Dopo essersi lasciati trasformare dalla sua materia.
Non è la montagna in se, non sempre, quello che conta sono le sue condizioni in quel momento. Ed anche le mie mentre provo a salirci sopra.
Nel percorso che dal basso porta in alto può avvenire qualcosa di grande. Può succedere che la paura attraversi la pelle, ed entri in ogni cellula del corpo, può succedere che una scelta sia giusta, o pessima, può capitare che nel pozzo scuro delle sensazioni tristi l'acqua diventi improvvisamente limpida, mentre la fatica cancella i pensieri, lentamente.
Può succedere.
Qualsiasi cosa ma alla fine si è davvero diversi rispetto l'inizio.
Quando questo accade e quando accade in modo così evidente da non lasciare dubbi, spesso quella è un' Ultramontagna.
La roccia che trasforma.

Avvicinarsi e andare sulla cima della Cornetta non prevede istruzioni.
Nessuna informazione impressa nel terreno, almeno per quello che mi sono trovato io sotto le suole. Forse la neve a macchie, sulle pendici e sul fondo della vallata, ha coperto qualche riferimento ma sospetto che non ci sia una mazza di niente per nessuno, laggiù. D'altronde non è che ci sia tanto da discutere, basta guardare dritta negli occhi la vetta e andarci incontro.
Altro tocco da gran designer dei pilastri di roccia: il Dio ispirato, che ha ficcato nel terreno la torre a protezione della cima, si becca tutti i miei applausi dell'anno.

Cima_La_Cornetta_percorso_di_salita_sperone_di_roccia

Grosso modo, il percorso di salita.

 

Non so, mi è parso di essere una pedina piccolissima su di una scacchiera enorme e quella colonna verticale l'ho avvertita come un arrocco. Una mossa a difesa del Re, o della Regina, magari messa in atto appena prima del mio arrivo sullo scenario.
Un messaggio del tipo: "questa non è per te! Ed io la proteggo".
Mi son detto che era meglio scegliere un profilo basso ed evitare spacconate per non provocare qualche altra manovra ciclopica.
La mia idea è stata di tenermi sulla dorsale della conca fino ad arrivare al cospetto della torre difensiva, poi aggirarla verso l'esterno e vedere cosa stracavolo nascondeva dietro.
Certo, ci sono piani più articolati a questo mondo, ma il mio, per quel giorno, mi andava benissimo.
Tra l'altro non è che passare sotto quel muro invalicabile sia proprio una passeggiata sbarazzina. L'erba è tutta piegata verso il centro della Terra, quasi a ricordare quale sia la direzione della gravità. Ed è parecchio piegata. Quella mattina aveva anche finito di darsi una bella lavata, non aveva usato il sapone ma tanto bastava per apparire scivolosa come se l'avesse usato. Qui e là oltretutto, camminando sulle roccette affioranti, capitava di dover attraversare qualche canale zeppo di neve. Nulla per cui valeva la pena di prendere la coda, metterla fra le gambe e tornare indietro, però sono momenti delicati, a volte. Momenti in cui gli scarponi sembrano camminare su delle assi galleggianti.

Finiti i preliminari, oltrepassando sua maestà di pietra, non sembra che le cose migliorino, almeno in quanto a chiarezza sul da farsi.
Posto che fossi riuscito a mettere da parte un pò di serenità, fino a quel momento, l'ho sentita annaspare quando ho alzato un occhio e un sopracciglio verso quello che ora si parava davanti.
Non è che si può essere proprio nel pieno della gioia quando il cielo sembra doverti riversare sulla testa qualche sua personale pentolata d'acqua, il terreno è una distesa di erba a scivolo e nella mezz'ora precedente avevo ricevuto due chiamate, a distanza di pochi minuti l'una dall'altra, per avvisarmi che era morto un mio parente e una persona che c'entrava col mio lavoro.
Non era il momento di far entrare in scena delle questioni personali, per quelle ci avrei badato, in abbondanza, al rientro. Però l'idea di segnarmi un post-it per ricordare di tornare sulla Cornetta mi è venuta.
Mollare la presa, girare le punte e levarmi di mezzo.
C'ho pensato si. Ho anche tirato una profonda sorsata alla borraccia per prendere tempo.
Alla fine, dopo un consulto tra le varie sensazioni che girovagavano tra gambe, schiena e cervello rettile, ho fatto come altre volte: ancora un pezzetto di salita, qualche decina di metri in alto, se poi avesse iniziato a cadere qualche goccia dal cielo o non avessi proprio capito nulla di come interpretare la via, si tornava a casa.

Credo che il segnale che mi ha convinto a proseguire sia venuto dallo Zucco Campelli e dalle nubi che l'avevano avvolto sulla sommità: girandomi per tenerle d'occhio le ho viste dileguarsi in stracci fluttuanti di vapore.
Mancavano parecchi elementi per farmi sentire rilassato come a leggere Meridiani Montagne seduto sul divano, ma ero lì apposta per quello. Uscire dalla comodità, dal prevedibile, dare spazio a quella parte di natura che 1500 metri più a valle non trova mai il suo compimento totale.

Cima_La_Cornetta_via_di_salita_finale-traccia-percorso

Altra probabile via di salita.

 

Ho iniziato ad acciuffare l'erba con le mani e tirarmi su per qualche roccia, sentendo che la convinzione di fare la cosa giusta prendeva il sopravvento nella cabina guida.
La zona da attraversare qui diventa un piccolo labirinto di possibilità. Alcune da scartare e buttare senza pensarci, altre un pò meno pessime.
La pendenza aumenta rispetto a prima, le scelte si assottigliano seguendo la forma del terreno. L'omino di pietra, di cui parlavo in precedenza, mi è comparso all'improvviso su di una roccia, segnato da tutte le sventure che l'avevano colpito e mezzo abbattuto.
Dopo un tot di tempo, dopo che il caos dell'ambiente ha iniziato a mostrarmi una possibilità al compimento dell'opera e le preoccupazioni si sono staccate dal corpo come piccole scaglie, mi sono accorto che era successo di nuovo...
Mi stavo divertendo.
Nonostante tutto, nonostante il momento, quello era puro divertimento.
La vista più lucida, il passo più veloce, le mani più calde.
Era successo di nuovo. Passandoci attraverso, una montagna aveva modificato la mia chimica.
E qualcosa di più profondo, per cui un giorno forse esisterà un nome.

Quando ho scorto la gobba sommitale della Cornetta ero felice e all'istante ho gettato la sensazione che avrebbe voluto quel divertimento protratto più a lungo.
Non volevo che una minuscola ombra velasse il mio essere lassù. Da solo e con tutto il panorama a girarmi intorno.
Ho dato una carezza al metallo storto della croce sulla cima, limitando le effusioni perché sembra bastare poco per farle male.

Cima_La_Cornetta_Valtorta-Montagne_di_Lombardia-Orobie

Sul metallo c'è impresso il suo nome e l'altezza, come sulla targhetta del proprio cane. Se ci voleva un particolare in aggiunta per rendermela ancora più simpatica, quello bastava e avanzava.
Poi ok, ho dato un taglio a tutte le varie feste, comprese foto e autoscatti quando la prima goccia di pioggia mi è finita sulla guancia. L'idea di scendere da quella punta insieme ad una severa ripassata dal cielo non mi garbava neanche per un momento.
Mi sono consolato con del parmigiano e qualche noce, ho richiuso tutti burattini nello zaino e me la sono svignata.
Tanto lo sapevo che, col mio intuito per le vie del ritorno, avrei cannato la discesa alla grande.
In effetti ho preso la parallela alla via di salita, con la stessa sicurezza con cui potrei puntare un tornello della metro, timbrare il biglietto e passare oltre.
Almeno stavolta me ne sono accorto quasi subito e con qualche manovrina del porco mondo sono tornato sulla mia carreggiata.
La prima scrosciata di pioggia mi ha preso dopo essermi levato di torno la parte ripida della discesa ma, non sapendo quali intenzioni avessero lassù, tra le nubi, sono praticamente sceso sul fondo della conca.
Quasi in piano, quasi, calpestando neve e scoprendo un sacco di interessanti buche semplicemente sprofondandoci dentro, sono ritornato alla Bocca dei Campelli.
La pioggia non mi ha seguito a lungo, però tutta la scenografia del cielo ha iniziato a rimescolarsi come in una grande impastatrice e alla fine non si è trattenuto più nessuno: quando ho attaccato il sentiero dai Piani d'Artavaggio verso il parcheggio, è venuta già la scrosciata del mese.
Gocce così grosse e pesanti che credevo mi avrebbero piegato la testa.
Da sotto la mantella, avendo messo al sicuro tutta l'attrezzatura fotografica dentro due sacchetti della munnezza ben chiusi, non c'era poi molto da lamentarsi. A dirla tutta, in verità, è stato stupendo. Infotografabile, come all'andata, e comunque stupendo.
Tutto ciò non cambiava il senso delle due chiamate che avevo ricevuto ore prima, però quel bosco, il rumore della pioggia tra le foglie, il moltiplicarsi dei colori nella loro pellicola traslucida, tutto questo rendeva l'essere lì, in quel momento, la sola cosa importante.
Anche la polenta e spezzatino mangiata sulla via del ritorno, all'Alva di Ballabio, sono stati una cosa importante.
Qualunque cosa mi fosse aspettata dopo, ora avevo il corpo e la testa in linea per affrontare e capire.

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