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Luoghi magnetici, Carlo Carrà e i confini dell’infinito

Tutti abbiamo bisogno prima o poi di una barca sospesa su di un'acqua immobile, quando la luce sprofonda oltre un monte lontano e la natura si placa, lasciandosi accarezzare dallo sguardo. All'apparenza.
Abbiamo bisogno di un camminamento allungato su di un mare scuro, come un'ultima propaggine calpestabile. E percorrendola allontanarsi dal conosciuto, dal suono dell'attività umana per trapassare nel suono della risacca, come una persuasione all'abbandono piuttosto che un ritorno all'abitudine. Al nostro addomesticato.
Abbiamo bisogno di case abbandonate nel bosco e paesi sul limitare della sera assediati dal cielo e dal mare.
Penso proprio che ne abbiamo bisogno, ovunque si trovino, nella geografia del territorio reale o nella costruzione pittorica di un quadro di Carlo Carrà.

CARRA-CARLO-paese-tramonto

Vicino a casa mia c'è un luogo magnetico.
E' un colle sormontato da alcuni cipressi, a cui si può facilmente accedere da un breve sentiero di terra, sassi e gradini accennati.
I cipressi delimitano uno spazio circolare e oltre quello spazio se ne apre uno vuoto, dentro il quale le nebbie autunnali cancellano i riferimenti, oltre che attutire i suoni e riportare l'attenzione dal fuori verso l'interno.
Di ognuno, l'interno.
Sono in molti che lo attraversano. Si fermano.
Specialmente la sera e specialmente d'estate, ma quel suo magnetismo vale sempre. Indubbiamente più potente nelle ore intorno l'inizio o la fine del giorno.
Non c'è niente da fare, solo ascoltare. Avvertire.
Personalmente io vengo attratto, per questo parlo di magnetismo. Certi luoghi conducono i miei passi e quando mi trovo davanti, quando davvero apro gli occhi, non è un mostrarsi normale, sereno o indolore.
No, ma piuttosto una rivelazione. Sfolgorante e ipnotica da togliere le facoltà di movimento. E distrazione.
So di non essere tanto unico quando provo questo. Giorgio De Chirico descrive un'avvenimento simile riferendosi al suo quadro L'enigma di un pomeriggio d'autunno:

Durante un chiaro pomeriggio d'autunno ero seduto su una panca in mezzo a Piazza Santa Croce a Firenze. Non era certo la prima volta che vedevo questa piazza. Ero appena uscito da una lunga e dolorosa malattia intestinale e mi trovavo in uno stato di sensibilità quasi morbosa. La natura intera, fino al marmo degli edifici e delle fontane, mi sembrava convalescente. In mezzo alla piazza si leva una statua che rappresenta Dante avvolto in un lungo mantello, che stringe la sua opera contro il suo corpo e inclina verso terra la testa pensosa coronata d'alloro. La statua è in marmo bianco, ma il tempo gli ha dato una tinta grigia, molto piacevole a vedersi. Il sole autunnale, tiepido e senza amore illuminava la statua e la facciata del tempio. Ebbi allora la strana impressione di vedere tutte quelle cose per la prima volta. E la composizione del quadro apparve al mio spirito; ed ogni volta che guardo questo quadro rivivo quel momento. Momento che tuttavia è un enigma per me, perché è inesplicabile. Perciò mi piace chiamare enigma anche l'opera che ne deriva.

e il quadro è l'inizio della metafisica pittorica, ovvero un genere che modella il magnetismo, di un luogo, perfettamente.
Metafisica e Surrealismo si richiamano.
La mia collina dei cipressi, quando ne sono dentro, li richiama entrambi.
Non sarà così per tutti, non tutti avvertono, non tutti allo stesso modo, non per forza in quel posto. Ma quando accade equivale allora al superamento del contingente, niente di circostanziato, la struttura del normale diventa più profonda, cede, e un altro sguardo si spinge oltre.
Vede
oltre.
Mi è capitato spesso, a vari gradi e spesso mi è capitato come dentro Palazzo Reale a Milano.
Proprio la mostra su Carlo Carrà, ad un'ora della sera che aveva lasciato le stanze vuote. Soltanto i quadri, gli addetti nei loro completi scuri ed io.
Mi stavo annoiando?
Me lo chiedo perché non era esclusivamente assaporare l'atmosfera delle opere, forse più l'atmosfera dell'ambiente al di fuori delle opere, dove poggiavano i miei piedi e lentamente camminavo.
Una splendida luce dei faretti.
Sono sicuro, molte stanze valevano ai miei sensi più della tela dipinta.
Quello che ora mi fa riflettere è che una certa noia accumulata aveva un carattere funzionale. Doveva predispormi allo stupore, lasciarmi di stucco,
magnetizzato!
Al cospetto di quest'altra sera:

Carlo-Carra-Sera-sul-Lago

La Sera sul lago.

Mi sono fermato, come tutto il tempo, la storia e il sangue nelle vene.
Niente di meno.
Ultimamente era capitato davanti ai territori notturni e romantici di Giuseppe Pietro Bagetti. Ma questa volta andava meglio: il mio mondo e il mondo che osservavo condividevano parecchio.
E' impossibile, se non si assiste ad un quadro, pensare di richiamarlo con una foto. Sono due sistemi differenti e le pennellate in foto non esistono, così come quei colori, quell'opacità in un punto e la brillantezza cangiante altrove. La foto caricata qui è solo un appunto, per indicare la protagonista.
Non è tanto la barca in primo piano e l'acqua immobile, personalmente è il monte sullo sfondo. Così come quella minuscola abitazione ai suoi piedi.
L'elemento magnetico.
Riflessa magnificamente con un tocco di pennello e poco più.
Una presenza attira l'altra, la proporziona:
l'incombente mole del promontorio ed il muro bianco, che raccoglie l'ultimo guizzo di luce del tramonto, come gli specchi orientati al Sole. Segnalano, al pari di un faro. Poi sarà notte.
E la natura andrà mutando, dalla rassicurante immobilità ritratta giungerà l'inquietudine del buio.
Manca poco e tutto lo annuncia. Le oscure pareti del monte sono il primo avamposto sul confine dell'ombra. La notte ha mosso il suo passo.
Solo allora, dopo aver preparato l'animo alla ricerca di una salvezza, la barca in primo piano materializza la sua presenza.
Il significato.
Io sono qui per te.
Spettatore,
per te che sei entrato, ovunque ti trovi nel momento del dipinto,
scrutatore
su questa costa che trasmuta nella fine di un giorno e le ombre sulla sinistra che diventano le ombre a lato del tuo campo visivo.
Dei tuoi occhi.

Carlo-Carra-Sera-sul-Lago-lineaDelleOmbre-PaoloBuffa

Con quel movimento di una mano intangibile che offre, sembrano offrirti l'ultima speranza: la barca galleggia, un remo ti invita all'azione, puoi salire, puoi allontanarti e prima che il buio copra la vista, raggiungere la casa dall'altra parte di dove ti trovi.
Dall'altra parte del tuo mondo.
Naviga, attraversa il confine, riparati dal buio.
Quest'opera è falsamente ferma.
Io realmente immobile.
Mentre il tramonto proseguiva.

Esistono luoghi sacri sulla terra. E nella terra.
Geograficamente raggiungibili, foss'anche con il proprio passo oppure con il passo di qualcosa d'altro. Le ruote di una motocicletta, il volo di un aliante, l'andatura regolare di un cammello.
Altro.
Una posizione, e la loro inconoscibile energia. Come una fonte.
Dove ora sorgono chiese, monasteri una volta erano templi, agglomerati di rocce. Altari monolitici ed eremi nascosti. Culti le cui divinità han cambiato nome ma non la sede.
Davvero una fonte senz'acqua, che modifica chi bagna.
Lo chiamo ingenuamente magnetismo. E' più modesto, più capibile. Ma si tratta di altro, sarebbe più corretto dire
Transizione di fase. Tanto per dare una mano a Wikipedia.
Quando rimango come quella sera a Palazzo Reale, magnetizzato davanti al quadro, ecco, so per certo che quei luoghi sacri, che mutano la struttura interna del proprio sentimento sul mondo, non sono solo geografici.
Quelle fonti nascoste, zampillanti di qualcosa che interagisce direttamente col corpo e la vita, possono essere rivelate dal nulla alla tela, una pennellata per volta.
Delineate da una matita, graffiate vie dalle superfici mute di una pietra, illuminate dalla poesia parola dopo parola, come accendere un lume dietro l'altro fino a sottrarre l'ombra e svelare la forma, nella stanza oscura.
Mi catturano. Io che cerco quelle acque invisibili oltre che in un luogo anche nel tempo, come l'alba. A volte trovo tramonti dipinti, di uguale forza.
Certo è un sollievo: risparmiarsi un'alzata nella notte quando i semafori ancora lampeggiano.
Carlo Carrà mette a segno parecchi di questi luoghi sospesi e per fortuna ho pagato un solo biglietto per saperlo.
Oltretutto ridotto.

Potrei concludere qui ma ho ancora una cosa da dire, veloce.
Una cosa che penso da tanto ma che raramente esprimo, intuendo quanto sia difficile crederci.
In ogni caso il momento si presta.
L'infinito esiste.
Nel mio sistema di valori e fantasie esiste, è più facile, logicamente mi è inconcepibile il finito. Dopodiché, però,  la questione diventa interessante. Perché se l'infinito esiste, e per me esiste,
allora tutto esiste.
Gli elefanti dalle esigue zampe di Dalì?
Le prospettive impossibili di De Chirico?
Loro le hanno rappresentate, hanno aperto una finestra dal nostro mondo su di un altro.
Le Terre sospese di Avatar?
Come le piattaforme volanti di Super Mario?
Esatto, tutto esiste.
Tutto quello che sembra impossibile qui, tutto ciò che chiamiamo fantasy, finzione, horror, immaginazione.
Tutto.
Deve esistere.
Rappresentato o ancora nella mente e che mai nascerà ai nostri occhi, alle nostre orecchie ed a qualsiasi senso.
Ma deve esistere.
Perché se non esiste allora l'infinito ha un termine e il suo confine è proprio quella fantasia impossibile.
Forse non è immediato intenderlo ma da qualche parte, nell'infinito, quegli elefanti camminano ed esiste una zona dove la prospettiva non ha coerenza, le terre volano le une sulle altre ed è normale saltare tra piattaforme fluttuanti, com'è normale per noi accendere un termosifone in inverno e comprare il pane dal panettiere.
Questo è l'infinito.
Almeno il mio.
Ogni quadro collega. Ogni elaborazione che creo, ogni storia che leggo e sento divagare sottopelle, ogni film con i suoi sfondi e le sue genti, sono comunicazioni con infiniti differenti.
Ogni.
Che sia pietra, luci di un monitor, legno dipinto e oro colato, maneggiato da dita antiche e pensato da menti bambine. L'arte estende i confini dell'infinito. Immagina! e un territorio del nulla viene sottratto al nulla.
In qualche modo lo credeva anche Michael Ende e la parola cardine l'ha usata anche lui: Die unendliche Geschichte.
La storia infinita.
L'infanta imperatrice, il Fortunadrago, Fantàsia, Atreiu.
Una barca galleggiante nella sera, un monte e una casa.
Laggiù
ovunque
tutto esiste.

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