Scegliere la propria linea sulla montagna. Monte Rotondo da Premana

Ci sono montagne su cui si viene portati da una serie di indizi.
Non sono indizi tanto significativi la prima volta che li si incontra ma col tempo si sommano e alla fine, tutto questo indiziamento, porta a sputare fuori un nome sul piatto.
Una sola portata.
Come il Monte Rotondo.
In quella mattina di giugno ho deciso che io e lui ci si sarebbe dovuti conoscere per via di tre segni che me l'hanno riportato all'attenzione: il più recente è stato posizionarlo sulla cartina della provincia di Lecco che sto ridisegnando in vettoriale. E fin lì nulla di ché. Se non avergli già messo gli occhi addosso in precedenza, quando mi sono accorto con eccitazione che in quell'area del mondo non ci avevo ancora messo piede, insieme ad altre montagne come il Pizzo Mellasc, il Colombana, il Fraina, il Cassera. Inoltre, un anno prima, una sciura incontrata di ritorno dal Pizzo di Trona, aveva iniziato ad esporre la sua biografia a me e al Pol, mettendo tanta tanta enfasi su quella volta al Monte Rotondo.
Non sono cose che ricorderò in punto di morte, credo, ma mi sono bastate per chiudere il grande libro delle vette da esplorare, la sera prima, e rilassarmi su ciò che avrei fatto il giorno dopo.
Cioè 1500 metri di dislivello circa e una sveglia puntata alle sei del sabato mattina.

Monte, staccato, Rotondo. E' bene intendersi, altrimenti dalla zona della Val Varrone ci si ritrova nel Lazio, a Monterotondo, venticinque chilometri fuori Roma.
Stabilito questo la prima tappa del percorso è Premana. Il paese avvinghiato alla pendenza.
Ci sono già stato più d'una volta, magari per salire al Legnone, ma quando supero un'ultima curva della strada che sale da Taceno e me lo trovo oltre al parabrezza, con il Sole del mattino in controluce, è sempre una sensazione da tirare il fiato e i freni.
Un giorno probabilmente riuscirò anche a fotografarlo da dove mi emoziona tanto, devo solo organizzarmi e lasciare la macchina qualche tornante prima o dopo, visto che in quel punto preciso non c'è spazio nemmeno per abbandonare un triciclo.
Detto ciò ho colto una grande occasione al balzo. Chi inizia un'escursione da Premana è tradizione che lasci la macchina al parcheggio della Camp vicino al centro del paese. Di solito ci si arriva che è già pieno, viste le sue minime dimensioni, e di solito trovare parcheggio è una cosa che richiede un litro di gasolio in più. Quella mattina però c'erano due, ben due, posti liberi e io c'ho piazzato dentro la C2 in uno solo di essi, sapendo che se quello era l'inizio anche la montagna l'avrei trovata in discesa.
Tra l'altro sospetto che il parcheggio della Camp porti bene. E' solo una sensazione ma non mi stupirei se, tornando indietro, trovassi sotto al tergicristallo una multa al contrario: ti accreditiamo un un tagliere di salame da un chilo perché hai piazzato la tua auto qui oggi. I vigili.
Non è successo, purtroppo, ma forse un giorno accadrà.
Comunque sia, per andare verso il Monte Rotondo, quello è uno dei posti più distanti per iniziare a farlo.
Lo immaginavo che Premana non fosse una decina di case e quattro vie, però la vista che si ha dalla strada prima di entrarci è molto parziale: il paese gira intorno alla dorsale delle montagna e attraversarlo tutto a piedi richiede una decina di minuti.
In fondo, dopo le ultime abitazioni, c'è un altro parcheggio, con una lavanderia a gettone accanto, zero fascino rispetto all'altro ma per chi parte con l'idea di risparmiarsi è più comodo.
Inoltre, dopo aver finito di togliere e mettere nello zaino, legarsi gli scarponi e spruzzarsi un pò di lacca, il cartello che indica dove andare è appena fuori dalla macchina.
"Monte Rotondo: 5 ore e 30"
C'è scritto così, bianco su grigio. Perentorio.
Ho guardato le ore e ho fatto un calcolo lentamente, usando la parte del cervello attiva a quell'ora, cioè niente che superasse la tabellina del 6.
Anche ad impiegarci il tempo segnalato sarei arrivato su ad un orario abituale per il pranzo, quindi, a quanto pareva si poteva procedere con la pratica.

La prima parte del percorso è una lunga strada quasi in piano. Carina, inondata del Sole del grande Dio, però in piano. Pure mezza asfaltata e con qualche quod e motoretta che ci gira sopra.
Al micro ufficio turistico davanti la piazza della chiesa di Premana, dove ero andato a indagare se c'era una mappa della zona, di quelle che mi piacciono tanto con su segnati anche i nomi delle rocce e l'ultima posizione delle mucche, una ragazza a dir poco bella mi aveva avvisato che ci sarebbe stata una festa. Alla prima alpe, la Rasga, avrei trovato gente, parecchia, e con l'intenzione di divertirsi.
Devo dire.
Premana e la sua terra mi danno l'idea di essere un posto dove musica e party non se li fanno mancare. Non è che ci sia passato un sabato sì e uno no, negli anni, ma quelle poche volte in cui ci sono finito dentro c'era sempre un avvenimento in corso. E non è proprio il paese più facile da raggiungere nel reame, non ha un piccolo areoporto e una stazione della metro, oppure un casello autostradale qualche metro più in basso. No.
Eppure Premana è famosa nel Mondo, e intendo il Mondo tondo in tutta la sua circonferenza, per i coltelli, le forbici e per il materiale alpinistico che produce.
Forse in Amazzonia o in qualche riserva indiana non ne hanno mai sentito parlare, magari anche qualche lecchese non lo sa, ma nemmeno il Creatore immaginava che gran casino sarebbe venuto fuori a soffiare nel fango e giocare con le costole.
Quindi quando vado laggiù, mentalmente mi preparo già prima a trovare musica dalle casse, birre dai rubinetti e ragazzi e ragazze che se la spassano.
La piccola Rio della Valsassina.
Comunque vada sono unici.

Alpe_la_Rasga_Premana_Val_Varrone_Valsassina-prealpi_Lombarde

Arrivare alla Rasga, a 1075 metri d'altezza, non richiede impegno e superarla e giungere all'alpe Caprecolo, ne richiede una quantità minima, visto che sorge a 1359 mt e Premana è intorno ai 1000.

Alpe_Caprecolo_Val_Varrone_Premana_Valsassina_Montagne_Lombardia

La buona notizia è che si stà arrivando alla fine delle superfici in piano, la cui ultima propaggine abitata è l'alpe Fraina.
Un piccolo momento d'attenzione.
E un grande momento, lungo e profondo, di stupore.
L'alpe Fraina compare al termine della valle come la città di certi film, quei racconti in cui lo scopritore arriva sudato e stanco su di un'altura e sotto, colpita dalla luce come il Sole su un disco di bronzo, le abitazioni sacre di una qualche Shangri-Là ripagano di qualsiasi sofferenza.
Non che abbia avuto una sensazione così immensa subito ma qualsiasi sensazione abbia avuto all'inizio, mano a mano che mi sono avvicinato è cresciuta, e sono rimasto lì, nell'erba, dalla parte opposta del torrente Varrone, che passa accanto all'alpe, ad osservare e fotografare. Rapito.

Alpe_Fraina_Valsassina_Val_Varrone_Premana_Montagne_Lombardia-Monte_Rotondo

Sopra le abitazioni, da sud-ovest ad est svettano le cime e le croci del Pizzo Cavallo, del Pizzo di Larec, del Cassera e del Monte Fraina, quasi mille metri più in alto.
L'unico suono in quella conca gigantesca era il ronzio di un tagliabordi con cui un uomo stava falciando l'erba. Insieme allo scorrere del torrente tra le rocce e il ritmico battere di un accetta sulla legna.
Quei suoni umani mi piacevano, erano perfetti, perché corrispondevano agli ultimi artificiali che avrei sentito andando oltre.
Dopo l'alpe Fraina la Val Varrone termina, di fronte ci sono solo le imponenti vette di cui ancora non ne sapevo nulla. Una catena incombente di cime allineate in cui i sentieri per avvicinarle non possono che essere delle linee verticali o una moltitudine di tornanti impilati gli uni sugli altri.
Era venuto il momento di scoprirlo e con gli occhi ho abbandonato l'ipnotica atmosfera dell'alpe e ho iniziato a cercare la mia meta.

Il Monte Rotondo dall'alpeggio lo si scorge ma da dove ero io, dalla parte opposta del torrente e senza sapere che aspetto avesse, ho solo capito che dovevo puntare a nord. Proprio a nord pieno, stando alle indicazioni della Kompass, là dove avrei trovato la Bocchetta di Stavello e il confine tra la provincia di Lecco e quella di Sondrio.
Intanto davanti a me c'era solo erba, tanto verde da sembrare l'unico colore presente su tutta la terra osservabile. Nessuna indicazione evidente ma una traccia appena leggibile di qualcuno che aveva calpestato i prati. Sulla destra uno sterrato conduce al torrente e ad un incrocio dove parte un sentiero zigzagante che sale a sud. E devo dire che ho osservato quell'incrocio a lungo, stupito di non vederci nel mezzo un palo pieno di cartelli e frecce.
Ancora adesso mi rivedo bene mentre continuo a lanciargli occhiate sospettose, eppure, per qualche ragione surreale, il palo effettivamente c'è ed è pure addobbato come un albero di natale di tanti cartelli provvisti di frecce.

Segnavia_Monte_Rotondo_alpe_Fraina_indicazioni_incrocio_sentieri

All'andata non l'ho visto. Proprio ci sono passato attraverso con lo sguardo come fosse composto di aria e pensieri.
Al ritorno, controllandolo per un'ultima volta, il palo era lì, proprio dove sognavo che fosse, tutto colpito dalla luce e sbarluccicante di informazioni preziose.
Dall'immagine sopra si vede che l'ho fotografato, ci sono andato vicino, ho attraversato il torrente e sono andato a girarci intorno, a toccarlo con la punta di un bastone per vedere se effettivamente lo si poteva colpire o era il Sole che aveva colpito me troppo duro.
Per quanto mi riguarda comunque la questione rimane aperta e la volta che tornerò da quelle parti non sono affatto sicuro se troverò anche l'incrocio.
Dal palo, si legge, la punta del Monte Rotondo dista tre ore e dieci e la direzione è esattamente quella che avevo preso anche senza il suo aiuto. In sostanza bisogna puntare una panchina di legno posta verso la fine dei prati e andare poco oltre ad un muretto a secco: la traccia passa dietro il muretto appena evidente e inizia a infilarsi nel bosco e costeggiare le prime pareti scoscese sopra la testa. Da qui in poi la salita non è più un'impressione vaga ma diventa concreta quanto un crampo al polpaccio.

La ragazza a Premana mi aveva accennato che il sentiero non era un percorso qualunque ma portava a delle fortificazioni della, cosiddetta in termini pop, Linea Cadorna.
In effetti la prima parte del sentiero sembra stia perdendo la sua personale guerra contro la vegetazione incombente, nulla che non riuscirà a fronteggiare a dovere, con un pò d'aiuto ma di sicuro la direzione diventa più marcata dopo una baita mezza recuperata che si trova a lato del cammino.

Salita_Monte_Rotondo_Val_Varrone_Premana_Valsassina-prealpi_Lombarde

Da qui in poi, con il torrente che vien giù a capofitto dalle pendici del Monte Rotondo, a sinistra, e infilandosi definitivamente nella valle omonima, la via è immancabile, tagliata sulla pendenza con la geometria di un'incisione fatta a coltello.
Proprio tutta questa regolarità, questo avanzare come su un nastro immobile che mi avrebbe portato dove sapevo, ad un certo momento mi ha seriamente turbato.
L'ambiente ha un suo fascino aspro, dovuto alla verticalità dei rilievi sovrastanti. Inoltre ampi tratti di nevai, nel fondo della valle, sciogliendosi alimentano in primavera il corso d'acqua formando piccole cascate strette e impetuose.
Nessuna presenza umana, se non un gruppo di ragazzi che stavano scendendo dal passo probabilmente per andare alla festa della Rasga.
Poi più nessuno.
Quando il sentiero si è avvicinato irresistibilmente alle pendici del Monte Rotondo, sulla sponda del torrente che divideva il mio tragitto dalla via più diretta alla meta, mi sono fermato.
So come funziona, almeno so come funziona a volte dentro di me. E ho letto anche che, quello che sento io, lo provano molti altri, andando in cerca di montagne. So pure che non è il comportamento più stimato tra i famigliari, i manuali del trekking da manuale e il buonsenso. Proprio no, col dito che va a destra e sinistra e dice no. Però la cosa ha senso, per me ha tutto il significato dello stare su questa Terra, respirare, alzarmi ogni giorno e fare la fatica di lavarmi i denti prima di uscire.
Ad un certo punto, là dove mi trovavo, ho stabilito che quello era un buon posto per uscire dalla traccia e andarmene a creare una io. Salendo dove mi sembrava buono e andandomene al diavolo tra le rocce.
Non è che l'abbia deciso alla leggera, il pendio che volevo incontrare aveva lo stesso muso amichevole di un dobermann quando si è dalla parte del gatto, però aveva anche quello che mi piace, parlando di pendii: è molto ripido, promette di far usare anche le mani, non sembra impossibile, non svela come sarà dopo e soprattutto non ha segni di addomesticamento sulla sua schiena.
In realtà non sembrava neanche tanto accessibile dalla base, perché per iniziarlo bisognava attraversare un torrente laterale a quello principale e l'operazione poteva essere tutt'altro che fattibile. Comunque si poteva dare un occhio e tentare, quello si può fare sempre ed è proprio che quello che alla fine ho fatto.

Tutti hanno provato la sensazione di non sentirsi esattamente al loro posto in un certo momento.
A qualcuno può capitare nel bel mezzo di una vacanza, immaginata diversamente alla partenza, o ad una festa dove ci si accorge di passare più tempo seduti da soli, con un bicchiere mezzo vuoto in mano, che in mezzo al turbinio di sorrisi e ammiccamenti.
Altre volte capita al pranzo di Natale o mentre si sta scrivendo una mail al lavoro. Morendo di noia sul sedile dell'auto in coda, guardando la scritta "cancellato" accanto alla destinazione di un treno di Trenord.
Capita.
E se uno proprio non vuole ignorare la faccenda ma magari decide di guardarla nel suo insieme, credo si possa accorgere di un disegno generale più ampio. Un bel quadretto riassuntivo.
Può darsi che molto di quello che uno ha non gliene freghi un accidente di niente.
Il modo di vivere che ha vissuto fin'ora, quello che gli è stato consigliato di fare e di essere, dove andare e come arrivarci. Magari ad un certo punto sta stretto tutto, dalle scarpe al modo di salutare e stringere la mano.
La soluzione, almeno per me, è una sola:

ascoltare come sono stato creato.

Che NON vuol dire pensare. E nemmeno immaginare, credere, giudicare e passare al setaccio.
No.
Soltanto ascoltare.
Porsi in una situazione (se non è stato che la situazione ci è venuta a cercare) e stare a sentire come viene di affrontarla.
Poi, soltanto dopo che si è sentito qualcosa, decidere come agire.
Ci si guadagna che, quello che si sente, è roba nostra, e se uno la smette di dire quanto ci piace o ci piace poco questa roba nostra, impara a seguire delle piste che lo soddisfano. Sono il solo posto dove dovremmo essere e non l'avremmo mai scoperto se avessimo ascoltato qualsiasi altra voce se non la propria.
Non è facile per una ragione: fa paura. Ognuno ha le sue ma se non le avessimo, ascoltarsi sarebbe naturale.
Il discorso potrebbe essere lungo, oltre che meraviglioso, altri momenti e altre montagne lo riporteranno in vita ma tutte le volte che mi fermo mentre sto facendo qualcosa, proprio mi blocco come una lancetta dell'orologio il giorno del giudizio, so che sto tentando di ascoltare. E se mi riesce, se capisco, allora mi sembra che la realtà sia più a fuoco.
Che il tempo che scorre dentro sia il tempo che scorre fuori.
C'è una ragione per cui proprio le montagne mi piacciono, al di là di mille altri motivi: perché sono una metafora perfetta.
Quando un automobilista fa una manovra che per noi risulta pericolosa, probabile che ci uscirà un "mannaggia" dalle labbra socchiuse, magari cercheremo dov'è finito il clacson e ci prepareremo alla guerra, tutto perché nel nostro mondo ideale una cosa simile non sarebbe dovuta accadere.
In montagna, uscendo dalla zona addomesticata, dal percorso tracciato, questo modo d'agire non regge. Non viene neanche spontaneo. Si può mica prendersela con le rocce perché non c'è un appiglio dove ci risulterebbe comodo, se non vitale.
La montagna è così com'è e l'unico modo per affrontarla dal suo lato sconosciuto, per noi umani, è badare soltanto a come siamo noi. Capire la situazione, adattarci, e uscirne vivi.
Quantomeno senza troppi segni, male che vada con un minimo di dignità e necessariamente con qualche riserva per tornare a casa.
Con chi stracaspita uno se la deve prendere se ci si è cacciati nel posto sbagliato, valutandolo male e non essendo in grado di uscirne? E' qui che ci si gioca sempre tutto: trovare il proprio percorso tra ciò che si sente di dover fare e ciò che si capisce si possa fare.
La montagna, un certo modo di essere in montagna, è la geografia di questo passaggio.
E' la realtà tangibile di questo sentire.
E' la metafora perfetta per spiegare l'esistenza a chi se l'è dimenticata.
E io.
Bhè io.
Me l'ero completamente scordata.

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All'incirca la via di salita.

 

Per andare su annusando la via è essenziale prendere i giusti punti di riferimento. A furia di andare in tutte le direzioni con lo sguardo ne avevo fissati alcuni semplici e il concetto è andare verso il primo, per poi ripassare dove è il secondo e così via fino alla fine.
Non è che fossi sulla parete Rupal, nudo, in inverno e con una sola barretta di cioccolato in tasca, però fare i compiti e farli bene toglie sempre da molti guai. A partire da quelli in cui si decide di infilarsi.
In questi casi solo le immagini possono dare un'idea di dove andare. Ognuno trova i suoi percorsi, le montagne ne hanno infiniti, e ognuno valuta cosa può essere alla portata, un metro davanti all'altro.
Personalmente, ad un certo momento, ho fatto una mini prova di discesa. Ho testato se i ciuffi d'erba bastavano come maniglie e ho sperimentato come sarebbe stato a portare le chiappe in giù piuttosto che in alto. Visto che entrambe sembravano poter scendere ho preso ancora più confidenza e sono salito.

Via_salita_Monte_Rotondo_trekking_montagne_Lombardia_Valsassina-Val_Varrone_scoprire

La pendenza è importante e il fatto di affrontare tutto in discesa, se al termine delle rocce sovrastanti non avessi trovato nulla per proseguire, mi piaceva almeno come pensare di leccare il tappeto della cucina. Però sentivo che non sarebbe successo, di leccare il tappeto: la montagna aveva una certa forma e almeno per quella volta ero tranquillo. Proprio quasi, completamente, in pace.
Ho afferrato le mie rocce, ho piantato le suole degli scarponi nuovi dove mi pareva più resistente, ho tirato i rododendri giusti e quando sono sbucato via dagli ultimi tratti esposti ho scorto la sagoma in pietra di una baita diroccata parecchio più in alto.
Sono quelle volte che ho due sensazioni contrastanti a far fuoco nel petto: soddisfazione e delusione. La prima perché mi ero cavato fuori dai guai avendo puntato tutto sul non sapere cosa ci sarebbe stato oltre. La seconda perché anche in quel posto, anche in quel caso, alla fine ho trovato il passaggio dell'uomo.

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Poco male, si intende. Il risultato dell'una e dell'altra forza in contrasto non lascia dubbio sul fatto che alla fine sorridessi felice.
Devo persino aver mangiato un pezzo di peperone giallo e qualche spicchio di finocchio con una noce per festeggiare. In ogni caso il sorriso non è durato molto: la salita alla vetta, da dov'ero sbucato, si può sintetizzare in una rampa finale tremenda, resa ancora peggiore da quando si riesce a mettere nel mirino chiaramente la madonna nera posta sulla cima. Sembra sempre a portata di zampa ma ogni volta che abbassavo gli occhi e li rialzavo lei era sempre distante uguale. E io sfiancato il doppio.

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Comunque, quando il Monte Rotondo si fa raggiungere e la smette con l'uccidere ginocchia e speranze, disvela d'improvviso i suoi tesori.
Ho letto qualche relazione che lo riguarda, sul web, e tutte o quasi concordavano che non fosse una gran cima. Qualche commento poco lusinghiero sulla sua forma o sul fatto che si concede facilmente.
Per quanto mi riguarda io l'ho conosciuto da un versante non tracciato, non ho aspettato di camminarci sopra dalla Bocchetta di Stavello, sono andato dove mi sarei potuto sentire meglio. Dalla parte in cui c'era la mia via e il mio Monte Rotondo.
E' importante.
E' il come.
Come
sono io su quella montagna, come sono mentre ci salgo e, spesso, un sentiero comodo non me lo può dire, non è il risultato che cerco e nemmeno quello che voglio. I panorami sono stupendi, stare seduto su un lastrone di roccia e contemplare il vuoto tra il cielo e la terra è irrinunciabile ma quello che conta è il come.
Sempre il come ci si è arrivati.
In alcune montagne ci sono le funivie a depositare i turisti in alto, e contemplare il vuoto, seduti su un lastrone di roccia, dopo che all'ascesa ci ha pensato un cavo d'acciaio e un monolocale appeso sotto, ha lo stesso gusto di un pezzetto di ceramica Richard Ginori.
Non che l'abbia mai assaggiato, per altro, ma posso immaginare.
Non varrebbe un bicchiere di carta bucato alla festa dei crotti.

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Così come all'andata, anche al ritorno la pratica se la sono sbrigata le gambe, nonché le spalle alleggerite di un litro d'acqua e di tutte le provviste che avevano un vago sapore alimentare.
Dalla cima si può seguire la bella linea di cresta che scende alla Bocchetta di Stavello, si passa attraverso una fortificazione militare piantata in mezzo al sentiero e, sul passo, si può anche riempire la borraccia ad una fonte.

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Posto che sia la stagione giusta, perché da quello che ne so a volte è in secca.
Dalla parte opposta della bocchetta un'altra cresta serpeggia fino al Pizzo Alto e oltre, raggiungendo la punta del Legnone.

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Ho visto delle belle verniciate rosse e bianche a invitare il camminatore a percorrerla e si sa mai che un giorno ceda all'invito.
Poco sotto la cima invece è stato costruito una specie di bivacco-deposito. E' aperto e non è che l'ambiente interno sia stato pensato per le romanticherie, però a non fare tanti versi uno potrebbe anche pensare di buttare un sacco a pelo per terra e passarsi una notte da leone a più di 2450 mt di quota.
Con una frontale e il libro delle fiabe.

Scendere per una traccia supersegnata non mi ha mai fatto schifo, sulle discese ho un'altra opinione rispetto le salite e mi vanno bene che siano chiare, così ho tempo di pensare ai fatti miei e, a volte, scoprire finalmente cosa mi stava intorno.
Quelle valli mi hanno portato via decine di foto. Cioè, meglio, mi hanno fatto premere il pulsante di scatto decine e decine di volte.
Mi sono rimirato lentamente il percorso dell'andata, dal versante opposto, e il Sole, che sulla cima continuava ad entrare e uscire dalle nubi, alla fine ha deciso di tenermi d'occhio per tutto il tempo . Fino a che non ho sentito odore di bruciato e mi sono spalmato come per buttarmi nel forno.

Via_salita_cima-Monte_Rotondo_trekking_montagne_Lombardia_Valsassina-Val_Varrone_scoprire

Indicativamente la via di salita vista dal versante opposto.

 

Il giorno dopo l'unica fatica che mi sono concesso è stata di allacciarmi le scarpe pensando di uscire. Dopo aver fatto il nodo alla prima ho lasciato perdere la seconda e devo essermi addormentato sulla sedia sognando di averla legata.
Non è stata una domenica di grinta e passione e proprio per quello mi è piaciuta come tutte le altre domeniche.
Il monte Rotondo è bellissimo. Ed è bellissima la casa di creste, picchi e prati che lo ospita. Solo che il mio corpo mi stava richiedendo una pausa seria e così, quando sono passato per la Rasga, la festa era nel vivo ma io non mi sentivo molto parte dell'atmosfera.
Me ne sono andato che la luce non aveva ancora smesso di splendere, verso le sette di sera.
Quei posti sono potenti, attraversarli vuol dire cedere parte della propria forza e assorbire un pò della loro.
Che è grande.
E vibrante.

 

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