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Le forme arrivarono una notte d’estate.
Nere, prive di luci e altrimenti invisibili senonché la loro sagoma oscurava una parte del cielo stellato.
Arrivarono su un lato del globo terrestre, là dove c’era un continente. In realtà non fu una sorpresa per tutti. Un gruppo di uomini, predisposto ad avvertire i segnali provenienti da altre forme di vita nell’universo, ne aveva sentito l’appropinquarsi nelle 72 ore precedenti l’arrivo.
72 ore soltanto.
Avevano individuato simultaneamente il segnale nel loro canale ricettivo, immerso e attivato nelle profondità della neocorteccia cerebrale. Non poteva trattarsi di un errore e tale non fu considerato.
Per la restante parte dell’umanità quella fu una sorpresa.
Per una donna, immobile sul balcone di casa propria, al terzo piano di una palazzina residenziale di una cittadina poco popolosa, quella fu una rivelazione pesante ed oscura come svegliarsi e scoprire che per quel giorno il Sole non sarebbe sorto.
Al pari della donna le forme restavano immobili e sospese ad un’ altezza indefinibile.
L’aria era calda. I cani tacevano e un automobile passò lentamente sotto il balcone di quella donna.
Molto prima che l’alba sorgesse un elemento si staccò da una delle forme e discese sulla superficie terrestre seguendo una traiettoria indefinibile.
Molti non se ne accorsero, nemmeno le telecamere puntate in alto dagli operatori televisivi. Anche l’elemento era nero e solo quando passò velocemente attraverso dei potentissimi fasci di luce proiettati verso il cielo, una scossa di stupore, paura ed eccitazione si propagò tra le folle riunite ad assistere.
L’elemento atterrò in una radura lontana da case e strade asfaltate.
Nessuno assistette al suo atterraggio ma alcune ore dopo che questo avvenne un gruppo di persone stava davanti all’elemento fissandolo. Per quanto fosse difficile distinguerne completamente il contorno e le sembianze.
Le persone aumentavano. Fluivano da ogni dove come acqua attraverso le pietre.
Due elicotteri presero a volteggiare sopra la radura e l’elemento, d’improvviso, si animò.
Un ragazzo con un cappellino da baseball in testa si era spinto molto più vicino di chiunque altro alla forma nera e quando fece un passo ulteriore un rettangolo di luce appena evidente si accese su un lato della struttura. Il rettangolo stava di fronte al ragazzo, era come una superficie grigio-scura proiettata dalla superficie nera.
Dentro quel piano, ad una velocità impossibile da seguire con la mente, presero a raggrupparsi sistemi organici composti da micro elementi che fluivano dai lati e dalle profondità della superficie stessa. Nel giro di attimi si era composto uno scheletro umano, che venne immediatamente avviluppato di fibre muscolari e vasi sanguigni e linfatici. L’epidermide sembrò espandersi come una macchia di umido su di una parete, partendo da più punti sparsi, repentina, rivestendo il corpo. Il tessuto di calzini, jeans, tela delle scarpe, maglietta e cappellino da baseball si compose un filo per volta, quasi istantaneo, finchè una copia perfetta del ragazzo di fronte al rettangolo, prese a fissarlo da dentro la superficie.
Il clone sbatteva le palpebre, respirava, poi fece un passo ed un altro e fu fuori dall’area del rettangolo, sul suolo terrestre.
Seguendo un impulso comune, l’alone di folla davanti al clone indietreggiò scomposta come gli orli di una carta che brucia. Delle persone caddero, si rialzarono aggrappandosi ad altre e si voltarono a fissare guardinghe e terrorizzate l’essere col cappellino da baseball.
Un suono cupo e basso uscì dalle loro bocche, senza che avessero quasi coscienza di averlo emesso.
In quel momento, per ognuno, la convinzione di essere soli nell’universo si era scomposta in modo così netto come mai prima d’allora. Le forme nere in cielo erano solo forme, per quanto estranee alla Terra, ma il clone respirava, era vivo, era un umano generato da non umani.
Ed ebbe vita breve.
Oltre quei due passi fatti in precedenza per uscire dalla superficie non fece altro. Fissò quella popolazione davanti a sé con un’espressione impenetrabile. Infine venne risucchiato in un flusso che lo smaterializzò nelle stesse componenti base che lo avevano generato, dissolvendosi al contrario dentro il rettangolo grigio.
Il ragazzo col cappellino da baseball tornò ad essere unico sulla Terra. Ed era fuggito così addentro la folla che ora, voltandosi, non riusciva più a distinguere quel che stava accadendo dentro la superficie grigia.
Un nuovo clone venne creato, alla stessa velocità del precedente e quando il corpo fu terminato questo uscì dall’elemento nero e prese a camminare.
Non si limitò a qualche passo, il suo procedere era deciso e puntò ad un uomo con una camicia bianca appoggiato al tronco di un grande albero, ai limiti della radura.
La folla si aprì e si richiuse come una cerniera umana mentre l’uomo con la camicia bianca guardava il suo clone avanzare.
Quando i due furono faccia a faccia il clone si fermò, sorrise forse e aprì la bocca provando ad esprimere qualcosa. All’inizio furono strani suoni distorti, come una frequenza che ricevesse male una trasmissione. La bocca del clone tremò velocemente e sembrò che un qualche componente salisse o scendesse dalla trachea.
Il clone riaprì le labbra.
Questa volta uscì una voce e la voce disse: “siamo qui per voi”.
Gli elicotteri volteggiavano in cielo e il roteare delle loro pale era l’unico rumore, sinuoso come un’onda.
Tutti tacevano. Tutti volevano sentire.
L’uomo con la camicia bianca rispose con voce leggermente più profonda del suo clone: “vi abbiamo chiamato noi?”
“Ci invocate spesso con le vostre preghiere” disse il clone.
“Le preghiere sono volte a Dio, di solito” disse l’uomo.
Il clone sorrise, allo stesso modo e con la stessa naturalezza con cui avrebbe sorriso il suo corrispettivo. “Abbiamo imparato a conoscervi attraverso le vostre preghiere. Tutte le vostre…” il clone si interruppe e lo sguardo si offuscò per un istante, come si fosse ritratto in se stesso per cercare la prosecuzione del discorso. Quando riprese la sua espressione era tornata cordiale come prima: “...le vostre frustrazioni, oppure speranze, noi le conosciamo.” Fece un’altra pausa “una ad una”.
Il clone continuò “Io ti conosco meglio di quanto potrebbe conoscerti tua madre o tua moglie, se tu ne avessi una”
“Meglio di quanto potrei conoscermi io stesso?” chiese l’uomo.
“No” disse il clone, “almeno nel tuo caso no, ma lo stesso non vale per quasi tutti quelli presenti qui ora”. Il suo sorriso tornò ad aprirsi sul volto “per questo sto parlando con te e per questo tu sei rimasto fermo a parlare con me”
Questa volta fu l’uomo a sorridere “l’attore è sempre lo stesso” disse, “io sto parlando con me stesso”
“Oh certo, ma se vuoi un altro interlocutore non c’è alcun problema” disse il clone.
“IO VADO MEGLIO?” urlò qualcuno da dietro la folla, accanto all’elemento che generava i cloni.
L’uomo guardò in direzione della voce e questa volta ebbe un sussulto.
Non distingueva ancora bene quella nuova sagoma che camminava verso di lui ma la voce era inconfondible, seppur lievemente più alta di quella dell’originale: suo fratello minore.
La folla si aprì nuovamente al passaggio e la copia perfetta di suo fratello si fece a lato del primo clone. Con tanto di stivali di cuoio e baffi spioventi.
“Sappiamo molto di voi, almeno quello che volete farci sapere” disse il secondo clone.
L’uomo aveva uno sguardo teso ora. “Voi non dovreste sapere nulla su mio fratello, qualunque cosa voi siate”.
Il clone coi baffi si corresse: “hai ragione” disse “la parola giusta non è volere. La parola giusta è comunicare”. Il clone proseguì: “il mondo che vi raffigurate nella mente, i vostri desideri, le vostre fantasie, le vostre perversioni e incubi… tutto esiste. Se non esistesse una sola di queste situazioni, che per voi sono solo immaginarie, l’universo e l’intero spazio collasserebbero”.
Il clone continuò la sua spiegazione: “nell’infinito ogni cosa esiste. Voi non riuscite ad intendere la portata dell’infinito, almeno fino a questo momento. Non siete ancora strutturati per intenderlo appieno, usando la mente. Se però una sola cosa da voi immaginata non esistesse nell’infinito allora l’infinito avrebbe un termine e questo porrebbe la sua fine.
Voi comunicate con noi con una parte di voi stessi che chiamate coscienza. A volte comunicate con un altro…” anche il clone coi baffi ebbe una pausa in cui sembrò elaborare qualcosa dentro di se per poi riprendere come prima: “...con un altro canale”, disse “e quel secondo modo lo chiamate inconscio.
Sono i vostri sogni, sono quelle immagini che vi salgono dal nulla quando non usate la mente.
Qualunque cosa, tutto esiste”
“E noi lo conosciamo” concluse il primo clone.
La sua posizione era cambiata. Era sempre vicino all’uomo con la camicia bianca ma in un punto diverso da prima che iniziasse a tacere. La cosa che risultò incredibile a chiunque fu che nessuno aveva inteso il suo spostamento e solo in quell’istante ci si accorse che si era spostato.
“Quindi voi esistete perché qualcuno vi ha immaginato?” chiese l’uomo tornando a rivolgersi al suo clone.
“E forse voi esistete perchè qualcun’altro vi ha immaginato” disse il clone all’uomo, “l’intero universo è alla ricerca del primo immaginatore” continuò “ed è popolato dalle fantasie di infinite forme immaginative”
L’uomo stava pensando, sembrò quasi parlare più a se stesso che al clone quando disse: “noi però non conosciamo niente della vita di queste altre forme che immaginano”.
“Non è vero” ribattè il clone “nei vostri libri, nei vostri film e nelle vostre storie sembra che la vita di queste altre forme voi la conosciate meglio di quanto loro si conoscano”.
“Ma non possiamo raggiungerle” disse l’uomo,”voi invece siete qui”.
“Noi siamo qui per correggere” disse il clone.
Per la seconda volta l’uomo parve assumere un’espressione stupita.
“Nella vostra storia avete attraversato parecchi momenti bui” continuò il clone “situazioni in cui migliaia di voi hanno invocato qualcuno che li salvasse, che alleviasse le loro pene.
Invocazioni, preghiere…”
L’uomo con la camicia bianca socchiuse leggermente le labbra, i suoi occhi si erano leggermente spalancati. Il suo spazio interno si era riempito di un’intuizione talmente totalizzante da riempirlo tutto e oltre. Disse con un sussurro che solo il clone e chi gli era appena accanto potè udire: “voi siete la rappresentazione delle nostre divinità”.
Non era una domanda e il clone continuò dalla sua affermazione: “voi avete chiamato quei nostri inviati con vari nomi: Gesù di Nazaret è stato uno di quelli che ha cambiato maggiormente il corso degli eventi. Uno dei più antichi è stato colui che chiamate Bhudda.”
Ci fu un momento, dopo queste parole, che il silenzio dei presenti sembrò quasi una sostanza fisica e tangibile come un liquido denso. Ma durò poco.
Un brusio iniziale, forte e rabbioso si propagò dall’area intorno ai due cloni ramificandosi fino alle ultime persone ai margini della radura.
“Non è possibile”
“Sono follie” urlava qualcuno.
Un uomo robusto, dalle prime file, si fece avanti a forza e con tutto l’odio di cui era capace colpì il clone che aveva parlato con un calcio sulla schiena. Il clone venne scagliato in avanti e cadde ai piedi dell’uomo di cui era la copia.
Anche l’altro clone venne colpito da altri uomini. Cadde pure lui, sanguinò.
L’uomo con la camicia bianca guardò il clone ai suoi piedi che lo stava guardando a sua volta con una strana espressione quasi compiaciuta: “non ti sembra un momento già visto questo?” disse prima che un sasso lo colpisse alla nuca.
L’uomo con la camicia bianca si ritrasse barcollando dalla folla che si avventò sulla sua copia ormai priva di sensi. Un’ espressione di orrore ne trasfigurava il volto.
Avrebbe voluto urlare. Avrebbe voluto urlare alle persone di fermarsi. Avrebbe voluto avere il potere di bloccare quel linciaggio come premendo un interruttore per spegnere la follia e l’odio.
Eppure fu proprio quello che accadde.
Così come l’impeto si era innescato e propagato dai cloni verso gli uomini più distanti da essi, così la repressione di quell’impeto provenne dalla periferia verso il centro di quella massa urlante.
Gli elicotteri volteggiavano, i loro fari illuminavano le teste dei presenti.
Silenzio. Interrotto e attraversato da qualche pianto isolato: persone che avrebbero voluto opporsi a quella violenza e ne erano rimaste scioccate.
Dalla boscaglia che circondava la pianura, da ogni lato, quell’ombra nera si era riempita di centinaia di altre persone. Uomini e donne immersi nel buio, immobili, che guardavano le donne e gli uomini all’interno della radura.
La folla di umani che poco prima si agitava percorsa dalla furia ora guardava attonita dentro l’oscurità del bosco e qualcuno iniziò a distinguere la propria copia nelle facce serene e sorridenti dei nuovi arrivati.
Una donna che teneva il figlio stretto al suo fianco vide se stessa a qualche decina di passi da se. Lo stesso abito grigio, lo stesso disegno delicato del naso, persino la stessa collanina d’oro che era stato un regalo della nonna materna.
Accanto al suo clone stava il clone di suo figlio, un bambino sorridente che guardava il suo corrispettivo, con espressione soddisfatta.
Come se stesse guardando la sua preda, pensò la donna e l’orrore che provò fu così grande da trascinare via il suo bambino verso il centro della folla, sperando in un riparo impossibile.
Nel silenzio di quel confronto fra umani e cloni, tra il ritmico suono delle pale che roteavano in cielo, una voce sovrastò ogni cosa. E la voce fece ruotare verso di se ogni singolo umano presente.
“Non abbiate paura” disse l’uomo appena oltre la superficie che generava i cloni “siamo venuti in pace”.
Non sembrava il clone di nessuno perchè nessuno sembrava riconoscersi in quell’uomo. Non poteva essere altrimenti visto che l’uomo vestiva di una spessa tunica bianca.
Calzava dei sandali di cuoio e l’impressione istantanea fu per tutti che appartenesse ad un’altra epoca. Lo trasudava dall’aspetto ma addirittura dalla pelle. Un fatto istintuale, avvertibile come è avvertibile un odore sconosciuto nella propria vita quotidiana.
“Ci avete chiamato voi” continuò l’uomo con la tunica, “io sono già venuto molto tempo fa. Fui ucciso su una croce e come spesso è accaduto, dopo la mia morte, è nata presso le vostre genti una religione.”
Ci fu una pausa, tale per cui quelle parole potessero entrare in profondità negli animi increduli di chi le stava sentendo.
L’uomo con la tunica riprese a parlare: “avete ucciso due dei nostri questa notte, l’avete fatto per paura ma vi dico di non averne ora.
Noi non siamo venuti per combattere contro di voi. Non ne siamo capaci e voi non ci avete chiamato per un simile scopo”
Fece due passi avanti, “noi siamo qui perchè le vostre invocazioni vogliono la fine della guerra tra gli uomini. La fine del dolore e la fine della paura che scatena ogni guerra e ogni dolore.
L’avete fatto anche nel passato ma allora vi abbiamo mandato solo un uomo per volta.
Quando la sofferenza diventa troppo grande le vostre preghiere noi le esaudiamo. I nostri uomini sono diventati santi per voi, per un certo periodo li avete anche ascoltati, hanno avuto dei discepoli, avete costruito templi e cattedrali in loro nome e nel nome di Dio. Poi, però, la paura è tornata nei vostri cuori, vi ha invaso nuovamente, avete sempre dimenticato le parole dei santi e siete tornati alla guerra e al dolore con più forza che in precedenza”
L’uomo si guardò intorno, sembrò scrutare dentro ognuno dei presenti su cui cadeva il suo sguardo.
“Ora il vostro dolore è troppo grande e troppo grande la paura” continuò, “avete descritto l’apocalisse, il giorno del giudizio. Questa non è la fine, non sarà nemmeno un giudizio ma ci avete chiamato con un’intensità superiore a qualsiasi altra volta nella vostra storia e questa è la nostra risposta.”
Il volto dell’uomo sembrò aprirsi in un grande sorriso radioso: “siamo quelli che nelle preghiere chiamate i correttori.
Magari nessuno di voi usa questo termine esatto ma lo intendete.
Siamo il contrario della guerra, il contrario della paura. Siamo anche il contrario di ognuno di voi”
Qualcuno tra la folla si genuflesse con gli occhi rivolti all’uomo con la tunica. “E’ tornato” sussurravano, le mani giunte in segno di preghiera e ringraziamento.
I pianti e i gemiti erano stati riassorbiti.
Quello che diceva di essere l’antico messia era nuovamente davanti a chi lo voleva, o lo poteva, intendere.
“Grazie” disse qualcuno a voce più alta, “oh Dio grazie”.
L’uomo che aveva colpito il clone con la camicia bianca, dando inizio alla follia di poco tempo prima, stava ora in ginocchio nell’erba, gli occhi lucidi e lo sguardo rivolto al suolo. Sembrava tremare dall’interno.
“Noi siamo il contrario di voi” ripetè l’uomo con la tunica bianca, del tutto indifferente alle reazioni degli umani davanti a se. “Dove in voi risiede l’odio in noi risiede l’amore, dove in voi risiede l’amore in noi risiede l’odio. Ma per molti di voi è solo l’odio a governarli e l’amore è falso.
Essi sono più vicini al proprio contrario che qualsiasi altro.”
Accanto all’uomo in ginocchio con gli occhi lucidi si inginocchiò il proprio clone.
L’uomo con gli occhi lucidi, colui che aveva iniziato la violenza di poco prima, voltò lentamente lo sguardo verso la sua copia, che lo osservava con sguardo radioso e volto felice.
“Siamo il contrario come pensiero e siamo il contrario di voi come materia.
La chiamate antimateria e quando la materia e il suo esatto opposto entrano in contatto si annullano.
Lo sapete ma non l’avete mai davvero visto”
Il volto del clone era a pochi centimetri da quello del suo corrispettivo umano, i due corpi vicini, quasi a sfiorarsi.
“Non siamo noi a decidere le leggi, noi possiamo solo essere dentro le leggi come voi siete dentro altre leggi.
Qualcuno le sta immaginando e questa è una dimensione dove le stiamo vivendo”.
Quando i due corpi si toccarono l’uomo con gli occhi lucidi, in ginocchio, scomparve all’istante. Prima esistevano lui e il suo clone, dopo non vi fu nessuno dei due.
La gente intorno non riuscì nemmeno a reagire davanti ad una scena così lontana dalla realtà. Stava succedendo? Si chiesero, stava davvero succedendo?
Molti occhi tradirono la paura, o il terrore.
“Nessun esercito è venuto a cercarvi” disse l’uomo con la tunica “non esiste più un esercito. Molto del vostro odio non esiste più”.
Quasi ogni essere umano presente era in ginocchio davanti all’uomo che parlava.
“Tra poco sarà l’alba” continuò guardando i primi pallidi aloni del Sole rischiarare l’orizzonte “per quel tempo saremo andati via.
Tante cose sono cambiate ma lo abbiamo fatto ascoltando quello che volevate, per molti di voi tutto sarà migliore”.
Guardò gli uomini e le donne davanti a se, quello che restava della folla originaria. Quasi nessuno stava guardando lui, i loro occhi erano rivolti al suolo.
Disse infine: “non sarete mai soli, niente e nessuno lo sarà mai. Quello che è rimasto oggi è una delle infinite possibilità. Badate bene a quello che vorrete in futuro, non disperdete l’esperienza di questo giorno quando i figli dei vostri figli creeranno la loro realtà.
Qualcuno ascolta sempre e ciò che ascolta non potrà essere ignorato”
Dopo un certo tempo il Sole sorse nuovamente e come ogni alba gli uccelli presero a cantare ben prima che la luce invadesse ogni superficie.
In una città poche persone vagavano per vie silenziose e vuote.
Non erano nè spaventate nè felici. Camminavano soltanto, guardando i piani alti delle abitazioni, le porte lasciate aperte di negozi, palazzi, automobili.
Un cane guaiva da un balcone, guardando verso la strada, come in attesa di un ritorno impossibile. Una ragazza, vedendolo, decise di raggiungerlo. Lo avrebbe accudito, si sarebbe presa cura di lui per il futuro.
La porta era socchiusa, lei entrò nell’appartamento dove l’aria gonfiava appena le tende dietro le finestre aperte. Quando il cane la vide la raggiunse di corsa, smanioso di riavere un contatto, un qualsiasi contatto.
“Bravo cucciolo” disse la ragazza abbassandosi e accarezzandolo sulla testa, “povero cagnolino”. Dietro di lei si materializzò anche il suo ragazzo che la raggiunse poco dopo. Sorrisero entrambe mentre la bestiola leccava le mani e scodinzolava tra le loro gambe.
“Non avevi sempre voluto un cane?” fece la ragazza sorridendo.
“A quanto pare ne avrò uno ora” disse il ragazzo, “vuoi venire a stare un pò da noi?” chiese rivolto al cane che lo guardava a sua volta.
Il Sole entrò tra i palazzi, si distese sull’asfalto delle autostrade deserte, proiettò le ombre di quel gruppo di umani rimasti.
Le forme sospese in cielo erano scomparse. Per molti la notte appena passata non sembrava nemmeno essere esistita. I semafori lampeggiavano a guardia di incroci senza auto.
La ragazza, col cane al seguito, camminava mano nella mano col suo ragazzo. La temperatura era tiepida, le nuvole gonfie e disperse in cielo.
Ad un tratto, da qualche parte tra le vie, si udì uno sparo.
Netto, preciso, inconfondibile.
Poi un altro e un altro ancora.
Alcune urla e di nuovo silenzio.

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