La meravigliosa linea di cresta. Monte Azzarini-Fioraro da dove si vuole.

Una volta è capitato di essere più cielo che terra. Cosa che per un essere umano dotato di scarponi e bacchette tra le mani non è cosa di tutti i giorni. E nemmeno di tutte le montagne.
E` successo poco oltre oltre la vetta del Monte Fioraro, o forse Azzarini, a seconda della mappa che si legge o del viandante a cui si chiede. Comunque sulle Orobie, comunque in alto e in un'area con tanti pro, o prot, e un solo contro: il Passo San Marco.

Cima_Monte_Azzarini_Fioraro_cresta_confine_provincia_Bergamo_Sondrio

Ci sono almeno due modi per arrivare sulla cima del Fioraro stando dalla parte Bergamasca del mondo: lasciando la macchina a Madonna delle Nevi, nel comune di Mezzoldo, oppure tirando dritto sulla stessa strada e arrivando al Passo San Marco. Appunto.
Qui risiede l'unica mosca sul gelato di tutta la faccenda: al passo San Marco ci si può arrivare in macchina, in moto, in bici e qualsiasi cosa rotoli al posto di camminare, ragion per cui, quando le nevi si sciolgono e parte la festa dei motori sui tornanti, aggirarsi nella zona del passo ha la stessa colonna sonora di un casello autostradale.
Non è un problema di tutti i mesi, i giorni e le ore. A trovare la combinazione giusta, tipo otto del mattino di un mercoledì di Giugno, sembra davvero di essere in montagna con gli uccellini a becco aperto sui rami e il suono dell'aria che entra da un orecchio ed esce dall'altro. Ma quando fa caldo e il calendario segna sabato o domenica, allora per un certo lasso di tempo è la fine della poesia e dei poeti.
Il lasso di tempo coincide con l'allontanarsi dalla conformazione del suolo che rimanda l'eco dei motori più in basso, il che, a ben vedere, è anche un certo stimolo a levarsi dai colli ioni (da intendersi) e salire in alto, molto in alto, dove se anche arriva un suono di pistoni e cilindri sembra la scoreggina di un topo.
Ho provato entrambe le soluzioni e poi dirò perché l'ho fatto, oltre al piacere.
Quindi la prima delle due è lasciare la macchina al parcheggio di Madonna delle Nevi o nella zona dell'albergo ristorante La Genzianella, e seguire poi il sentiero delle casere sulla sinistra di Madonna delle Nevi e NON sulla destra attraversando il ponte sul Brembo di Mezzoldo.
La seconda possibilità è arrivare, nel modo che suggerisce il cuore, al Passo San Marco e da qui seguire direttamente la cresta verso est che passa dal Pizzo delle Segade e dalla Bocchetta d'Orta.

Sentiero_delle_Casere_Mezzoldo_Madonna_delle_Nevi_Orobie_Montagne_Lombardia

Dal sentiero delle casere verso il rifugio Balicco.

 

Madonna delle Nevi - Bivacco Zamboni - Bocchetta D'Orta

Allora, lo ripeto, non andate a destra del rifugio Madonna delle Nevi. Altrimenti vi perdete un sentiero ripido come il collo di un brachiosauro, nel mezzo di una pineta bellissima.
In pratica quando si lascia la macchina da qualche parte, probabilmente dove c'è il campo da calcetto, si sale l'asfalto verso Madonna delle Nevi e prima di arrivarci, dopo la fonte di acqua freschissima, ci sono dei cartelli che indicano di andare a sinistra e iniziare a calpestare terra ed erba. Oltre ad avvisarci che, facendo un passo nelle direzioni indicate, si entra nel sentiero delle casere.
Auguri.
La traccia all'inizio è evidente, poi, nella pineta che si incontra di lì a poco, lo è un pelo meno ma non è che ci si possa prendere grandi libertà. Il terreno è stato sistemato così in verticale che se a qualcuno cade la bottiglia di Bonarda dallo zaino, la sentirà schiantarsi sul parabrezza della macchina nove secondi dopo.
A meno che i miliardi di formiche al suolo non se la scolino prima.
Quando si esce dalla pineta si trova la prima casera della collezione e qui il sentiero passa per un breve tratto aperto. Poi si rientra nel bosco bello ripido, si esce nuovamente incrociando il sentiero che proviene dalla località La Fraccia e finalmente la vista può iniziare stabilmente a spaziare sul mondo circostante, senza incontrare ogni volta un tronco a un metro dal naso.
Il punto saliente è non sbagliare percorso alla casera Azzaredo.

casera_malga_baita_azzaredo_ERSAF

Immagine di proprietà di ERSAF Lombardia: http://www.ersaf.lombardia.it/servizi/notizie/notizie_fase02.aspx?ID=17747. Rielaborata per capire dove andare e dove no.

 

C'è una traccia di sentiero che ci passa davanti, proseguendo a sinistra e finendo nel nulla quando è già troppo tardi per tornare indietro.
Detto tra pochi intimi andrebbe benissimo proseguire sulla sinistra, se poi si è disposti ad andare, a naso, verso l'alto, quando si giunge in una grande conca dopo aver aggirato un'ampia propaggine del terreno. Da qualche parte sopra la testa passa il sentiero 101 delle Orobie Occidentali, impossibile da mancare perché taglia tutto il versante sud ai piedi della cresta su cui si deve giungere.

Cartina_Kompass_Lecco_Val_Brembana_casera_Azzaredo_Passo_della_Porta

Non ci sono riferimenti particolari e non ho scattato foto dell'itinerario. La conca sta alla sinistra del Passo della Porta e il passo è riportato dalla cartina Kompass Lecco, Val Brembana. Ma la stessa cartina Kompass pone la casera Azzaredo sempre a sinistra del Passo della Porta e questo non va bene. Nelle mappe di OpenStreetMap la casera Azzaredo è alla destra del passo, rispetto al nord, e questo mi torna più vero. Solo che la chiamano baita Azzaredo...
Ognuno fa un pò come stracavolo gli pare.

OpenStreetMap_baita_Azzaredo_Passo_della_Porta_Val_Brembana

Tuttavia.
Andando alla destra della casera Azzaredo il sentiero sale subito e segue il percorso più diretto per arrivare al rifugio Balicco, nuovo e bello come uscito un'ora prima dagli scaffali Ikea.
A sovrastare la grande conca che lo ospita c'è l'imponente muraglia di confine tra la provincia di Bergamo e Sondrio, quella posta tra il Monte Tartano, a est, e il monte Fioraro a ovest.
Prima delle muraglia, tra questa e il rifugio, c'è il bivacco Zamboni, con il sentiero 101 che gli passa sul tappetino di casa.
Una volta al bivacco la vita è semplice. Basta andare alla sinistra di questo, avendo il Balicco alle spalle, e attraversare il Passo della Porta citato in precedenza.
Il percorso va via in piano che è un piacere, almeno viste le pendenze fino a questo momento. Poi quando ci si stufa magari si è già in prossimità del Bocchetta d'Orta e qui, finalmente, dal bello si passa al bellissimo.

 

Itinerario 2: Rifugio Cà San Marco - Pizzo delle Segade - Bocchetta d'Orta

Il rifugio Cà San Marco è il meno vistoso dei due che stanno sotto l'omonimo passo nel versante bergamasco. L'altro è il San Marco 2000, grosso e piantato in cima alla striscia di tornanti che provengono dalla strada per Mezzoldo.
Visto che siamo gente appartata, a me e alla mia combriccola va molto più a genio il parcheggio del Cà San Marco. Almeno quelle volte che si infrangono tutte le regole etiche e si prende una macchina per andare in alto.
Dal parcheggio basta andare dietro il rifugio e iniziare a scaldarsi salendo per la rampa che porta al passo.
Sul passo San Marco c'è una piazzola che in estate è invasa di gente e di moto. A volte più moto che piloti e sono quelle stesse moto che rompono l'anima a chi sta salendo a piedi per il sentiero delle casere a ovest del Madonna delle Nevi.
Ma questo l'ho già scritto.
Dal passo, levando le tende senza neanche averle appoggiate, bisogna salire subito verso est. Passando sotto un traliccio con una casupola di ferro montata dentro e guadagnare in fretta quota sulla cresta del Pizzo delle Segade.
All'inizio si può anche sfruttare il sentiero 101 e volendo si può lasciar stare di andare a casa della Cima Villa e del Pizzo delle Segade. Però poi si rischia di tornare alla macchina con la sensazione di non aver fatto bene i compiti, quindi conviene abbandonare la via principale, seguire il filo di cresta e dare una carezza fuggevole alla croce delle Segade.

Pizzo_delle_Segade_Monte_Azzarini_invernale_Passo_San_Marco

Foto che non si riferisce al mese di luglio.

 

Da dove si è si va giù e, dalla prima vetta del giorno, che sazia almeno quanto un antipasto per un naufrago, la cima del Fioraro è tutta sulla traiettoria di nord-est rispetto dove ci si trova.
Anche la traccia di sentiero punta verso nord-est e infatti uno la percorre fino a ricongiungersi al 101 nei pressi della Bocchetta D'Orta.
Ho già scritto anche questo: qui, finalmente, dal bello si passa al bellissimo.

La cresta che parte dalla Bocchetta D'Orta e serpeggia fino alla vetta dell'Azzarini non è uno di quei posti dove stringere i denti e recitare preghiere articolate. Dalla bocchetta alla cima sono circa quattrocento metri di dislivello e se uno proviene dal passo San Marco, fino a questo momento, non ha fatto molto. In termini di movimento.
Comunque.
Però.
Si è sulle Orobie.
Sulle sensualissime schiene delle Orobie, con qualche roccetta da conquistare, mettendogli le mani addosso, e il vento che non si prende nemmeno un giorno di pausa.
Ci sono quattro torrette di pietra sulla cresta, visibili da lontano. La prima volta che sono salito sulla cima, provenendo dallo Zamboni, in realtà non sono arrivato alla Bocchetta D'Orta, perché un pò prima ho tagliato via per un pendio e sono giunto dopo l'ultima di queste torrette.
Non ho idea del perché esistano e se si sono create tra loro, comunque ci sono e a superarle rimangono al loro posto. Sembra.

Omini-di_pietra_cresta-Monte_Azzarini_Fioraro_Val_Brembana

Trova l'umano.

 

Dentro una di esse c'è un madonnina di legno e lo so anche senza aver spostato una ad una le pietre.
La madonnina ha buone orecchie, come tutte le madonnine, e a tirare giù santi e santioni ti sente ben oltre la cima del Fioraro.

Come si diceva all'inizio, nella zona, con i nomi, non hanno mai deciso chiaramente chi si chiama come: la meta in questione ne ha due, uno per gli amici e uno per le amiche. Senza far torto a nessuno li sto continuando ad usare entrambe e credo proprio che continuerò a farlo:
Fioraro.
O Azzarini.
In ogni caso lassù il panorama è il solito tripudio di belle parole e pensieri che evaporano.

Monte_Azzarini_Fioraro-vetta-salita_in_cima-Montagne_Lombardia-prealpi_orobie

La piccola croce che si incontra è il punto più alto della giornata ma la grandiosità, la meraviglia disegnata per gli umani che sono giunti sin qui, si dischiude sulla cima quasi gemella, ad est della prima.

Quando capita non bisogna tirarsi indietro e sopra il Fioraro, francamente, ho lasciato che la vastità e la gravità mi portassero dove volevano.
Sotto questa cima, andando verso est, la terra precipita disegnando una linea di cresta che sembra un fulmine di pietra impresso nella terra.
E` la stessa muraglia sotto la quale si cammina provenendo dal bivacco Zamboni ma, mentre dal basso comunica all'uomo per via della sua incombenza, vista da sopra vuole impressionare col suo disegno, con il suo guizzo iniziale per poi puntare dritta verso l'orizzonte, scontrandosi con tutte le linee traverse che lo compongono. E abbattendole.
In fin dei conti il mio scrivere, descrivere ed essere lassù ha un'immagine che per me è un simbolo e può parlare facendo tacere ogni parola.

Cresta_collegamento_Monte_Azzarin

Da quella cresta sono disceso due volte e come ho detto all'inizio non l'ho fatto solo per puro piacere. La seconda volta è stata con il mio fratello di avventure di allora, il Pol, e ci sono tornato perché la prima volta la cresta l'ho tagliata a metà, circa, e me ne sono andato dal sentiero 101.
Dovevo tornare al Madonna delle Nevi e percorrere tutta la linea sommitale mi avrebbe portato via troppo tempo.
Ma, soprattutto, la prima volta avevo con me la macchina fotografica e ad un certo punto, in quei momenti in cui la sollevo e la metto tra me e quella parte di mondo dalla quale mi sento immerso totalmente, come una goccia d'acqua nel mare, mi sono accorto di non aver inserito la scheda di memoria.
Ho premuto il pulsante di scatto, ho guardato la foto materializzarsi nel display e poi l'ho vista scomparire per sempre dietro la scritta No-card.
Niente ricordino, amico mio.
Avrei dovuto premere un grilletto, sentire odore di polvere pirica prima di mandarmi nel mondo dei coglioni che non controllano l'attrezzatura per un'uscita e si suicidano di crepacuore.
C'era tutto quello per cui vale la pena portarsi i chili della Sony sulle spalle. Tutto. Anche se quel peso fosse aumentato dopo ogni scatto, avrei scattato felice e sarei tornato a valle più basso di venti centimetri sentendomi un gigante.
Ma non avevo la scheda di memoria, se non quella nel mio cervello difettoso e non bastava per portarmi a casa quel cielo e la magnificenza che sorgeva sotto.
Anche per questa ragione ho tagliato la cresta verso metà, prima di giungere alla Bocchetta di Budria, verso il Monte Tartano, e scendere allo Zamboni.
Le teorie sul non dover possedere a tutti costi, sul piacere di ricordare senza avere un riferimento fotografico a cui tornare materialmente, cose in cui ogni tanto credo, bhè, laggiù non valgono. Due settimane dopo ero a Cà San Marco con due schede di memoria da 64 Gbyte a disposizione, tanto per essere enfatico, di cui una, vuota, infilata nello slot della Sony così a fondo che avrei potuto registrarci su anche i suoi pensieri intimi.
I cieli non saranno mai uguali due volte, e nemmeno le rocce o l'erba o una cima, se si va a fondo della questione. L'animo poi non ne parliamo, il nostro modo di intendere, di essere nel proprio tempo personale.
Mai uguale.
Sempre in mutazione.
Nulla di importante, comunque.
Quando sono arrivato sulla punta dell'Azzarini e poi ho guardato giù, verso il suo precipitare dalla parte opposta di salita, ho sentito nuovamente che quando capita non bisogna mai tirarsi indietro.
Ormai sapevo dove vastità e gravità mi avrebbero portato, sapevo che c'era un percorso per poter scendere ma inizialmente la mente ha detto: Diobuonoimmensoepadre, fa paura!
E la paura non esiste quando ci si diverte, quando le preoccupazioni vengono trasformate in gioia.
Fa paura ma sono qui, di nuovo e tu sei stupenda.
Siamo andati giù, ci siamo proprio scolati la discesa verticale come un bicchiere di vino rosso forte e stordente.
Eravamo felici in due, lo so. Anzi in tre, perché il mio amico si era portato appresso il cane: Sun.
E non abbiamo smesso di esserlo a lungo.

Quindi ecco spiegato come mai non ci siano tante foto di quel territorio, nonostante ci sia andato più d'una volta, per la precisione tre: la prima in assoluto fu mesi antecedente alle due a seguire, giusto per toccare la cima del Pizzo del Vento e del monte Tartano.
Si è capito che il percorso, da qualsiasi parte lo si inizi, stimola a compiere cerchi ed anelli. Nel primo caso, da Madonna delle Nevi, si attraversa tutta la cresta e si discende dalla Bocchetta di Budria, segnalata da questa robina di pietra immancabile visto che si deve rimanere sul filo di cresta.

Bocchetta_di_Budria-Val_Brembana_cresta_Monte-Tartano_prealpi_Lombarde

Nel secondo caso, da Cà San Marco, si percorre di nuovo tutta la cresta, si scende sempre dalla Bocchetta di Budria e si riprende il sentiero 101 per tornare alla Bocchetta d'Orta e di qui al Passo San Marco.
Nient'altro.
Se non che le foto di quel giorno sono backuppate ormai in abbastanza posti per essere trasmesse alle future venti generazioni a seguire. Posto che ci si arrivi.
E anche se non ci si arriva i backup resteranno.

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