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non importa quanti anni sono ormai, so per certo che sono un pò.
In realtà so anche che da piccolo non era un rito e una gioia come adesso. Insomma, andare in salita con gambe lunghe la metà di un birillo comporta una notevole fatica, tradotta in pianti disperati e proteste. Inascoltate.
Mia mamma dice che a volte mi piantavo come un mulo, nano, in mezzo al sentiero e non c'era verso di farmi proseguire. Forse avevo anche le braccia conserte e forse mio padre ci ha fatto su una foto ma non sono sicuro. Sta di fatto che in qualche modo poi riuscivano a convincermi, o intimarmi, di salire e oggi è una di quelle tante cose per cui quei due li devo ringraziare.
Sono passati gli anni. Grazie a Dio le gambe sono diventate più lunghe di un birillo ma ho evitato la montagna come i gatti evitano l'acqua per parecchio, associandola a cose che ora sono i miei valori. Tipo lontananza.
Fatica.
Precarietà.

Sarebbe potuta andare avanti così fino alla fine, non lo so.
Fare tardi il sabato sera e dormire fino alle 12 la domenica mattina, vagare con l'autoradio accesa, dire cose davanti a un cocktail sapendo che poi l'alcool avrebbe fatto effetto. Una sigaretta accesa in un angolo, meditando, il tempo andava cambiato.
Il mio grande amico di avventure di allora, di sempre, penso la veda allo stesso modo, adesso.
Non sarebbe potuta andare così fino alla fine.
Due cose sono successe in sequenza, due persone.
Una ragazza con una casa in val Brembana e un tizio che mi ha fatto conoscere le cime dal lato verticale.
Con la prima ci sono stato insieme e, giusto per chiarire, quando ancora non sapevo della casa in montagna.
Con il secondo non ci sono stato assieme, anche se pure lui ha una casa in montagna, ma siamo diventati amici.
Ho paura che debba ringraziare anche loro oggi. Per un sacco di cose. E per avermi rimesso dove naturalmente dovevo stare: sopra un sentiero.