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Scrivere quando si è seduti non è facile.
Camminare, ad esempio, è un momento splendido per pensare. E' come se le gambe, muovendosi ritmicamente, innescassero la grande fucina delle invenzioni brillanti, dei ragionamenti cristallini, dei progetti per week-end memorabili. Almeno certi giorni, sotto certi cieli, a contatto di alcune strade.
Ma camminare e scrivere è ancora più difficile che stando seduti. E non parlo solo per immaginazione.

Il testo che sto provando a distendere su questa schermata, ancora parecchio bianca, vorrebbe toccare un argomento che mi è caro. Almeno come la capacità di tenere in mano una macchina fotografica e farle registrare quello che vedo.
La fotografia di paesaggio.
L'unico genere per cui sento di poter fotografare.
Meglio.
Per cui devo fotografare.
E ciò di cui scriverò sono solo personalissime considerazioni al riguardo.
Il capitolo uno, per ora.
Vincendo la difficoltà di doverlo fare seduto su di una sedia di legno, davanti ad una finestra chiusa ma col conforto di un mattino radioso di settembre.

Un posto difficile

Posso solo parlare per esperienza personale, quindi riavvolgo il nastro, torno indietro e mi rivedo in quello che ho davvero vissuto: sto camminando in una mattina di luglio attraverso un parcheggio quasi completamente vuoto.
Sono appena uscito dalla stazione della metropolitana di Milano Lambrate e sto puntando dritto al posto dove lavoro, ad un chilometro di asfalto da dove mi trovo, passando tra le ombre dei palazzi che mi sovrastano e le pozze di luce caldissima che si aprono irregolarmente tra l'uno, l'altro e il successivo.
Zone scure, riflessi, aria immobile, il suono di un treno che frena lentamente e gli annunci sui binari che si insinuano disperdendosi nelle vie.
Io sono lì, il mio corpo è lì, in quell'ambente.
Potrei trovare modi più eleganti per dirlo ma la frase esatta è: tutto ciò che mi circonda
mi fa schifo.
Camminare è sempre camminare,
farlo in quella mattina di luglio è stato come provare a vincere la resistenza di una membrana invisibile. O una melassa invisibile, nella quale più mi addentravo e più provavo stordimento, angoscia.
Pura, semplice angoscia.

In biologia si chiama osmosi, prendo da Wikipedia:

Il movimento dell'acqua avviene da una regione a minor concentrazione di soluto verso una regione a maggior concentrazione, quindi secondo il gradiente di concentrazione, cioè l'attività.

nel mio animo non so come si chiami tale processo, comunque è sempre un movimento secondo gradiente di concentrazione.
In me c'era vita e mentre camminavo la mia vita defluiva fuori, andava via verso quell'ambiente che di vita pareva non averne, sembrava nutrirsi della mia e più avvertivo questo travaso più mi indebolivo, perdevo.
Si può forse perdere vita senza provare angoscia?
Quando finalmente ho aperto la porta del mio luogo di lavoro ero già sfinito prima di iniziare.
A distanza di giorni mi sono venute due febbri sul labbro, ho dormito malissimo, mi è caduta una pentola su un piede e il frigo ha smesso di funzionare per due ore.
Lambrate si prendeva la mia vita ogni mattina e pure un pò ogni sera, quando dovevo fare il percorso inverso, tentando di raggiungere la mia macchina al capolinea della metro, da qualche parte più a nord.

Ho scritto quello che ho scritto perché sono parecchio sensibile al paesaggio. Sono ambientopatico, anche se ci lavoro su da tempo.
E non è una condizione facile da gestire, soprattutto per un fattore:
quando non capisco quale ambiente vorrei intorno.

Camminare diventa un elemento fondamentale, nel mio caso. Camminare mi permette di andarmi a cercare dove dovrei stare. Con tutta la libertà del mezzo.
Con le ruote bisogna seguire la strada, per un treno è pure peggio, con gli aerei e le navi si può godere di una simbolizzazione dell'infinito, tra cielo e mare, ma stando seduti accanto ad un finestrino, o passeggiando avanti e indietro su di una passerella. E poi si arriva sempre in un porto, partendo sempre da un altro porto.
Troppe costrizioni, davvero.

Camminare è tutta un'altra storia.
Basta solo scegliere una direzione, verso ovunque, in barba e baffi a qualsiasi freccia, a qualsiasi costrizione. Si potrebbe scoprire un giorno di aver deposto le prime impronte umane su di una superficie, perché nessuno ci ha mai pensato prima a percorrerla. Cosa vedremo quel giorno?
Potrebbe essere l'inferno.
Potrebbe anche piacerci.
In ogni caso il dubbio è il primo motore per spostarsi. Per esplorare.

Josef_Koudelka-Spain-1975

Joseph Koudelka, Spagna, 1975 - oltre che usare la macchina fotografica, deambulare è l'altra grande caratteristica di un fotografo en plein air

Il drappo arancione

Vista la mia ambientopatìa ho sempre badato parecchio a dove mi trovavo e quando ci si guarda molto intorno si finisce a notare i particolari. I segni.

Camminando si ha anche tempo sufficiente per assimilarli con calma, per vederli davvero.
Di recente mi è capitato di assistere alla danza di un drappo arancione su di un muro bianco, in un luogo circondato da montagne marroni sotto un cielo blu. Il vento faceva danzare il drappo, rendeva scintillante l'aria oltre a muovere le nubi in alto.
Non ero certo finito tra i tremilacinquecento metri di quota e i quattromila per assistere alla sua casuale performance, stavo ponendo l'attenzione su tutt'altro ma, qualsiasi cosa fosse quel tutt'altro, per me era merce preziosissima e rara. In realtà ero estasiato da uno spazio circolare, al margine di un monastero buddhista in una indefinita valle del Ladakh, dove un palo centrale faceva convergere molteplici cavi impreziositi da bandierine votive.

La luce del tramonto, la solitudine, le vette circostanti, il silenzio e il suono unico dell'aria impetuosa che sbatteva quei coriandoli di stoffa colorata hanno creato una porta d'accesso ad un ambiente eterno. Definizione che riprenderò più avanti e che di solito si abbina ad un tempo infinito, generando, come già detto, l'estasi.

Ladakh-Paolo_Buffa-2018-India-travel_landscape_photography

In quei momenti ogni cosa è fondamentale, nulla è meno o più importante, tutto è necessario, così come deve essere.
Lentamente.
Mi sono spostato lentamente.
Seguendo la forma rotonda dello spazio, sbattacchiato a mia volta dalle raffiche d'alta quota.

Circa venticinque giorni prima mi stavo facendo prosciugare l'anima dalle vie di Lambrate. Ora quel gradiente di concentrazione si era invertito, stavo riscuotendo, con una quota di interessi oltre ogni aspettativa. Non avevo freddo, avevo la pelle d'oca, quella delle grandi occasioni, quando è impossibile sciupare un qualsiasi momento: ci si è lasciati dissolvere, si è permesso al mondo di lasciarsi amalgamare ad esso.
In un certo giorno.
Sotto un certo cielo.
A contatto di un particolare suolo.
E con quella luce lì.

Mentre abbassavo per l'ennesima volta la macchina fotografica dopo uno scatto, il drappo arancione si è mosso ancora una volta nella periferia del mio campo visivo.
L'avevo già notato in precedenza ma se ogni cosa aveva la stessa importanza, lui poteva ancora attendere prima che mi dedicassi al suo show.
Mi sono avvicinato, mi sono appoggiato al muro opposto a quello dove stava appeso e l'ho guardato. Non importa nemmeno quanto sia stato in balìa dei suoi movimenti: quando il tempo è infinito ogni suo passaggio terrestre è irrisorio.

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Per me fotografare è prima di tutto una condizione dell'anima.
E potrei anche metterla giù più dura,
prima di tutto è un'educazione.
Educazione alla bellezza.

Assassinio

Non ci possono essere foto di Lambrate, a luglio 2018, la mattina, nel mio territorio personale.
Sono ambientopatico, pertanto l'ambiente a volte mi influenza come la kriptonite può debilitare superman. L'ambiente sbagliato, s'intende.
Potrebbero esserci foto mie di angoli di Lambrate a settembre 2017, o magari ce ne saranno a ottobre 2018, la sera, o un pomeriggio di pioggia, non posso saperlo ma so per certo quando non posso fotografare.
Mi è vietato fotografare le nature morte.
O qualsiasi cosa mi comunichi la staticità.
La paralisi.
Perché poi è tutta roba che passa oltre la (mia) pelle e si tramuta in sensazioni soffocanti, cupe. Oltre che far morire qualcosa anche in me, tipo una speranza, il sorriso, il passo, e tendo a diventare meno propenso per i "mi scusi", "grazie", "ciao".
Far morire la bellezza.

Lambrate sembrava una gigantesca natura morta. Un territorio privato della sua vitalità, quella che non posso trovare nel solo asfalto, nelle voci dei nastri registrati agli altoparlanti, nel rumore dei treni che vanno e arrivano e che, temevo in modo distorto, si guidassero da soli.
Ero rimasto io e la mia ombra e qualche altro sfortunato che si aggirava con espressioni del volto imperscrutabili.
Avrei voluto un temporale improvviso. Un cielo che si fosse ribellato a quel suo stato di prigionia, murato dentro superfici bianche: pannelli preposti a tagliare ogni comunicazione tra il mondo emotivo degli umani e quello evocativo dello spazio e del vento.
Invece nulla. Il caldo pulsava
anche se non come un cuore. Come una ferita.

Nel suo trattato su fotografia e meditazione, Diego Mormorio scrive una frase che mi appartiene fin nel profondo:

Il meditante, infatti, così come cerca di vedere in profondità, si allontana, dopo averle vedute, da cose che lo sguardo attento lo porta a ritenere inutili o, peggio ancora, dannose all'equilibrio mentale, così come lo sono tante scene della vita consumistica e dello spettacolo d'evasione.

Dannose all'equilibrio mentale.
Come un'eco in una valle.

Mormorio associa il meditante al fotografo e la scelta di un soggetto fotografico alla pratica meditativa.
E mi va benissimo
ma sono le cose inutili e dannose che mi coinvolgono, perché mi sentivo assediato. Uno spazio assemblato da fotogrammi insopportabili.
Passarci attraverso è ovvio che per me comportasse un danno.
L'equilibrio mentale.
Quello che mi incuriosisce è capire chi è stato l'assassino di Lambrate in quel luglio 2018.

Una risposta facile c'è sempre ma mi sono accorto che la risposta facile non mi soddisfa neanche un pò.
Amo luglio. Le sue giornate lunghissime, tutto il caldo possibile e immaginabile in una paese del sud-Europa, l'Italia. Il rovente luglio italiano.
Non sono tanto folle da immaginare me
a luglio
a Lambrate.

Quindi la risposta facile riguarda le mie aspettative mancate.
La mia posizione sul mondo era sbagliata, non riuscivo a togliermelo dalla testa, pertanto vedevo quell'errore ripetersi ogni mattina, dal momento in cui mi alzavo alla concretezza di quando, in quell'errore spazio-temporale ci camminavo.
Ma, ci tengo a precisarlo: non era perché dovevo lavorare a luglio. Il resto l'ho già detto.
In questa situazione l'assassino di Lambrate ero io.
Però non mi soddisfa.
Potrà essere vero in parte, in una minimissima parte e quella parte non fa sentire me l'assassino.
Ci sono altri indizi. Ma soprattutto un'immagine che mi è tornata spesso in mente ripensando ad allora

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la cella di isolamento del film "Escape plan".

Messa così il colpevole che ho individuato è pronto da additare. Silvester Stallone.
NO,
anche se sono sicuro che potrebbe uccidere un quartiere di Milano persino controvoglia.
Quindi ne resta uno solo, oltre Sly, nella scena qui sopra. Ed è una lei.

La luce.

Mi sono immaginato in ogni angolo della Terra. Sono passato dalle monotone vie di una periferia urbana fino alle distese epocali di un altipiano tibetano, vedendomi calpestare la sabbia bianca di un'isola maldiviana, oppure la bianca gelida distesa di neve di un versante sud nelle valli orobiche.
Mi sono anche immaginato in posti dove non sono stato.
Non con le mie gambe almeno, in cui però mi sono immerso oltrepassando la barriera del monitor. Posti da sogno. Roccaforti, punte di roccia selvagge e mortali, paesaggi costruiti più dalla mente che ripescati da un ricordo reale.
Non importa.
Ovunque.

Possedevano tutti una caratteristica comune, rendendoli per me unici eppure uniformi: non potevano mai
e poi mai
avere la luce di Lambrate in quelle giornate di luglio.
Una luce bianca, monotona, schiacciante, compatta. Qualcosa che non apriva ma chiudeva, iniettando nell'anima un senso di prigionia. Come procedere verso una cella, la stessa del film e da cui elaborare immediatamente un piano di fuga.
Vivendo per opposti, quando finalmente raggiungevo un luogo chiuso: la mia sede di lavoro, finivo di sentirmi così oppresso. Un riparo. Niente di meno che un viandante nel deserto, quando stremato trova una roccia sotto cui riposare.

Paolo_Buffa-Lambrate-relitto

Credo a questo punto di dover ammettere anche la mia fotopatia.
Non è che ce le ho tutte ma direi che essere ambientopatici comporta necessariamente di essere anche fotopatici.

Il paesaggio è luce e la luce è paesaggio.

A spegnere ogni illuminante e rimanere in un immaginario mondo totalmente buio, buio come in una bara, non esiste alcun paesaggio. Anche se fosse lo scenario più grandioso e fulminante della galassia, in assenza totale di luce, non sarebbe altro che nulla. Una lastra vuota. Nera.
Solo con la miseria di un lumino acceso qualcosa potrebbe comparire: quel cerchio di paesaggio entro l'orlo della fioca illuminazione fornita, con le sue zone oscure tremolanti e dense, i colori giallognoli e rossi, tipici di una fiamma di candela.
Se dopo qualche ora, l' orizzonte prima invisibile iniziasse a disegnarsi attraverso un'alba che sorge dal basso, allora lentamente il buio verrebbe allontanato, impigliandosi nelle ombre proiettate dietro ogni elemento sottratto alla tenebra.
Spazzare via. Rivelare. Resurrezione.
Come spettatore della nascita di un nuovo giorno ho avuto sempre l'impressione di una atto quasi tangibile della luce a contatto dell'oscurità. Due contendenti frapposti, forze contrarie legate nella linea di un confine in continuo arretramento. Nessuna possibilità di perdere: il mondo, alla fine, viene rivelato.

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L'alba nel film "Vanishing on 7th Street"

Può essere pioggia, nebbia, i raggi radenti dell'autunno, uno specchio bianco accecante.
La luce decide la forma. E modella il medesimo ambiente con mani diverse e diverse intenzioni. Se con un interruttore si potesse switchare da un'illuminazione all'altra istantaneamente, la differenza con cui percepiremmo lo stesso albero, la stessa identica strada, il corpo di una statua, o la nostra faccia riflessa nell'acqua avrebbe del sorprendente.
Ma lo sappiamo.
Quello che io non sapevo è quanto possa degradare le facoltà cognitive una luce troppo intensa del grande Dio Sole.

Bright light therapy at midday helped patients with bipolar disorder.
Six weeks of light therapy decreased depression, increased daily functioning in patients.

Il titolo riportato è preso da un articolo della Northwestern university. In realtà parla del (Dio) Sole di mezzogiorno e descrive uno studio riguardante gli effetti benefici di quella luce sull'umore di chi soffre di un disturbo bipolare. La luce intensa come una medicina, e più è intensa e più cura.

Non lo metto in dubbio, così come non metto in dubbio i risultati di altri studi, riportati in questo articolo de Linkiesta, dove i tassi di suicidi in paesi a latitudine elevata, come la Groenlandia, aumentano significativamente nei mesi estivi, quelli a esposizione solare estremamente maggiore.
In questo rapido confronto tra due esiti discordanti, ovvero: tanta luce si o tanta luce no, penso che la parola chiave sia Sole di mezzogiorno. Essere investiti come da un treno merci canadese di fotoni infuriati, a mezzogiorno, è un'esperienza che il nostro cervello mette in conto dalla nascita, anche il 22 dicembre di un qualsiasi anno.

Avere la stessa sensazione tra le 8 e le 9 di mattina no.

Semplicemente non mi sento, e non mi sentirò mai preparato per un simile trattamento. In luglio, ovunque mi trovi, quell'esposizione abbagliante a inizio o fine giornata, prenderanno a sberle il mio umore fino a rintronarlo e sfinirlo.
L'importante è saperlo. Come al solito.

Resurrezione

L'ambiente è nella luce ma non è solo quello. Ha le sue forme e i due elementi sono fusi insieme come l'aria per i polmoni: se manca uno l'altro perde di significato.

Riavvolgo per l'ultima volta il nastro.
Sono ancora davanti al drappo arancione, a tremila e chissà quanti metri d'altezza, con lo stesso vento impetuoso, il monastero e tutti i monaci buddhisti e le montagne circostanti nè più basse nè più alte di prima. Anche io vesto uguale, mi sento bene e sto per alzare la macchina fotografica verso il movimento del drappo, estasiato, io.
Ma
premo per sbaglio l'interruttore della luce ambiente, quello immaginato prima, e la morbida tonalità della sera si dissolve all'istante.
Tac.
All'istante piove dall'alto la martellante luce sui parcheggi di Milano, la mattina. Quella luce di luglio come un maglio, che colpisce, e spezza.

Posso immaginarmi, posso vedere bene quel territorio che cambia, drasticamente interrotto. Il drappo sbiadisce, il suo movimento, così ipnotico anche nella concitazione del vento, la sua danza senza ripetizione, appare adesso lo sbatacchiare di un animale in trappola.
Le montagne diventano acciaio, le pareti del monastero lisce superfici d'ospedale.
La luce scioglie, scarnifica e gli occhiali da Sole sono un salvagente a cui mi aggrappo, nuotando verso l'ombra, rifugiandomi all'interno.
Se una luce può uccidere un paesaggio non vedo perché non dovrebbe riuscirci con un uomo. Nella psiche.
Se però questo accade, e con me è accaduto in modo sistematico, allora devo ammettere anche l'opposto: una certa luce può resuscitare.

Quel Cielo di Lombardia, così bello quand'è bello, così splendido, così in pace.

Ora, mentre scrivo, è settembre e la frase tratta dai "Promessi sposi" di Manzoni, nel capitolo XVII, descrivendo una mattina di novembre, torna ad avere un significato anche per me.
Non credo che lo scrittore lecchese abbia avuto mai troppi cieli diversi sopra la testa, oltre quello lombardo, eppure vado sicuro della profonda esattezza delle sue parole.

Nella mia dimensione, proprio perché è settembre, per Lambrate ci sono già passato più d'una volta. A qualsiasi ora.
In una di quelle giornate, l'aria che porta via l'estate e insinua i primi avamposti dell'autunno, mi ha quasi immobilizzato lì dov'ero. Più o meno negli stessi posti e posizione di luglio, con un traffico di gente e persone intorno quasi uguale.
Ma posso solo dire una cosa al riguardo: la luce che colpiva ogni elemento visibile sembrava una diretta caratteristica del vento. E ovunque andasse a insinuarsi resuscitava la bellezza.
La mutevole, fragile bellezza che può sostenersi in equilibrio sopra un raggio.
Frammentata.
Ero a Milano, mentre un camion passava cupo accanto al marciapiede.

Eppure, ovunque andasse, anche sottopelle, passando oltre gli occhi
la luce resuscitava la bellezza.

La mia conclusione per molti non sarà altro che un terreno già esplorato.
Per i molti con una macchina fotografica al collo almeno.
Per me invece non è mai stato scontato: la fotografia di paesaggio si compone di tre elementi chiave, al pari di esposizione, tempo e iso
e questi tre elementi sono il paesaggio stesso, la luce che lo rivela e la psiche del fotografo che scatta.
Paesaggio, luce, psiche.
Un insieme unico, indivisibile.

Nel tempo gli ambienti mutano.
La luce può assumere infinite gradazioni. Melodie. Lievi sfumature appena udibili.
Anima e mente di chi decide di scattare sono il testimone del rivelarsi di una forma.
Ognuno dei tre si arricchisce della relazione con gli altri due, ognuno potrebbe uscirne stremato.

È solo un punto di partenza. Una ricerca personale.
Poi lo so, per me la fotografia di paesaggio è molto di più.
E molto altro.
Un'altra scusa per esplorare,
l'ennesima occasione per allacciare le stringhe delle scarpe e ricominciare a camminare.

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