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CONSIDERAZIONI SULLA FOTOGRAFIA DI PAESAGGIO. PARTE DUE: I PASSI NELL’IGNOTO

Quando i Greci antichi parlavano di cose quali conosci te stesso, indubbiamente si riferivano all'attività di fotografare, e in particolare all'attività di fotografare paesaggi.
A quel tempo sapevano di riferirsi principalmente all'uomo e non avevano ancora idea di quale oggetto avrebbero usato per scattare una foto ma questo, secondo loro, era secondario. Una volta che una persona ha iniziato ad avanzare almeno un metro dentro l'ignoto territorio della propria mente fare foto, oppure progettare un ponte, guidare un esercito o tirare il rigore decisivo sotto gli occhi di intere popolazioni è il problema minore.
Secondo loro.
E può darsi che se anche l'hanno scritto e detto in un epoca in cui la matematica era una mezza opinione e il Sole veniva trascinato in cielo da Apollo, ne sapessero già parecchio sul problema, cioè cosa registrare sulle schede di memoria di una Canon.
O sulla superficie di una pellicola Fuji, per stare in un'era più vicina a Sparta.

Che cosa fotografiamo?
Personalmente non ne so nulla degli altri ma vado certo di ciò che fotografo io: paesaggi.
Con questo non vuol dire che conosca propriamente me stesso. In ogni caso almeno un metro dentro il mio mistero son sicuro di averlo mosso e posso dire che la breve camminata intrapresa, pur rimanendo difficile, è meno spaventosa di quanto mi sia sembrata in origine.

Scattare foto, e svilupparle, è un'attività intellettuale, anche se in molte situazioni apparentemente non sembra. E attività intellettuale è un termine vago almeno quanto immenso, ragion per cui viene qui inteso come attività dell'intelletto: capacità di una mente cosciente di collegare tra loro dei dati appresi, da qualunque canale ricettivo.

Quando penso al cervello e alla sua normale attività mi si disegna sempre davanti un'immagine: una di quelle sfere al cui interno ci sono una moltitudine di tentacoli luminosi che paiono convergere o partire da un nucleo centrale a forma di grande cerino.

Una lampada al plasma insomma.

Il simbolo di una moltitudine di connessioni contemporanee, scatenate da una particolare situazione nella quale mi ritrovo immerso.
Quasi sempre per caso.
Ricordo ad esempio che parecchie estati addietro, c'è stato un lungo periodo in cui le giornate di luglio sembravano pervase da un'aria che proveniva direttamente dal mare.
Un invisibile mare di Lombardia. Nascosto dietro insignificanti salite, oppure oltre un filare d'alberi che precludeva la vista.
Ribollente e spumeggiante, eppure silenzioso ma con la sua inconfondibile fragranza dispersa in un'aria appena smossa, soprattutto nelle infinite luci fluttuanti dopo il tramonto.
A chiudere gli occhi, e rimanere in ascolto, il mare era lì.
Parlo di trasposizioni.
Parlo non di sole sensazioni, ma dell'animo spostato inspiegabilmente da una realtà nei frammenti di un'altra.

Come si può fotografare il mare circondati da campi coltivati, case, cascine e caseggiati, avendo i piedi a contatto dell'asfalto?

Tutto ciò che vediamo in un paesaggio è contaminato da tutto ciò che abbiamo già visto. Sia che si tratti degli scenari di un film, delle montagne in un quadro di Friedrich o delle città decadenti e semi deserte di un videogioco.
Fumetti, illustrazioni, frames di una pubblicità e altre fotografie... i tentacoli della nostra lampada al plasma mentale possono essere infiniti. O almeno innumerevoli. E di sicuro non si limitano alle immagini.
Non so quanti paesaggi ho finito ad immaginare leggendo le pagine di un romanzo e come mi sono sembrati vividi, presenti e vivi nei versi di alcune poesie, folgoranti!

E cielo e terra si mostrò qual era:

la terra ansante, livida, in sussulto; 
il cielo ingombro, tragico, disfatto: 
bianca bianca nel tacito tumulto      
una casa apparì sparì d'un tratto; 
come un occhio, che,largo,esterrefatto, 
s'aprì si chiuse, nella notte nera.

Giovanni Pacoli, Il lampo (Myricae, 1894)

Nel paesaggio cammino.
Mi muovo per ore, e ore, un passo alla volta, osservando le sue forme e il suo mutare.
Lo esploro, lo voglio conoscere, voglio il contatto. Voglio fermarmi nel suo centro, ovunque sia, perché in quel punto, in quel punto preciso, va contemplato.
Per quanto io esplori, so da dove incominciare: ho bisogno della fisicità del mondo e la raggiungo ovunque, quando i confini di una città si disperdono nel terreno nudo e le ombre di un bosco si proiettano in avanti, come un invito ad entrarci.
Portarmi appresso la macchina fotografica è una conseguenza e ci sono due ragioni alla base, che in qualche modo si intrecciano, puntando ad un medesimo fine.

Inquadrare come addomesticare

Ogni paesaggio è un qualcosa diverso da noi.
Da noi umani.
Costruendo città l'uomo ha tentato di strappare all'ordine delle leggi naturali la sua fetta di territorio, per imporre all'interno la sua legge: una possibilità, e una speranza, di poter controllare il più a lungo possibile il proprio futuro.
Pertanto è scontato sentirsi maggiormente al sicuro dentro un territorio urbano che inoltrandosi in una savana, o nella stretta gola di una valle buia.
Almeno per molti.
Quando anche la città si estende per chilometri e chilometri e il viandante si appresta ad uscirne, attraversando le periferie, gli ultimi confini, può capitare di avvertire nuovamente l'inquietudine del fuori controllo, del selvatico, nonostante i grattacieli e i semafori che lampeggiano agli incroci. Capita cioè se intorno avvertiamo le prime forme di un degrado, di un territorio che ha perso la sua efficienza e sembra progressivamente inglobato nelle regole ancestrali del predatore e della preda.
Fotografare il caos, delle continue forme e configurazioni che la superficie del reale può assumere, ovunque, può essere un'attività passiva, di resa o accettazione. La differenza sta nello scattare senza imporre alcuna inquadratura o, al contrario, nel cercarla.
Un'inquadraturaè la modalità personale di vedere una scena, è l'equivalente di un addomesticare. Fare ordine.
Riportare alle proprie categorie mentali le categorie inconoscibili, o soltanto intuibili, di ciò che ha creato la realtà in cui ci muoviamo.
E viviamo.

La via di casa

Decidere di fare un passo dentro l'ignoto, come dicevo all'inizio di questo scritto, sarà sempre una scelta difficile per qualsiasi essere umano senziente.
L'ignoto del proprio mistero, per cui sono state scritte milioni di pagine di filosofia e per cui esistono le sacre scritture.
Dov'è l'ingresso? da dove si accede?
L'inizio è già difficile ma per ognuno di noi vado certo che esiste una casa e quella casa è l'unica abitazione in cui sentiamo davvero di poterci vivere, perfettamente adeguata a noi, a ciò che siamo, in cui entrando, ciò che fuori era mistero, al suo interno diventa risposta.
Il problema è nel fatto che io la trovo per frammenti, viaggiando nel mondo, attraverso i luoghi, le aree, i territori che esploro camminando.
Una volta mi imbatto in una sua finestra, o magari solo in una maniglia, una sedia, un bicchiere, altre volte soltanto in un mattone.
Frammenti.
Che fotografo.
E che unendo ogni scatto all'altro compongono la sua struttura.
La sua perfetta architettura. Valida e vera ai miei occhi, così come ad ogni atomo del mio essere.

Può sembrare impossibile mancare una foto così importante: in un paesaggio dove qualcosa di noi è al suo interno, disperso, passare accanto a quel qualcosa senza vederlo.
Porre attenzione è l'unica possibilità di farsi trovare all'appuntamento. L'unica possibilità di portare indietro, memorizzato in una scheda o impresso su di una pellicola, un frammento di casa nostra.
Di casa mia.
Non sempre riesce. È una condizione fragile. Entrare nella stessa frequenza di quello che mi circonda.
L'ingesso.
Quando però accade, quando il contatto finalmente esiste, allora ovunque volga lo sguardo so come devo muovermi, come interpretare. Come allineare ogni elemento di un caos per trovare un mio frammento.
Inquadrare.
Come autostereogrammi.
Quelle immagini che andavano di moda anni addietro: osservando una cartolina stampata a motivi astratti, mettendo a fuoco con i propri occhi in un punto appena prima o dopo la superficie, ad un certo momento appare l'immagine nascosta, tridimensionale e celata in precedenza alla vista.


www.notizieinvetrina.it/gli-stereogrammi-cosa-sono-e-come-vederli/

Henri Cartier-Bresson diceva:

Fotografare è porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore.

Una delle frasi più citate e riprese nella storia della fotografia. Probabilmente perché in molti la sentono vera.
E per chiunque è un'azione estremamente difficile.
In realtà, dal mio punto di vista, quella frase indica una sola cosa: se vuoi davvero trovare, allora devi dimenticarti.
Bisogna perdere.
Per fare quella foto, e strappare al tempo un frammento di sé, allora è necessario tenere la macchina fotografica in mano dopo che tutte le aspettative, i desideri, le regole sulla perfetta composizione e il giusto stare al mondo sono istantaneamente dissolti.
Quella foto, quella perfetta personale inquadratura, nasce al termine di ogni nostra barriera tra l'interno e l'esterno.
Tra l'io e il resto del mondo.
Nessuna separazione, solo continuità.
Quando io sono il paesaggio.
Allora, solo allora, trovo.

Non è facile, per niente.
Bisogna allenarsi.
Partendo da molto prima di una fotografia.
Bisogna capire la propria mente attraverso la propria mente.
E sono un sacco di passi nell'ignoto.
Ecco perché penso che fotografare sia un'attività intellettuale, così come sviluppare una foto. Probabilmente è solo la scusa che mi riesce meglio per ricordarmi di capire chi sono.
Per cercare la mia vera casa. E sentire.

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