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ci sono parole che in italiano voglio dire di più, con il suono vanno oltre.
Ed altre che invece valgono di meno del suono che hanno in altre lingue. Come feel, che soffia terapeutica dal dentro verso il fuori affievolendosi sul finale per poi tornare indietro, dal fuori al dentro, muta, riportando al petto ciò che aveva promesso. Molto di più del sentire italiano.
Eppure convalescenza è un termine che non funziona a dovere, in nessuna lingua pronunciabile da una fonologia italiana.
Dopo una malattia o dopo un incidente to feel slowly the energy dell'essere in vita, montare come una marea insistente, giorno su giorno, in una resurrezione privata al mondo. Convalescena non basta. Perché la quieta esaltazione del sopravvivere, la possibilità infinita racchiusa in un attimo che si può separare all'infinito dal tempo per osservare, contemplare, una luce che filtra sul letto mentre si recupera l'esistenza merita di più. Merita un suono che ripoti ai primordi ma insieme lieve, in equilibrio tra il soccombere e il proseguire, tra la paura e la decisione.
Non lo so, non la trovo, perché forse davvero ancora non esiste. Non ne parlerei neanche se in un anno non avessi sperimentato due volte questo stato, e quindi non fossi tornato con la memoria indietro, tutte le altre volte. Ma c'è stato un momento, una mattina, nella casa di famiglia mentre ancora me ne stavo a letto in inverno e fuori s'è alzato il Sole. Un momento in cui è filtrato dalle tende gialle abbandonate nella loro piega rotonda, indubitabile e ho guardato quella luce per una frazione che so eterna. Avevo speranza e l'ho fissata oltre il vetro, mi sono detto: "non lasciarò sfuggire indifferente questo spettacolo, quando tornerà ed io starò bene". Quella è stata l'icona della mia convalescenza, una terra nel mezzo. Dove nessuno pretende dalle forze che devono ancora tornare ed io per questo non pretendo, posso aspettare, posso fermarmi. Posso fermare.
Dopo è stato troppo semplice dimenticare e nella dimenticanza tornare a volere, a ostinarsi, ammalarsi là dove le malattie sgorgano e si diffondono, il nido dei pensieri: la mente.
Quindi non esiste quella parola allora la conio nella mia zecca, estraendo lettere e battendole nella moneta, che all'occorrenza farò tintinnare tra i denti e sulla lingua, ripetendola a invocazione, preghiera, terapia. Solafestra Maleterna.
Proprio così, al posto di convalescenza.
Solafestra sul davanti e Maleterna sul retro. Che non può essere che mia, nel mio borsello insieme a poche altre.