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Escher e il (mio) ponte [reviewed 25/01/2017]

Quando si è nel traffico va a finire che uno nota dei particolari. Per questa ragione dove i semafori ammassano le macchine per minuti eterni o in qualsiasi zona dove gli esseri umani rimangono intrappolati per lunghe unità di tempo ci sono cartelloni pubblicitari.
Non trovo affatto un caso che abbia notato il manifesto della mostra di Escher a Milano mentre morivo quotidianamente in coda su viale Palmanova.
Un sacco di giorni, per settimane, quella locandina ha incrociato il mio sguardo e la mia attenzione. Un messaggio pulsante, una spia che continuava ad avvertirmi di qualcosa che alla fine avrei fatto.

Traffico viale palmanova

Viale Palmanova è tappezzato di locandine di mostre e spettacoli: è l’unica cosa che rende sopportabile quel tubo ingorgato di macchine fatte entrare a Milano dalla porta principale.
In fondo al viale un sistema di semafori che richiederà l’energia di un’intera centrale idroelettrica, comanda il tempo di centinaia di automobilisti.
Stop. Attesa. Pronti. Avanti avanti avanti.
Stop.
Attesa.
Attesa.
Escher.

Lui ha spiccato su tutti gli altri pretendenti.
Conoscevo Escher per quei lavori che chiunque conosce e che in mostra ho ritrovato. Disegni di strutture contorte e annodate su se stesse, percorsi impossibili in cui uno stesso movimento entra in un ciclo eterno: acqua che scorre in condotti senza inizio né fine,

mc-escher-waterfall-

Waterfall

 

persone che salgono scale che le riportano al punto di partenza,

ascending and descending Escher

Ascending and descending

 

altre persone lungo altre scale che non portano a niente....

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Relativity

 

Escher mi chiamava. Forse non avrei trovato opere particolarmente sconvolgenti ma un avvertimento nella mente mi diceva che qualcosa per me c’era, sarei uscito da Palazzo Reale con un bottino.

In realtà Escher, per quanto mi riguarda, è moderno come l’ultimo modello di qualsiasi tecnologia venga sbattuta sul mercato. Ha fatto le sue opere per tutte le ragioni che gli sono passate per il cervello ma quando le guardo ora, adesso che il 2000 è alle spalle da quasi 17 anni, ogni cosa mi riporta alle sue immagini.
Ogni cosa sappia di ripetizione, città, progresso e follia.

C’è un disegno che non conoscevo, insieme ad una moltitudine di altri capolavori, ovvero Il ponte

the_bridge Escher

The bridge

 

Un sentiero che arriva da destra, passando tra la vegetazione e le rocce, si trasforma in un ponte, posto al centro orizzontale, in basso nell’opera.
Un ponte sopra un baratro e dopo il ponte una cittadina, case sopra altre case, affastellate le une dentro le altre in una colonizzazione che incrosta le pareti dello strapiombo. Un gran casino di geometrie e architetture.
Eppure tutto sembra ordinato, posto là dove deve stare. Nessuna persona in giro, nessun rumore, la campagna con i campi, le colline e le montagne sullo sfondo attutiscono qualsiasi ansia.
Ho guardato quell’opera e per me il mondo è scomparso.
Le persone intorno nella mostra, gli altri quadri appesi, il vociare… so che il mondo c’era ma io ero entrato nel mio e quel mondo mio l’aveva disegnato un’altra persona.
Quello è un disegno, una litografia per dirla giusta, che avrei dovuto fare io, visto che io sono su quel ponte e guardo giù, guardo dentro l’abisso.
Posso quasi sentire la consistenza del parapetto, la granulosità della pietra che lo sorregge, sento il suono magnetico del vuoto. Credo di aver resistito fisicamente all’impulso di staccare quel quadro dalla parete, metterlo sotto braccio e uscire da dov’ero entrato.
Ogni tanto resisto.

Il ponte è uno spartiacque e lo leggo rigorosamente da destra verso sinistra.
Ogni fine settimana, ogni volta che posso io vedo di essere là a destra. Dove non ci sono case, dove il sentiero porta chissà dove. Poi ritorno ma non entro in città, non vado nell’interno, quando ci vado la mia mente sta sul limitare, sta sul ponte e guarda in basso. Quel nero del fondale, quel salto verticale hanno più attrazione delle case, delle vie sicure, dei negozi e delle relazioni.
Sono rimasto inchiodato lì davanti a quel quadro perché solo all’apparenza non c’è niente di animato all’interno. Sono rimasto inchiodato da tutte le sue correnti invisibili e contrarie. Dove dovrei essere, dove vengo risucchiato, le scelte, quelle prese sapendo cosa stavo facendo, quelle inevitabili, quelle per cui mi sono imprigionato...ogni cosa si pareggia in un unico punto, sull’arcata centrale del ponte.
Per quanto mi riguarda, io sono ancora là.

Certo, è successo di nuovo, il corpo si è spostato senza essere seguito dall’anima.
Ho visto altre cose.
Forse ho mosso qualche passo oltre il ponte.

Escher parla di moduli. Rappresenta elementi ripetuti come in un frattale. Non si scappa dalle sue rappresentazioni isogoniche. La vista da una prospettiva ci fa ritrovare dentro la stessa visione ripetuta all’infinito.

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Print gallery

 

Copie di copie di copie di copie….
Più mi addentravo nel suo mondo e più vi scorgevo il mio.

Escher - Red dogs

Red dogs

 

Tutto ciò che viene clonato è moderno, non è una questione di pecore di nome Dolly, è davanti ai miei sensi ovunque. Ogni giorno le strade sono invase da scatolette con le ruote, una dietro l'altra che si ammassano agli stessi orari in spazi non più in grado di contenerle tutte.
Viste da lontano, nella loro massa, sono uno spettacolo, un organismo cellulare che fluisce sempre verso le stesse direzioni. Le scatolette che vanno, ad un certo punto tornano, quelle che tornavano ad un certo punto vanno.

Trovarsi dentro quel procedere di lente ruote come antichi carri non è così spettacolare. Davanti c'è una sterminata ripetizione di faretti rossi, voltandosi c'è una sterminata serie di fari bianchi.
E ognuno di noi là dentro.
Noi che siamo il 99% del mondo (come ci ricorda il Sole 24 ore in questo articolo del 2015).
Una cosa che mi diverte fare ogni tanto, mentre le marce vanno dalla prima alla seconda e tornano alla prima, è accendere la radio e sentire se riesco a beccare una trasmissione.
La mia radio funziona benissimo e guidando in pianura posso prendere tutte le stazioni dell'etere ma quello che mi diverte è accenderla e vedere se becco una trasmissione e non la pubblicità.
All'inizio non ci facevo caso ma poi ho iniziato ad accorgermi: se mi sintonizzo su certe stazioni, come Radio 24, non becco mai una trasmissione, solo pubblicità. Poi la trasmissione parte ma io sono coordinato per beccare subito la pubblicità appena accendo.
Ho fatto varie prove. Ad esempio ho provato a sorprendere la radio schiacciando il tasto on a tradimento, dopo aver fatto l'indifferente. Ho cambiato i miei orari e l'ho accesa 5 minuti prima ,o dopo, la stessa ora della giornata precedente. Ho provato a cambiare dispositivo e collegarmi con lo smartphone.
Niente.
Pubblicità.
A volte inizio a premere uno dietro l'altro i 6 tasti delle 6 frequenze memorizzate. Passo da Virgin radio, da Radio 101, da Radio Italia solo musica italiana.
Pubblicità.
Martellante come un picchio che sbatte la sua testa sulla corteccia finchè non la buca e ci si infila dentro.
Provo a scorrere la ricerca intercettando le radio più sballate e improbabili della Lombardia, becco le radio dei garages e delle cantine, le radio dei marmocchi che mettono su un impianto in cameretta.
Pubblicità, pubblicità ovunque.
Copie di copie di copie. E come la partenza di quello che ho scritto, spegnendo quel megafono di idiozie commerciali, se mi giro da qualche parte e guardo fuori, le pubblicità colano dai muri delle case, si spalmano su cartelloni e insegne. Vogliono entrare nel mio abitacolo in ogni modo e poi risalire e avvinghiarsi intorno alla testa come un cappio.
Del resto lo posso capire, siamo tutti in coda perchè andiamo a lavorare le nostre 8, 9, 10 ore al giorno per produrre un sacco di roba che viene buttata via a fine anno, invenduta. Magari non se ne parla tutte le sere a tavola ma ho raccolto tre esempi a caso: articolo del 2009 sul Sole 24 ore oppure articolo sulla produzione di massa e anche articolo del 2015 sul Fatto Quotidiano.

Per la seconda volta Escher mi aveva rapito, mi aveva catapultato nel traffico, tra i fumi degli scappamenti immobili in colonna.
Dovevo tornare al mio ponte. Al ponte che lui aveva disegnato per me e per tutti quelli che devono saltare giù dal nastro trasportatore anche per poco.

Sono uscito da Palazzo Reale appena in tempo per non rimanerci chiuso dentro. Alla cassa del bookshop la cassiera mi ha guardato come l'ultimo intoppo tra lei e la fine del turno. Per la prima volta nella mia vita avevo comprato il catalogo di una mostra e scucire tutti quei soldi non mi stava generando alcuna sofferenza.
Dovevo portarmi a casa il mio ponte e tutto quel casino di sensazioni che l'olandese mi aveva generato.
Ero felice.
Di più, ero raggiante.
E ci ho messo un sacco a capire perchè. Addirittura questo stesso post l'ho riscritto per metà perchè quello che avevo scritto in precedenza non mi convinceva affatto.

La questione è molto semplice: i quadri di Escher, i suoi disegni tutti mi fanno impazzire. Mi fa impazzire la sua precisione matematica, la sua razionalità espressiva, l'ordine che diventa arte senza un computer e un software tra i piedi. Mi sembrava di guardare un precursore dei rendering 3D. A volte ero sicuro di stare osservando una schermata di un videogioco. Mostri di fine livello. Battaglie stellari.

Depth

Depth

 

Escher - Bees in Metamorphosis

Bees in Metamorphosis

 

Another world II

Another world II

 

Apparentemente non c'è nulla di oppressivo nelle sue opere, i soggetti sono come statuine, hanno l'aspetto attraente, a volte sorridono pure.
Ma è la facciata, è solo l'involucro.
Lo stesso involucro che avvolge le confezioni ordinatamente impilate nei supermercati e che Andreas Gursky ha catturato dalla realtà con una macchina fotografica.

99cent

99cent

 

Come in un gioco per analogie, dalle scatole con dentro un prodotto, alle scatole con dentro un uomo (e il fotografo resta lo stesso).

Paris, Montparnasse

Paris, Montparnasse

 

Fino ai produttori di quelle stesse scatole.

Chicken factory

Chicken factory

 

Numeri identici che creano cose identiche in serie infinite.
Si, Escher mi parla all'orecchio proprio di questo, di questa affascinante produzione continua, che parte dal lavoro senza sosta nel microscopico della biologia fino ai robot delle catene di montaggio. Mi parla di un motore acceso al di fuori del tempo umano, senza badare alla luce o alla notte, alle domeniche o ai lunedì. Mi parla della nostra necessità di sovrabbondanza: creare montagne di oggetti, di cibo, di fotografie, di canali televisivi, di riviste, applicazioni, divertimenti. Montagne di cose di qualsiasi tipo purchè si produca e qualcuno si arricchisca.
Un unico credo, la religione della trasformazione della materia in prodotti da comprare, consumare e poi buttare, spesso senza neanche consumare.
Niente che nessuno non abbia mai sentito. E' una frase difficile, meglio dire: lo si conosce già. Però è bello ritrovare tutto ciò in un'arte così sublime. Ed è straordinario constatare come queste cose le si sappia ma nulla cambia.
Magari non si accetta moralmente questo spreco ma nulla cambia.
Magari odiamo tutte queste vite sciupate ma nulla cambia.
Magari combattiamo ma nulla cambia.
Oppure ci va benissimo ogni cosa così come'è e nulla cambia.
Dov'è la felicità quindi? Perchè essere raggianti?
Perchè anche se nulla cambia si può non sentirsi oppressi.
Si può avvertire con ogni fibra del corpo di vivere in un mondo oppresso ma ci si può non sentire schiacciati. Si può essere inscatolati, confezionati, incelofanati e martellati dall'esterno ogni giorno però c'è un ponte. Quel ponte. Il ponte che mi ha disegnato Escher tra questo mondo e il mio.
Basta trovarlo, attraversarlo e guardare il caos da una certa distanza. Magari da laggiù mi viene una buona idea, magari capisco qualcosa e posso riattraversarlo, posso tornare nel caos con un sorriso di scorta.

Escher mi sussurra all'orecchio: mantieni in piedi quel ponte, l'ho disegnato per te, non farlo crollare.
Mi sono rigirato il sacchetto con il catalogo fra le mani. Avevo un regalo, un regalo enorme.
Ho già detto che ero raggiante.
Forse devo aver risposto sottovoce: non crollerà Cornelis, tranquillo, non avrai bisogno di ridisegnarmene uno, questo mi basterà fino alla fine.

10 Comments
  1. c.
    09/02/2017 -
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    Escher. Caro vecchio Escher. Devo ammettere che non l’ho mai cagato molto. E ne ho anche una copia in casa (forse per questo che non l’ho mai cagato?). E’ che il suo è uno di quei metodi espressivi che non mi ha mai travolto molto. Ma, carica della mia convinzione che ogni cosa sia ricca di spunti di viaggio – mentali emotivi o fisici che siano -, ho pensato che era il momento di dargli un’altra chance. Salgo le scale e mi ci piazzo davanti. Lo guardo, lo osservo, ci entro. O forse meglio dire che mi risucchia. Mi rapiscono subito gli omini – forse perché sono l’unica ancora per trovare un orientamento in quella vertigine architettonica -. Ognuno sale la sua scala, fa le sue cose sul suo pianerottolo. Ognuno è orientato nel verso “giusto”, ognuno è in un verso diverso. Qualche sinapsi si scontra, oppure sono io e quel mondo relativo che ci sovrapponiamo. qualcosa come un “sì” luminoso mi nasce dal petto sorrido da sola. Nonostante abbia davanti qualcosa di assolutamente incoerente, lo sento, “è così”. Riprendo a camminare, ma qualcosa di nuovo rimane con me, impastato con un po’ di gratitudine per Escher. Quanto mi piace riscoprire, rivalutare. Grazie, per avermici riportato davanti dopo 25 anni.

    • Th3M0nK
      19/02/2017 -
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      Quindi ha punto anche te! Gli omini di Escher, loro più di tutti sembrano sputati fuori da un videogioco. Sembra sempre lo stesso nella sequenza di movimenti tipica del concept di un personaggio. Intanto finalmente la sua mostra sembra finita, a Palazzo Reale hanno deciso che magari devono lasciare spazio per qualcun'altro perché se la prorogavano ancora diventava una permanente. Credo che al suo posto metteranno Keith Haring. Non so se sono pronto.

  2. Silvia
    15/02/2017 -
    Reply

    Bravo Pah! Delizioso articolo. Grazie della lettura pre nanna! La tua ultima riflessione sul senso e sulla felicità mi ha ricondotto a Woody Allen! (Interessante questo parallelismo Escher-Allen) https://www.youtube.com/watch?v=ycbwmEY2wxg

    • Th3M0nK
      19/02/2017 -
      Reply

      Magari sei anche riuscita a dormire bene dopo aver letto l'articolo. E devo pure dedurre che tu non ti sia addormentata prima. Cavoli. Grazie per quel "delizioso" :) Dall'altra parte, quella di Woody, continuerò a non guardare i suoi film per un pò vista la sua considerazione sull'esercizio fisico. Quello ha di sicuro più senso di molta roba scritta da Nietzsche, da Freud e da quello "schiappettatore" di ragazzini greci. Però come si fa a non guardare un film di Woody Allen? Se lo fraziono in 6 o 7 pause, dove andrò ad alzare qualche peso, ce la dovrei fare. Anzi magari me lo guardo proprio mentre corro sul tapis-roulant. Vedo di mettere insieme un altro articolo, che magari anche altri hanno problemi di sonno.

  3. Silvia
    23/02/2017 -
    Reply

    Bravo. Tu continua a scrivere, così (1) ci concili il sonno prima di andare a dormire -altro che drogarci di tisane e camomille- e (2) continuerò a postarti link dei film di Woody fino a che ti convincerai della loro piccola utilità nel "vedere le cose per quelle che sono -senza senso- ridendoci su" attraverso il loro acidulo, garbato e spassoso cinismo. In una società moderna come la nostra a volte si può solo ridere e ridicolizzarci sopra! Da prendere a piccole dosi, anzi obbligatoriamente a sketch vista la natura complessata dei temi allenaneschi. Te ne lascio giusto giusto uno qua, mentre corri sul tapis-roulant in " mens sana in corpore sano" meditando sulla tua vita (con tanto di citazione di Conrad verso la fine che mi fa morire dal ridere!) : https://www.youtube.com/watch?v=dTJwy-rmUu4

  4. Stormwind
    28/01/2018 -
    Reply

    In un pomeriggio di molti anni fa, mentre curiosavo tra gli scaffali di una libreria del centro, mi sono ritrovata tra le mani la monografia di Escher. Non conoscevo questo artista, ma ne sono rimasta subito folgorata, tanto da comprare immediatamente il libro. Penso sia sempre attuale proprio grazie al suo stile così particolare fuori dal tempo e dalle mode. Ancora oggi rimango incantata ad ammirare il suo intersecarsi di figure. Non conoscevo l'opera di cui parli, pur trovandola bella, sarò banale, ma continuo a preferire le prime che ho visto: “Mano con sfera riflettente”, “Pozzanghera”, “Tre mondi”, “Su e giù”, “Rettili”...

    • Th3M0nK
      29/01/2018 -
      Reply

      Quello che rapisce me di Escher è quella sensazione di matematica che stà dietro ad ogni opera. Come se la sua ispirazione passasse prima dalla risoluzione di un problema algebrico tradotto poi in grafica. Non sarà stato così per lui ma è quello che fa venire in mente a me ogni volta che lo sfoglio. Il matematico Escher. Il ponte sospeso è quasi una via di fuga da quel rigore e simmetria. Ci sono anche altre immagini che sembrano un pò più libere, più ispirate dalla genuina bellezza di un luogo che dal suo algoritmo. II ponte è quella per me più evidente. Le altre sono splendide, questa è ipnotica.

      • Stormwind
        03/02/2018 -
        Reply

        Siccome la matematica e ancor di più l'algebra sono molto lontane dai miei pensieri, mi è difficile vederle in un'opera d'arte. Quello che mi colpisce sono l'estetica, la bellezza, la composizione, le luci, i colori, i sentimenti e le sensazioni che ispira, nulla di così razionale come la matematica. Questa la vedo solo se rappresentata esplicitamente come nelle varie opere di Ugo Nespolo dedicate ai numeri, di Jasper Johns o di Giacomo Balla.

        • Th3M0nK
          07/02/2018 -
          Reply

          La parola più appropriata è infatti rigore geometrico. Poi la geometria e la matematica sono insieme dal giorno della creazione. Sarà perché faccio poche e misere vacanze nel mondo dei numeri quando li vedo espressi in altri termini, disegnati e celati dietro composizioni stupefacenti, rimango colpito. Quelle tassellature, quelle ripetizioni, quelle distorsioni perfette, il richiamo alla logica dei frattali... credo che Escher abbia coniugato l'estetica ad un libro di algebra. Ecco, proprio i lavori di un Ugo Nespolo invece non mi attirano per niente. Lì non c'è nulla di così enigmatico perché il numero è esplicitato e reso oggetto, non viene usato per rappresentare ma viene rappresentato per diventare una forma. In sostanza nei suoi quadri la mia fantasia rimane seduta su una sedia a sbadigliare, con Escher se ne va in giro prima che io possa salutarla. Comunque, come ho scritto nel post, il quadro che più mi ha rapito, di Escher, è forse anche il meno "matematico" di tutti. In un modo o nell'altro le distanze dai numeri le prendo sempre.

          • Stormwind
            11/02/2018 -

            Ciò che per te è una vacanza nel mondo dei numeri, per me è un po' come essere rinchiusa in un girone dell'inferno, ma volendo vedere matematicamente le opere di Escher sono d'accordo: si può parlare di frattali, i numeri sono celati e c'è rigore geometrico. Ma se parli di “numeri disegnati” sono quelli degli artisti che ho citato prima, come Nespolo che li ha buttati a casaccio su una tela, senza pretese di logica e matematica. D'altronde tutte le sue opere sono realizzate a scopo commerciale e decorativo, così come fanno la maggior parte degli artisti. La teoria espressa da Pirandello in “Uno, nessuno, centomila” trovo sia applicabile all'arte, in quanto ogni persona la vede con occhi diversi, è come se di ogni opera ce ne fossero centomila. Ad esempio alcune opere di Picasso sono viste da molti come splendidi capolavori, per altri sono orrende, alcuni, forse troppo razionali, cercano le tracce di un disturbo neurologico.

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