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Purtroppo anche quella sera li udì. Disteso nel suo letto, con gli occhi aperti verso le travi del soffitto, udì le loro voci.
La camera del ragazzo confinava con una stanza delle due persone che abitavano l’appartamento accanto al suo. Non sapeva che stanza fosse, il soggiorno forse, per il ragazzo non aveva importanza. L’unica cosa che non voleva era sentire le loro voci, il loro bisbigliare.
Era una situazione strana, ci aveva già riflettuto parecchie volte. Lui non udiva mai nulla dall’appartamento di fianco.
Nessuna televisione accesa a volume elevato, nessuna musica o sedia trascinata sul pavimento. Quando la domenica gli capitava di rimanere in casa, il Sole sorgeva e tramontava senza che lui udisse un solo rumore provenire dai suoi vicini. Sembrava sempre che non ci fosse mai nessuno. Almeno fino a notte. Quando era ormai prossimo al sonno e stava per addormentarsi, tra il dormiveglia, iniziavano i bisbigli.
Le prime volte gli era parso uno scherzo della sua immaginazione.
Aveva spalancato gli occhi ed era rimasto in ascolto sotto le coperte.
Non capiva cosa dicessero ma dopo un certo tempo poteva dirsi sicuro che non si trattava di una fantasia. Qualcuno stava parlando nell’appartamento accanto, probabilmente vicino alla parete e lui avvertiva quelle voci.
Non sapeva chi fossero i due inquilini. Il suo condominio aveva un ingresso differente e se anche li aveva incontrati in strada non poteva conoscere le loro facce.
In realtà l’intero suo palazzo era quasi sconosciuto ai suoi occhi. Da quando vi era entrato a vivere si era incrociato sulle scale con un solo abitante: un anziano che l’aveva salutato accennando a togliersi il cappello. Ogni tanto sentiva delle porte aprirsi e chiudersi rumorosamente, dei passi sulle scale ma niente più.
La cosa gli andava benissimo. Adorava la tranquillità e quell’appartamento era il primo veramente silenzioso in cui fosse finito a vivere. Le sue finestre si affacciavano quasi tutte su un giardino interno relativamente piccolo ma con cinque piante secolari a dividerlo dalla strada.
E sulla strada non passava mai nessuno.
Il ragazzo si tirò a sedere. Per una qualche ragione che non sapeva spiegarsi, quel sussurrare continuo, inframezzato da qualche risolino smorzato, lo agitava. La situazione gli pareva alquanto surreale e il buio nella sua stanza amplificava il suo disagio.
Come altre notti decise di tenere la luce accesa sul comodino, rivolta dalla parte opposta del suo cuscino. A volte gli capitava di riaddormentarsi e al risveglio, con la luce che filtrava dalle tende, gli pareva di essersi davvero immaginato tutto.
Altre volte invece le ore trascorrevano in un continuo assopirsi e ridestarsi fino a che all’alba il bisbiglio finiva e la sua sveglia suonava. Andava allora al lavoro con gli occhi gonfi, poca energia in corpo, continuando a ripensare a quella situazione assurda.
I tappi di cera che si era comprato non erano serviti a molto.
Era un’altra di quelle cose che faticava a comprendere. Dopo averli manipolati parecchio, cercando la posizione o la forma migliore per bloccare i rumori esterni, si era reso conto che nel silenzio quasi totale che aveva ottenuto il bisbiglio, lontano, riusciva a filtrare. L’aveva immaginato come un fiume che incontrasse una barriera e riuscisse ad attraversarla scomponendosi in migliaia di rivoli capillari per poi ricongiungersi dalla parte opposta.
“A quale frequenza parlano?” Si era chiesto turbato.
Quella notte provò a fare un altro tentativo di comprendere i loro dialoghi. Scese dal letto furtivo, tentando di non far cigolare le doghe di legno, trovando lui stesso assurda quella cura per mantenere il silenzio: nessuno poteva vederlo quindi nessuno poteva immaginare i suoi movimenti.
Si avvicinò alla parete a piedi scalzi e appoggiò un orecchio turandosi l’altro con la mano. Trattenne il respiro e si concentrò.
Inizialmente gli pareva sempre che le due voci avessero la stessa intensità di quando le sentiva da coricato. Poi però doveva ricredersi, le voci sembravano più distanti, come se il suo avvicinarsi le avesse fatte allontanare. Magari in un’altra stanza. Quello che non mutava era il loro modo d’essere, quel parlare fitto e quei risolini, ogni tanto, che lui trovava odiosi.
Non riusciva a capire le parole, nemmeno una e tentare di interpretarle lo mandava in uno stato quasi ipnotico da cui si ridestava scostandosi dalla parete.
Andò in bagno, fece pipì e tornò in camera da letto a coricarsi.
Pensò che i suoi vicini fossero stranieri, di qualche paese dell’est europa e anche se la cosa non gli pareva possibile seguì il filo dei pensieri fino a quando il sonno lo assorbì lentamente nella sua dimensione. I ragionamenti lasciarono il posto alle immagini, il bisbigliare divenne parte di quelle immagini e quando aprì gli occhi la sveglia stava trillando da qualche secondo.
“Non è poi così difficile addormentarsi” pensò mentre si radeva la barba davanti lo specchio, “è una cosa di poca importanza” si disse “il solo darci peso è la ragione per cui poi non riesco a dormire. In realtà sono i miei pensieri a tenermi sveglio,non le voci”.
Quando scese in strada per prendere la macchina ed andare al lavoro, trovò la stessa nebbia degli ultimi sette giorni.
Alla mattina qualche macchina, ogni tanto, passava.
Dopo essere uscito dal parcheggio avanzò piano sulla carreggiata, girò la testa verso le finestre dell’appartamento a lato del suo, quello dei bisbigliatori, come li aveva soprannominati.
Le tende erano tirate, le luci all’interno erano spente.
“Non ci badare” si disse ancora e accellerò inoltrandosi nella nebbia.
Fu quella sera stessa che, tornando dal lavoro, andò a dormire relativamente presto.
Era stanco, non aveva neanche mangiato con appetito e l’idea di doversi svegliare nuovamente presto il giorno dopo lo faceva sentire ancora più stanco.
Da parecchio tempo rifletteva su come cambiare lavoro, anche se quello che faceva gli piaceva abbastanza, ciò che non sopportava più erano gli orari, lo svegliarsi troppo presto e il dover percorrere troppa strada.
Si lavò i denti, si mise il pigiama, lesse qualche pagina di un libro e spense la luce. Pensò a cosa stessero facendo i suoi vicini, aldilà del muro, in quel momento. C’era un silenzio assoluto e la fantasia che gli permetteva quel pensiero fu abbastanza vasta da accompagnarlo nel sonno nel giro di poco.
Si addormentò profondamente.
E stava ancora dormendo prima di spalancare gli occhi all’improvviso.
I bisbigliatori. Stavano di nuovo parlando.
Il cuore gli batteva veloce nel petto. Non si svegliava mai con quella sensazione ma questa volta aveva paura. Poteva essere stato un incubo appena interrotto ma mentre teneva gli occhi aperti, girato su un fianco come era suo uso dormire, sapeva che la paura non proveniva da qualcosa nel sonno, ma da qualcosa nella sua stanza.
Il cuore andava velocissimo. Si accorse di respirare con affanno.
I bisbigli, pensò. I bisbigli sono molto più vicini.
Sono qui.
Lentamente, come fosse gravato da una forza contraria, girò la testa e scostò appena le coperte dalla sua visuale. Stava puntando gli occhi sulla parete, nella zona tra l’armadio e l’angolo della stanza, dove generalmente le voci filtravano. Gli ci volle qualche istante per abituare bene gli occhi al buio ma prima che ci riuscisse del tutto il suo corpo si immobilizzò.
Una sagoma nera si era mossa dentro la sua visuale e una scarica nervosa che lo fece sussultare gli attraversò la schiena.
I bisbigliatori, disse la sua mente. I bisbigli, i bisbigli, i bisbigli, i bisbigli.
Una delle due sagome nere emise una risatina, stavano confabulando tra loro e la cosa che lo terrorizzò erano gli occhi. “Perchè li vedo?” strillava la mente, “è buio, perchè si vedono gli occhi?”. Per lo stesso assurdo motivo poteva indovinare parte dei loro lineamenti. Erano volti magri, aguzzi. Poi gli occhi di uno dei due si piantarono nei suoi. Quel volto sorrise e lui vide i denti.
Anche l’altro bisbigliatore si fermò e si girò dalla sua parte. Avevano gli occhi scintillanti, occhi da gatto, grandi come medaglioni.
La sagoma che si era voltata si alzò e venne veloce nella sua direzione. Aveva un sorriso come se gli avessero appena raccontato qualcosa di molto divertente e i suoi occhi luccicavano, instabili nelle loro orbite. Il brillio fu accanto al suo viso. Un riverbero che non poteva sopportare e così girò la testa di scatto, verso la sua ragazza.
“Che c’è?” fece lei con un risolino.
Il ragazzo continuò a guardarla fintanto che, lentamente, i suoi tratti ricominciarono a prendere forma.
“Mi stavo quasi accecando” disse sorridendo “hai mai notato che non puoi guardare il riflesso del sole sull’acqua senza perdere definitivamente la vista?”
La ragazza emise di nuovo quel risolino, quello che lui a volte trovava eccitante.
Oppure, in altre occasioni, incredibilmente irritante.
“Che cosa stupida” disse sempre ridendo, “sei il mio stupido?” fece allungando una mano tra i suoi capelli.
“Lo scintillio degli occhi del mare” disse il ragazzo ridendo a sua volta.
Disteso sulla salvietta, appoggiato ai gomiti, tornò a guardare le increspature luccicanti dell’acqua.
Per un attimo aveva sentito una vertigine osservandole, come se dietro di esse ci fosse uno spazio diverso da quello che stava vedendo e con l’immaginazione ci fosse cascato dentro.
“Vado a farmi inghiottire” sussurrò la ragazza al suo orecchio.
Sorrideva.
Sorrideva sempre.
Si alzò e camminò veloce nella sabbia verso la battigia.
“Vieni” disse girandosi verso il ragazzo e poco dopo era nell’acqua scintillante.
Lei non sapeva delle sue notti passate sveglie. Dei suoi terrori.
Ma ora poteva controllare, poteva provare le vertigini guardando il mare in estate senza smettere di essere allegro.
Senza smettere di dire cose allegre.
Si alzò a sua volta e camminò verso l’acqua.
“Arrivo occhietti miei” bisbigliò a se stesso. Poi alzò entrambe i pollici quando la sua ragazza lo guardò, insieme ad una smorfia con tutti i suoi denti scintillanti in mostra. “Facciamoci inghiottire” le disse, buttandosi dentro un’onda.

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