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Pioveva tantissimo quella sera e il gatto non era ancora rientrato a casa.
La bambina era preoccupata.
Di solito il gatto, al calare del buio, passava attraverso la gattaiola e d’improvviso lo si vedeva camminare accanto al divano o seduto sul davanzale, intento ad osservare il giardino.
Quella sera no. Quindi il padre decise di uscire per provare a chiamarlo e controllare che non fosse stato investito sulla strada.
La bambina e la madre guardarono l’uomo avviarsi sul vialetto d’ingresso, con la pioggia che cadeva disordinata tra le raffiche di vento. Quando il papà uscì dal cancelletto della loro proprietà, mamma e bambina si ritirarono all’interno della casa.
La televisione era accesa. Si sedettero sul divano e la mamma disse di non preoccuparsi, era già successo che il gatto per una notte non fosse tornato. Poi però si era ripresentato la mattina seguente.
La bambina restava in silenzio, guardava lo schermo della televisione e le figure dei cartoni animati che si agitavano sulla superficie. Aveva l’aria assorta, come se non fosse realmente presente ma seguisse il corso dei suoi pensieri. “Vedrai che non è successo nulla” disse la madre mentre accarezzava la testa della bambina.
Da fuori udirono la voce del papà che chiamava il gatto.
La pioggia picchiettava sui vetri e il vento fischiava da qualche fessura delle finestre.
Il padre della bambina non fece più ritorno.
Quella fu l’ultima volta che fu visto dalla moglie e da sua figlia.
Insieme a lui non tornò mai più anche il gatto. Entrambe erano spariti nel nulla quella sera di pioggia di vent’anni prima.
La bambina di allora studiava adesso all’università. Aveva ottimi voti e viveva ancora con la madre.
Molto spesso la sera mangiavano insieme. La madre rincasava dal lavoro e preparava cena. Da quasi vent’anni prendeva delle pastiglie di antidepressivo e negli ultimi cinque anni soffriva di forti emicranie improvvise.
Sua figlia invece stava bene. Era rimasta una ragazza silenziosa, non aveva un ragazzo e non aveva più voluto gatti da quella sera di vent’anni prima.
Così, quando durante una cena, le due donne sentirono miagolare da dentro casa entrambe si bloccarono con le posate in mano.
Il miagolio veniva dal soggiorno, dove c’era la porta d’ingresso con la gattaiola. Non l’avevano tolta, senza nessuna ragione particolare quella gattaiola era rimasta e ora un gatto ci era passato attraverso.
Le due donne si alzarono quasi in contemporanea. La ragazza stava trattenendo il fiato, sapeva che era impossibile ma quel miagolio lo conosceva.
Quando uscì dalla cucina e guardò verso l’ingresso rimase immobile, sentì un reticolato di brividi diffondersi in tutto il corpo e invaderle la testa. La madre, arrivando accanto a lei emise un urlo che coprì subito con una mano.
Il loro gatto era tornato e le fissava miagolando come quando aveva fame.
Quando si avvicinò ai jeans della ragazza e si strusciò intorno alle sue caviglie si udì il suono della medaglietta che aveva al collo. Sembrava che il gatto stesse bene, sembrava lo stesso di venti anni prima, identico. Non aveva mai avuto una medaglietta al collo, solo un laccetto colorato col suo nome impresso sopra.
Madre e figlia lo osservarono per un certo tempo, poi la ragazza si chinò.
“Non toccarlo” disse la madre. La sua voce era quasi rauca.
La ragazza guardò la madre, poi il gatto fu vicino alle sue mani e la ragazza ne allungò una verso la medaglietta al collo. C'erano delle parole impresse sopra. La ragazza lesse a voce bassa ma abbastanza per essere udita: “vi penso sempre”.
Poi lasciò cadere la placchetta di ottone dalle mani.
Non aveva dubbi sull’autore di ciò che aveva appena letto: “è papà. Lo ha scritto lui”.
Mentre le parole cadevano nel silenzio lo sportello della gattaiola si sollevò di nuovo. Le due donne guardarono un altro gatto, uguale al primo, attraversare l’uscio di casa e sedersi accanto all’altro.
Due gatti che stavano nella stessa identica posizione, con il muso rivolto agli occhi della ragazza, il naso rosa con una piccola macchiolina nera impressa sopra. Quando la coda di uno si mosse, spazzando una mattonella del soggiorno, anche l’altra compì lo stesso identico movimento, all’unisono, tornando arricciata uguale dietro lo schiena.
“Hanno anche compiuto la stessa traiettoria per entrare” pensò la ragazza, mentre le sue mani si allungarono verso la medaglietta del secondo gatto.
Questa volta non lesse ad alta voce. Ciò che c’era scritto sopra costituiva l’unica differenza con il primo gatto: ”al nostro rifugio, streghina”. E appena finì di leggere l’ultima parola, i due gatti si alzarono. Così com’erano entrati, all’improvviso, uscirono uno dietro l’altro, passando per la gattaiola e lasciando lo sportello a dondolare man mano più lentamente.
“Cosa c’era scritto?” chiese sua madre con una voce difficile da riconoscere.
“Devo andare ad un rifugio” rispose la ragazza. Poi aggiunse, girandosi finalmente verso di lei, “streghina”.
Quelle parole provocarono un leggero tremitio alla bocca della donna più anziana. Alla ragazza sembrò quasi che sua madre avesse appena ricevuto una spinta dall’interno.
“E’ come ti chiamava sempre il papà” disse, “le ha scritte davvero lui quelle frasi”.
Gli occhi le diventarono lucidi, una lacrima si formò sull’orlo della palpebra inferiore, poi, quando fu abbastanza grande, le rotolò giù sulla pelle dello zigomo.
La ragazza non capì bene il pianto immobile di sua madre, per quanto la riguardava lei non sentiva nulla. Era come se si trovasse in una stanza a milioni di chilometri dal suolo terrestre. Un mondo dove tutto andava ad una velocità differente e dove le risposte avevano un’importanza fondamentale.
La ragazza si avvicinò a sua madre e l’abbracciò. Lo fece perché sapeva che doveva farlo e per permettere alla donna di sfogare qualsiasi cosa avesse dentro. Come si era aspettata, il contatto fisico dei due corpi permise il pianto della madre.
“Quale rifugio intende papà?” chiese alla fine la ragazza, staccandosi dalla donna e guardandola attraverso gli occhi arrossati.
“Non ricordi?” disse sua madre “eri troppo piccola… la casa di legno vicino al laghetto. Quello dove lanciavi i sassi e una volta ci sei cascata dentro”. Poi si voltò e andò in camera da letto “c’è una foto, so che c’è una foto”. La ragazza la raggiunse mentre sua madre stava prendendo la grande scatola con centinaia di foto al suo interno. Le sparpagliò sul letto, rovistò tra gli scatti mentre alla ragazza tornò in mente un lontano ricordo. Lei che stava mangiando qualcosa seduta sull’erba. Il laghetto era in realtà una pozza di acqua cristallina e un vento leggero spostava una barchetta di legno rudimentale sulla sua superficie. Due bambini giocavano sul lato opposto della pozza e lei li guardava, mentre sua nonna le era seduta accanto.
C’era una luce intensa, totale, come quella dell’estate.
Poi, nella visuale del ricordo, entro la casa di legno nera del rifugio.
“Eccola!” esclamò sua madre tenendo in mano una delle foto. “E’ questa!” disse e la ragazza le si fece di fianco per vedere lo scatto.
C’era un angolo del laghetto nell’inquadratura, al centro dello scatto una bambina con gli scarponcini da montagna e una maglietta colorata guardava verso l’obbiettivo con un sorriso timido disegnato sulle labbra, le mani dietro la schiena. Alle sue spalle il rifugio non era altro che un vecchio bivacco di montagna, le assi legno solido non erano così nere come le aveva ricordate, erano marrone molto scuro e c’era una finestra aperta.
Il suo ricordo continuò la fotografia.
Vide l’interno del bivacco, i due letti a castello di cui c’erano solo le reti, mentre i materassi sporchi stavano in un angolo, arrotolati.
Odore di caffè e anche un altro odore che non aveva nome, quello di tutta la natura circostante che in quella piccola stanza si concentrava diventando odore del vento, del Sole, dell’erba d’autunno e della neve d’inverno.
“Te lo ricordi?” chiese la madre riportando la sua mente nel letto dov’erano sedute, davanti ad una foto.
“Si” annuì lentamente la ragazza, “forse si”. Poi continuò: “ma non so come ci si arriva, tu lo ricordi ancora?”
La donna le disse il nome del paese, che sorgeva all’imbocco del sentiero per giungere al bivacco. Era sicura del nome.
“E’ notte” fece sua madre “non puoi andare adesso, ci vorranno almeno due ore prima di arrivare soltanto al sentiero”. Aveva indovinato che sua figlia volesse partire appena le fosse stato chiaro dove andare. Si pentì di averle rivelato subito il nome del posto.
La ragazza non rispose. Stava rigirando una foto qualsiasi tra le dita. “Hai ragione” disse infine. Voleva aggiungere qualcos’altro ma si trattenne.
La donna la guardò, guardò le foto, poi scosse appena il capo,“questa cosa… questa cosa è inconcepibile”.
Le sue parole rimasero sospese nel silenzio.
“Come può il papà…” e non finì la frase. La ragazza capì che sua madre stava per piangere nuovamente e le mise una mano sulla spalla. “Rimettiamo via le foto” disse.
“Domani vengo anch’io” fece sua madre, con un tono che non lasciava dubbi al riguardo.
La ragazza non aveva mai pensato che sua madre non volesse venire, quindi quando glielo fece notare annuì soltanto.
Rimisero la scatola nell’armadio e tornarono in cucina.
Quello che rimaneva della cena, nei loro piatti, sembrava appartenere ad un’altro tempo. Ad un intervallo durato vent’anni che ora si era interrotto.
La ragazza sparecchiò la tavola, nessuna delle due donne aveva più voglia di mangiare nè di fare alchunché. Sembrava che il tempo avesse preso l’aspetto di un ospite ed entrambe lo stessero aspettando. La ragazza sapeva che non avrebbe dormito nemmeno per un minuto. Forse neanche sua madre, se non avesse preso il sonnifero.
“Domani ti sveglio io mamma, ti conviene coricarti un pò”.
La donna la stava guardando con un’aria assorta, “se fosse pericoloso?” chiese più a se stessa che alla figlia.
La ragazza sorrise, stupendosi per un momento che in quella sera ci fosse spazio per un sorriso, quasi una risata. “Ma dai” disse poi, “no, non ci sarà nulla di pericoloso, lo so e non so dirti perché”.
La frase chiuse qualsiasi discussione. Di lì ad un’ora le due donne andarono a dormire, ognuna nella sua stanza ma la ragazza, quando spense la luce sul comodino, rimase alcuni minuti coricata con gli occhi aperti, fissi verso il soffitto.
Nell’ora precedente aveva riempito uno zainetto che non usava da anni. Vi aveva messo dentro alcune cose che le sarebbero potute servire verso quello che i suoi genitori chiamavano rifugio. Una felpa, un k-way, visto che aveva dato uno sguardo alle previsioni e per il giorno dopo non era esclusa pioggia, e aveva anche aggiunto la sua macchina fotografica compatta. L’aveva presa senza un motivo particolare e nel farlo si era sentita allo stesso tempo stupida e triste: non è una gita, si era detta e l’idea di scattare una foto a suo padre, se davvero l’avesse incontrato, era collegata all’idea che quello sarebbe stato davvero un addio.
In fin dei conti, anche se erano trascorsi vent’anni, non si era mai convinta che suo papà fosse morto. Quello che era accaduto e che sembrava del tutto inspiegabile per chiunque, per la ragazza non includeva qualcosa di definitivo. Ora quella sensazione si stava traducendo in realtà e lei non si sentiva stupita più di tanto. Ammetteva che la modalità con cui si stavano svolgendo i fatti non fosse nemmeno immaginabile però aveva deciso di non badarci, la sola cosa a contare adesso era portare a termine quell’incontro e così portò avanti anche la sua decisione.
Sarebbe andata da sola.
Non subito, doveva aspettare ancora qualche ora. Se fosse arrivata all’imbocco del sentiero di notte facilmente si sarebbe persa. Quindi rimase in attesa del trascorrere del tempo e poi sarebbe partita.
Nel frattempo prese la torcia dal cassetto del mobile in anticamera, tentando di non fare alcun rumore. Sua madre doveva aver preso il sonnifero, come al solito. Per esserne sicura socchiuse appena la porta della camera da letto e ascoltò, nel buio, il suono del respiro della donna.
Era profondo e regolare.
La ragazza sapeva riconoscere bene se quel respiro corrispondeva ad un sonno sottile, agitato, gravato dall’influenza oppure indotto dalla chimica dei sonniferi. Dopo la scomparsa del padre aveva dormito per anni in stanza con la madre e non sempre il tempo dei loro sonni era corrisposto.
Non c’era la luna in cielo, le stelle avevano incominciato ad essere coperte da spesse velature e la ragazza socchiuse appena gli occhi osservando le nuvole scorrere le une sopra le altre.
Quando li riaprì sua madre le stava scuotendo un braccio delicatamente.
All’inizio quasi non capì ma in breve un’ondata di angoscia la fece sedere di scatto sul letto. La luce stava per iniziare a filtrare sul Mondo e lei si era addormentata per qualche ora.
“Dobbiamo andare” disse sua madre e quelle parole le sembrarono così assurde che per un momento credette di sognare. Il suo piano era stato quello di partire da sola, come aveva potuto addormentarsi?
Mentre le due donne uscivano verso la macchina, la ragazza sentiva che davvero un sogno si era insinuato sottopelle ma non riusciva ad afferrarlo. Nei suoi ricordi si muovevano solo ombre inconsistenti.
“Forse non pioverà” disse sua madre mentre guardava la strada e il guard-rail scorrere a lato del finestrino.
La ragazza non rispose, non aprì quasi bocca per tutto il viaggio, rapita da un unico pensiero, di cui non riuscì nemmeno a capire bene la gravità: ti sei addormentata, non dovevi.
L’unica volta che parlò fu per chiedere a sua madre se avesse preso il sonnifero e la donna rispose di no. “Se l’avessi preso svegliarsi all’alba sarebbe stato difficile e sarei rimasta assonnata tutta la mattina”. Poi aggiunse: “in realtà sono andata a letto stranamente serena, sapevo di dover dormire un poco e mi sono addormentata subito. Tanto mi avresti svegliata tu”, si girò verso sua figlia e la guardò mentre guidava “e invece sono stata io a darti la sveglia”. Lo disse sorridendo e fu l’unica delle due a farlo.
Non ebbero bisogno di impostare il navigatore, la donna ricordava ancora la strada per il paese e, quando trovarono un cartello che ne indicava la direzione, impiegarono poco ad entrare nell’abitato.
Ogni tanto la ragazza rammentava qualche scorcio, qualche casa di pietra con i balconi di legno. Forse era cambiato poco da allora, o forse nulla.
C’era una vecchia fontana con un’incisione sopra e poco oltre fermarono la macchina nella piazza semivuota.
Il cielo era livido ma le nubi non davano l’idea di doversi scaricare. Quando scesero dall’auto, il rumore delle suole sulle lastre di pietra della piazza le fece avvertire tutto il silenzio che le circondava. Sembrava non esserci nessuno, anche se alcune imposte erano aperte e tre altre macchine stavano parcheggiate dentro le strisce dipinte al suolo.
“Andiamo” fece la ragazza, “ricordi anche dov’è il sentiero?”
Sua madre non rispose subito ma si diresse verso una stretta via tra due abitazioni di pietra.
La stradina saliva, attraversando la densa ombra depositata sul contorto selciato del paese. Fecero parecchi scalini e infine arrivarono ansimanti oltre le ultime case, prima del bosco.
Sua madre si fermò per prendere fiato, guardò la figlia. “So che era qui” disse volgendo gli occhi da lei per portarli verso le fitte distese di alberi che le sovrastavano. Le due donne costeggiarono le pareti del paese decidendo una direzione e in breve trovarono un sentiero con un cartello e delle indicazioni, “eccolo!” disse la ragazza, la sua voce uscì più alta di un tono, si sentiva come sull’uscio di una nuova dimensione. E sentiva anche di non temere quell’ingresso, piuttosto ne era attratta, come una segreta spinta nei muscoli a compiere il primo passo.
“Sarà un pò faticoso” disse sua madre “non andare troppo avanti, rimaniamo sempre in vista”.
“Non scappo mamma” disse con un mezzo sorriso lei “guarda che anche io non vado in montagna tutti i giorni”
Poi Iniziarono a salire.
Non passò molto tempo prima che si togliessero le felpe e rimanessero in maglietta, nonostante l’aria fosse tutt’altro che confortevole. Un vento leggero, ma freddo, passava in deboli folate nel bosco, facendolo frusciare, per poi disperdersi alle loro spalle.
Superarono alcune baite diroccate e udirono i passi di un qualche animale calpestare il fogliame sui pendii sopra le loro teste, senza riuscire ad identificarlo.
La ragazza si sentiva bene, saliva senza troppe difficoltà nonostante il percorso ripido. Ogni tanto si voltava ma sua madre non era mai troppo distante. “Chissà se avverte quello che sento io” pensò la ragazza e quello che avvertiva era un’ansia crescente, come l’avvicinarsi di una scelta fondamentale.
I loro sguardi si incrociarono. Fecero un cenno d’assenso l’una all’altra. Proseguirono. E come se quella scelta fosse stata evocata materialmente si concretizzò davanti agli occhi con una biforcazione del sentiero. Nessun cartello indicava la via.
La madre la raggiunse trovandola immobile di fronte a quelle due possibilità. “Dove andiamo?” chiese la ragazza.
“A sinistra” disse la madre senza pensarci neanche un secondo.
“Ma questo sentiero scende” disse la ragazza. Il suo cuore batteva veloce, non solo per la fatica.
“Lo vedo, ma ricordo che è di qua che dobbiamo andare. Il rifugio non è molto in alto.”
“Ne sei sicura, non possiamo…”
“E’ di qua” troncò la madre “perché non devi fidarti? Eri piccola ma io me lo ricordo”
La ragazza si voltò a guardarla mentre la donna iniziò a precederla nella direzione che aveva indicato.
Sua madre non era mai decisa, la ragazza non sapeva se sentirsi sollevata o intimorita da quella sua risolutezza. Alla fine concluse che in quel momento, in quel preciso momento davanti al bivio, il fatto che non avesse avuto dubbi fosse un bene.
Iniziò a camminare per starle dietro.
Il sentiero si fece molto più pianeggiante rispetto a prima e in sostanza sembrava aggirare il fianco della montagna sulla quale avevano iniziato a salire. Gli alberi erano meno fitti in quella zona e dopo un certo tempo si trovarono ad attraversare un bosco di piante alte e slanciate, le chiome si toccavano formando una cupola naturale dalla quale vacui raggi di un pallido Sole filtravano tra le nubi in movimento e le fronde immobili.
Il vento era cessato.
Ma l’inquietudine della ragazza non era affatto diminuita.
Sapeva che qualcosa non andava per il verso giusto e quel suo timore le faceva rallentare il passo nei confronti di sua madre.
Quando il sentiero prese a salire per un breve tratto, uscendo dal bosco, la madre allungò ancora di un poco la distanza nei confronti della figlia e arrivando sulla sommità del dislivello si voltò a guardarla. I loro occhi si incrociarono ancora una volta e la ragazza notò un’espressione quasi divertita della donna. “Perché corri così tanto?” disse innervosita la figlia e mentre la guardava ebbe una strana sensazione, come se la luce che colpiva sua madre alle spalle, fuori dal bosco, la stesse dissolvendo.
La donna si mosse, andò oltre e lei tentò di raggiungerla. La ragazza salì il pendio con un ultimo sforzo e quando arrivò in alto vide sua madre più avanti: avanzava sul sentiero attraverso un prato aperto, e la sagoma della sua figura era luminosa, come fosse composta da materiale riflettente.
Come luce che colpisce uno specchio.
Quando la donna si girò per osservarla, voltandosi, la luce baluginante che l’avvolgeva la inghiottì completamente in una piega dell’aria e in quel momento la ragazza ebbe un ricordo, folgorante.
Aveva sognato il bivio precedente la notte appena trascorsa. Nel sogno era da sola e aveva imboccato sicuramente la via di destra.
Quel timore, quell’ansia che non riusciva a spiegarsi, ora aveva una ragione.
Era sulla strada sbagliata, aveva sprecato troppo tempo.
Si girò, corse a perdifiato per il percorso appena fatto, superò a ritroso la radura di alti alberi e non si fermò fino a quando non raggiunse di nuovo il bivio. Solo allora si piegò con le mani sulle ginocchia e prese fiato in profondi respiri.
Sua madre non c’era. Non c’era mai stata quella mattina. “Mia madre sta ancora dormendo a casa” si disse “o si sarà svegliata e avrà provato a chiamarmi ma io non ho il cellulare. Sono scappata senza di lei” e concluse che quel suo dissolversi fosse la fine di una lunga allucinazione.
Ora doveva proseguire, era stanca ma sapeva che non si sarebbe fermata fino al bivacco. Imboccò la via di destra e iniziò a inerpicarsi.
Non sono stanca.
Lo disse a se stessa come una constatazione. Stava salendo regolarmente, con un passo che aveva poche indecisioni. Il sentiero era composto adesso prevalentemente da pietre, che sommate le une alle altre in una successione quasi continua delineavano una irregolare gradinata naturale, non certo alla portata di chiunque e la ragazza sapeva che in altre circostanze si sarebbe fermata spesso per riposare.
La tensione che fino a poco prima era stata dentro di lei ora sembrava un elemento esterno. L’atmosfera immobile era percorsa saltuariamente da vibrazioni inspiegabili, quasi dei crepitanti ronzii da qualche parte oltre le sommità delle montagne.
Non c’era più un bosco a circondarla, il percorso tagliava il versante di un ripido pendio, in salita, con gradini meno alti dei precedenti ma sempre molto faticosi.
Dopo un certo tempo, quando alzò lo sguardo per valutare la direzione, vide d’improvviso una oscura sagoma scendere con passo pesante e lento il suo stesso sentiero.
Non ne rimase intimorita, anche perchè l’uomo, quando le passò accanto, aveva uno sguardo totalmente perso in una propria dimensione interiore. Le sembrò un soldato, in quanto ciò che indossava aveva l’aria di essere una casacca. Una giubba blu e dei pantaloni larghi dello stesso colore, composti di un tessuto che a lei parve quasi riflettente, metallico, comunque difficile da decifrare.
Quando l’uomo l’ebbe superata la ragazza si fermò per un momento, voltandosi a guardarlo: tutto il suo aspetto era malconcio. Non c’era un particolare più d’un altro per esprimere quel giudizio, eppure era esattamente quello che lei aveva avvertito al suo passaggio. Probabilmente non si era nemmeno accorto della sua presenza ed un passo alla volta sarebbe arrivato al limitare del bosco, più in basso, per poi lasciarsi inghiottire al suo interno.
La ragazza si passò una mano sulla fronte sudata, respirò a fondo e nel momento in cui riprese a salire si accorse di altre tre figure, vestite allo stesso modo dell’uomo appena incontrato, che scendevano anch’esse per il sentiero.
Avevano un passo più veloce del loro compagno e camminavano in gruppo.
Avvicinandosi, anch’esse non le prestarono molta attenzione e la ragazza notò che uno di loro era ferito in volto. Un taglio sulla guancia dal quale il sangue era colato e si era rappreso fin dentro il colletto di quella strana giubba semi-mettalica.
Erano giovani, seppur un pò più vecchi di lei o forse quell’impressione le parve vera per via delle sembianze stanche e provate come l’uomo che li aveva preceduti.
L’ultimo della fila aveva a tracolla un oggetto allungato che sarebbe potuto essere un fucile ma che non era di fattura normale. Alcuni elementi erano del tutto sconosciuti ai suoi occhi, in primo luogo una strana appendice come carnosa che pendeva da un lato della canna e che terminava con un orifizio simile ad una bocca socchiusa.
Ne provò una totale repulsione e quando il ragazzo le fu accanto lei si ritrasse il più possibile.
Fu allora che questo sembrò accorgersi di lei.
Appena l’ebbe superata si voltò a guardarla, fermandosi, i loro occhi si fissarono e la ragazza, per la prima volta, avvertì un certo turbamento annodarsi freddo alla schiena.
“Dove stai andando?” disse il ragazzo “lassù combattono, devi tornare indietro”.
La ragazza non disse nulla, registrò quell’informazione come facendola passare attraverso uno spazio dilatato e lontano, senza sentirsi davvero coinvolta.
L’espressione del ragazzo, mentre l’osservava, mutò in uno sguardo più intenso. Sembrava aver colto qualcosa che inizialmente gli era sfuggito.
Poi disse lentamente: “Stai cercando tuo padre?”
E questa volta le parole la colpirono in pieno.
“Si” disse lei, sentendo improvvisamente il cuore battere duro e profondo nel petto.
“Lo conosci?”
Le labbra del ragazzo si arricciarono in quello che poteva sembrare un vago sorriso, o una smorfia amara. “E’ lassù” disse infine, accennando col mento al luogo che prima l’aveva ammonita di raggiungere. “E’ incredibile… vi somigliate tantissimo”.
Come ad avvolgere quelle parole in una profezia incerta, un’enorme bagliore violaceo colorò il cielo sopra la cima del monte sul quale stavano camminando.
Nessun rumore, nè suono, solo i ronzii indefiniti che aveva avvertito da tempo e che presero a salire di intensità, per poi tornare al loro normale livello.
“Stanno combattendo” disse il ragazzo guardando il cielo “e tra non molto sarà buio”.
Fece per girarsi e raggiungere i compagni ma la ragazza lo prese per un braccio e lo fece voltare, “è vivo?” gli chiese.
Il militare esitò un momento, prima di abbassare lo sguardo e rispondere “è vivo ma lassù è molto pericoloso”.
Poi si voltò lasciandola immobile a fissarlo.
Mio padre è vivo si ripetè nella mente la ragazza, come un’eco che saliva e scendeva di timbro, ipnotico. Accanto a quella nuova informazione un pensiero che inizialmente le parve stupido si era introdotto nella sua attenzione: non aveva mai toccato un materiale simile a quello della giubba del militare. Qualcosa che sembrava davvero una superficie di maglie metalliche ma che al contatto con la sua mano le aveva provocato una sensazione indefinibile, una strana radiazione diffusa dentro le dita fin quasi alla spalla.
Questo non è il mio mondo, si disse. Il materiale di quell’indumento era stato un contatto concreto con una nuova realtà. Forse un nuovo tempo. Non so quando è successo, pensò, ma ora la donna stringeva la maniglia della porta fin quasi a sbiancare le nocche delle mani.
Aveva aperto la porta della stanza di sua figlia certa che non l’avrebbe trovata al suo interno.
Infatti il letto era vuoto.
Sopra la coperta, che ancora aveva impressa una leggera piega del corpo della ragazza, ora stava il gatto. La coda piegata morbidamente dietro la schiena, gli occhi gialli fissi in quelli di lei.
La donna si sentiva sfinita, come se al posto di riposare, quella notte, avesse compiuto uno sforzo che non le era normalmente consentito.
Non solo spossatezza fisica ma anche, e soprattutto, mentale. Collegata ad un pensiero che non riusciva ad adeguare alla realtà. Alla realtà di quel letto vuoto:
non sei riuscita a proteggerla.
Mentre guardava il gatto l’attenzione era tutta rapita da quella medaglietta che luccicava sotto al collo dell’animale, intercettando appena la flebile luce nella stanza.
Forse era lo stesso gatto di vent’anni addietro o una di quelle copie esatte apparse nel soggiorno diverse ore prima. L’unica persona che adesso avrebbe dovuto leggere il contenuto inciso sulla medaglietta era lei stessa e non avrebbe voluto, la repulsione per il messaggero era assoluta.
Eppure, dopo un certo tempo immobile, lasciò la maniglia della porta e si avvicinò al letto.
Il gatto alzò appena la testa come per agevolare l’attenzione sul messaggio.
Il metallo si mosse impercettibilmente e in quel momento il silenzio nella stanza e nell’intero mondo fuori da essa sembrò alla donna universale.
Solo poche parole, come nei messaggi precedenti. Il respiro le si bloccò in gola, prima di leggere.
“L’ho trovato, mamma”.

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