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Il ragazzo staccò la pistola dall’erogatore automatico del diesel e si avvicinò alla sua auto.
Si fermava quasi sempre allo stesso distributore, sulla provinciale che attraversava il suo paese.
Anche quella volta era notte inoltrata, poche altre macchine avanzavano sulla strada e una debole aria di inizio primavera faceva dondolare una targhetta di metallo appesa all’ingresso dell’autolavaggio.
Il ragazzo tenne premuta la leva della pistola fino alla fine del credito, guardando distrattamente i numeri digitali succedersi sul display azzurro della colonnina. Quando le ultime cifre, lentamente, coincisero con la somma immessa, tolse la pistola dalla bocchetta dell’auto e si voltò.
Fu allora che avvertì lo spostamento.
Come già in passato non avvenne nulla di concretamente definibile.
Eppure la realtà si era spostata di un passo.
Come uno slittare avanti, o indietro, nell’ordine temporale che precedentemente stava vivendo.
Rimase fermo, con la pistola erogatrice in mano e il tubo ad essa collegato sospeso inerte sopra il selciato.
Non era paura la sua, era ascolto.
La targhetta di metallo dondolava ancora, ma non cigolava più, silenziosa, ed uno dei lampioni lungo la strada ora mandava luce a intermittenza, improvvisamente difettoso.
Depose lentamente la pistola erogatrice nel suo alloggiamento, fino a sentire il secco suono metallico dell’aggancio.
L’ultima volta che il flusso spazio-temporale si era guastato non si erano verificate modifiche significative nel resto della sua vita. A parte ovviamente quella cara amica di sua madre che era morta, il cane dei suoi genitori senza più la malattia agli occhi, che ormai l’aveva quasi reso cieco, e qualche cambiamento nella sua ragazza.
Lei era sempre lei ma vivendoci insieme era stato facile constatare una moltitudine di differenze. Come l’abbigliamento nuovo, ovvero vestiti che dovevano far risaltare meglio il suo corpo, più attillati o scoperti, sicuramente conformi ad un fisico sportivo e tonico.
Lei non aveva mai praticato davvero uno sport, in nessuno dei guasti spazio-temporali precedenti. Andava in palestra, si manteneva abbastanza in forma, ma dopo l’ultimo slittamento della realtà era una nuotatrice. Non a livello agonistico, seguiva un corso master tre volte a settimana e partecipava a qualche gara.
Quello che davvero l’aveva sorpreso era rendersi conto che di sicuro lei non aveva preso ad allenarsi da poco. Le sue spalle, le gambe, i fianchi, tutto risultava più forte, più deciso come parte del suo stesso carattere.
Il ragazzo aveva provato per un certo tempo una ben strana sensazione.
Il cambiamento del reale si era verificato dentro la casa dove convivevano. Lei era passata da una stanza all’altra e, nel frattempo, lo scorrere del tempo di lui si era innestato ad un nuovo flusso di eventi. Ne aveva avuto coscienza, come sempre, la luce del giorno si era inclinata con un angolo decisamente più verticale attraversando i vetri della cucina. L’odore in casa era mutato e quando lei era rientrata nella stanza dove lui si trovava, quel suo nuovo corpo lo aveva impressionato enormemente.
La ragazza era andata al lavello per bere un bicchiere d’acqua dal rubinetto, cosa che non faceva di solito visto che compravano sempre delle bottiglie d’acqua al supermercato. Quando ebbe finito, dopo aver sciacquato il bicchiere, si era voltata trovandolo ad osservarla assorto.
“Che faccia hai!” aveva detto lei con un sorriso incerto, “tutto bene?”
Il ragazzo si era sforzato di sorridere a sua volta, “si, si… ero sovrappensiero”.
Passando oltre la sua ragazza gli aveva dato una leggera spinta spalla contro spalla, un gesto che faceva spesso, cercando un contatto, almeno quando era di buon umore.
“Mio Dio” aveva pensato il ragazzo, “la prossima volta che succederà potrei anche non riconoscerla più”.
Non poteva ricordare quando fu la prima volta che capitò uno di quei guasti, come lui li aveva battezzati. Probabile che fossero già successi in un’età in cui i suoi ricordi non venivano ancora registrati in modo chiaro dalla mente. Non l’avevano mai spaventato ma certamente lo continuavano a stupire e ogni volta che si verificavano la curiosità vinceva sempre su di una certa, tremolante, sensazione di timore.
Quando risalì in macchina e girò la chiave nel cruscotto una spia si accese a lato del contachilometri. Il computer di bordo visualizzò il messaggio “anomalia sistema antinquinamento” e la spia non si spense.
Pensò che fosse un pessimo benvenuto nella nuova dimensione spazio-temporale ma uscendo dal distributore e percorrendo le prime centinaia di metri fuori da esso, con cautela, non gli sembrò esserci nulla di strano nella guida.
Osservò con attenzione le solite strade sul percorso verso casa.
Notò che il bar vicino la stazione aveva cambiato insegna, e probabilmente gestione, dopo forse vent’anni. Mentre il complesso residenziale, di cui era terminata la costruzione dei locali interni, ora non esisteva più. I campi sopra i quali era stato edificato erano tornati incolti e il buio li racchiudeva. Un grande cartello di vendita del terreno, bianco, a caratteri neri, si affacciava sul lato della via che stava attraversando e la pioggia, o qualsiasi intemperia l’avevano stinto, macchiando a chiazze l’intera superficie.
Per qualche ragione che non seppe spiegarsi, e che magari era solo suggestione del momento, gli parve di trovarsi in un mondo più silenzioso.
E vasto.
Quando arrivò al parcheggio a ridosso del condominio dove abitava, vide subito la luce accesa dietro le finestre della sala. Le tende erano tirate e quel confine visivo, per altro ovvio, gli fece battere il cuore leggermente più accelerato. Una frase concentrava dentro di sé l’ansia che avvertiva in quel momento: “chi c’è là dentro?”
Non si aspettava una persona totalmente diversa da quella che conosceva da anni ma non poteva escluderne l’eventualità. Sapeva di non avere controllo su nulla, dal comportamento di ogni sua singola cellula nel corpo, al fatto che la sua realtà, per qualche motivo, poteva guastarsi improvvisamente. Senza che alcun genitore, amico, personaggio della televisione o libro letto per caso, avessero mai condiviso le sue stesse esperienze al riguardo.
Semplicemente, a lui accadeva.
Prese la borsa della palestra dal baule e lo richiuse.
A lato del parcheggio, due spazi pubblicitari riportavano due pubblicità diverse. Una di esse promuoveva una bibita di cui lui non aveva mai sentito il nome, nè l’azienda produttrice, in vita sua.
Un gatto sfuggì a lato del suo campo visivo mentre cercava le chiavi del cancelletto.
Era il gatto della coppia al secondo piano e a breve la padrona sarebbe uscita come al solito per chiamarlo.
Arrivato di fronte alla porta di casa, dopo tre rampe di scale che salivano tra pareti tinteggiate di un giallo ocra più scuro di quanto ricordasse, si arrestò. Lesse i nomi sulla targhetta sopra il campanello e sentì un primo nodo di tensione sciogliersi constatando che non erano mutati. “Cosa credevi” si chiese “che vivesse con un altro?”
In realtà sapeva che certe cose non mutavano mai, le persone potevano cambiare aspetto, esserci o non esserci più, le amicizie potevano risultare più intime, oppure essersi quasi perse, ma i legami restavano, nella sua memoria e nella memoria degli altri.
Questo l’aveva imparato.
Infilò le chiavi nella toppa della porta blindata ma non riuscì a farcele entrare. Dentro c’erano le chiavi di lei, che non aveva tolto quando aveva chiuso dall’interno. Suonò allora il campanello e aspettò.
Avvertì appena i passi della sua ragazza che si avvicinavano alla porta, sentì lo spioncino frusciare quando venne spostato, poi tornò a posto e la chiave girò nella serratura.
Il suo cuore tornò a battere veloce, il respiro si fece breve.
“Ti prego fa che sia lei, fa che non le sia successo nulla”.
Non sapeva a chi si stava rivolgendo mentalmente ma aveva bisogno di quella preghiera.
La porta si aprì.
E lei gli sorrise sull’uscio di casa.
“Ciao” disse la ragazza e lui sentì il suo stesso sorriso disegnarsi in volto.
“Ciao” disse lui a sua volta, esitò per un attimo, “posso entrare?”
“Solo se ti sei fatto la doccia” disse lei.
Di sicuro non nuota più, pensò il ragazzo mentre l’osservava tornare in sala. O almeno non si allena più come prima. E realizzò immediatamente che la cosa non gli dispiaceva affatto, tutt’altro. Il fisico che aveva avuto lei fino a quella sera, quando era uscito per andare in palestra, era molto meno femminile di quello che ora si muoveva dentro i jeans e una felpa col cappuccio.
Il ragazzo si tolse le scarpe e mentre richiudeva la porta a chiave sentì la sua ragazza dire dall’altra stanza: “l’atleta è tornato”.
Al momento non ci fece immediatamente caso ma quando diede l’ultima mandata alla porta avvertì una sensazione di disagio: “di là c’è qualcun’ altro” pensò, e nuovamente il timore dell’ignoto lo investì come un’entità fisica.
Quando si mosse e andò verso la sala, entrando vide la televisione accesa, senza sonoro e seduto su di una sedia, con un braccio appoggiato al tavolo, c’era un ragazzo identico a lui, vestito in maniera diversa, con un taglio di capelli diverso ma infallibilmente la sua copia riflessa, il cui sorriso si stava spegnendo, guardandolo.
La ragazza si era seduta a sua volta sul divano, di fronte all’ospite e disse con gioia: ”sorpresa! Non te l’aspettavi, eh?”
“No” pensarono entrambe i ragazzi guardandosi dritti negli occhi “questa cosa non doveva affatto succedere”
Nessuno disse nulla e il sorriso della ragazza mutò velocemente verso un’espressione preoccupata. Si voltò verso uno dei due, il secondo, quello appena rientrato, e disse soltanto: “ma… qualcosa non va?”
Entrambe i ragazzi non cambiarono la loro posizione, le loro facce e i loro corpi apparivano simili l’uno all’altro ma erano le differenze a interessarli. Avevano avuto due vite diverse, forse completamente, lo sapevano entrambe ed entrambe si stavano interrogando da dove l’altro venisse.
Si erano già posti il problema che ora si stava verificando, era sempre stata una supposizione a margine, ma adesso stava accadendo. In ogni caso, tutte le volte che vi avevano riflettuto non avevano mai trovato una possibile conseguenza all’avvenimento. Le possibilità diventavano troppo elevate.
“Abbiamo la stessa capacità cognitiva” pensarono entrambe “di questa situazione possiamo capire fino allo stesso identico punto, non oltre”
La ragazza si alzò in piedi di scatto e solo allora i due ragazzi tornarono a porre l’attenzione su di lei. La sua espressione preoccupata aveva lasciato il posto al disorientamento. Guardò prima uno poi l’altro e disse lentamente: “mi volete spiegare cosa succede?”.
Qualche attimo dopo le sue parole, la luce del giorno filtrò dalla finestra della cucina, arrivando fino alla soglia della sala. Oltre la finestra della sala, invece, era ancora notte. Lo stesso buio dal quale era giunto il secondo ragazzo.
L’unica che non sembrò accorgersi di nulla era la ragazza.
Fu il secondo ragazzo a parlare, appoggiando la borsa della palestra a terra: “non dovremmo essere tutt’e due qui”
La ragazza sembrò pensare per qualche istante a quelle parole, poi disse “e perché?”
Il primo ragazzo ignorò la domanda e chiese al secondo: “tu chi sei per lei?”
“Il suo ragazzo” disse il secondo “e tu?” chiese a sua volta il secondo al primo.
“Un amico del suo ragazzo” rispose.
La ragazza fece un’espressione indecifrabile, rimanendo nella sua posizione a metà tra l’uno e l’altro, “mi state prendendo in giro, giusto? E’ uno dei vostri scherzi!”
I due ragazzi rimasero in silenzio, poi il primo disse al secondo: “lei non vede la stessa cosa, non so come possa essere ma…”
“E’ un paradosso” concluse il secondo.
La ragazza alzò le mani e disse “no, va bene, avete voglia di giocare” e superò il secondo ragazzo andando in cucina.
“In lei esistono contemporaneamente la parte che è la tua ragazza e quella che è la mia amica” ragionò ad alta voce il primo ragazzo mentre il secondo, volgendo lo sguardo alla propria sinistra, vide che la parete sulla quale c’erano state fino ad un attimo prima le mensole con i libri adesso ospitava dei quadri. Sopra di essi dei faretti ad illuminarli elegantemente. Il ragazzo vi si avvicinò di qualche passo.
Aveva la sensazione vaga di aver già visto uno di quei dipinti anni addietro: un’isola nera, all’orizzonte di un mare blu scintillante ed una barca apparentemente naufragata nel mezzo di quella distesa.
Il secondo ragazzo tornò a guardare il primo, chiedendo “nella tua vita esistono questi quadri? Perché in questa casa non ci sono mai stati”
“Io non vedo dei quadri ma fino a poco fa c’erano. Io vedo delle mensole con dei libri” rispose il primo.
A quelle parole il secondo ragazzo ebbe un giramento di testa che lo fece vacillare. Andò verso il divano e mentre ci si abbandonava sopra si accorse di essersi seduto su di una poltrona mai vista.
La ragazza entrò nella sala che ora veniva illuminata da un Sole improvvisamente alto nel cielo. Reggeva in mano un vassoio con tre bicchieri, insieme alla bevanda che il secondo ragazzo aveva visto per la prima volta pubblicizzata nel parcheggio di casa. Quando ancora era notte.
Appoggiò il vassoio su di un tavolo che non era più quadrato, ma di vetro, lungo e rettangolare.
“Avete finito di dire assurdità?” disse la ragazza.
Il primo ragazzo era in piedi e stava osservando il secondo, “tutto sta vorticando intorno a lei” fece con un’aria che al secondo parve spaventata, poi mosse le braccia incrociandole, con gli indici delle mani tesi nel gesto di indicare direzioni opposte.
“Scambio!” pensò il secondo ragazzo guardandolo.
“In quale caos è finito il tempo?” si chiese ed un momento dopo la sua ragazza gli stava porgendo un bicchiere con quella bevanda rossa all’interno.
Il primo ragazzo, cioè la copia di sé medesimo che un istante prima era davanti a lui, ora corrispondeva ad un tipo che non aveva mai visto, un ragazzo magro, con una maglietta nera e le braccia tatuate. Aveva una faccia spigolosa, degli occhi molto chiari e i capelli tagliati cortissimi.
Di fronte a quello sguardo il ragazzo sulla poltrona si sentì a disagio, come se l’altro provasse una certa ostilità nei suoi confronti.
“Non lo vuoi?” Fece la ragazza sorridendogli.
Il ragazzo la guardò, poi prese lentamente il bicchiere, ed abbassò nuovamente lo sguardo sul suo contenuto.
“Questa volta…” pensò a fatica “questa volta non c’è ritorno”.
Il silenzio tra loro rimase in sospeso per un tempo indefinito.
Un ronzio proveniva dalla cucina.
Poi il ragazzo col volto spigoloso gli chiese “hey, tutto bene? Sembri esserti spento”, la sua voce voleva tradire una nota di reale preoccupazione con un falso sorriso.
Il ragazzo sulla poltrona non rispose, alzò gli occhi sul tavolo di vetro, guardò oltre, dove fino a poco prima c’era il mobile con la televisione ed al suo posto ora vi era una pianta d’appartamento.
Era tutto mutato con la stessa fluidità di un sogno, come un movimento naturale di uno spazio intorno ad un perno invisibile.
La ragazza gli toccò una spalla e lui le restituì il bicchiere ancora pieno. “Scusate gente” disse alzandosi in piedi, “non so, non mi sento molto bene, un pò di mal di testa… scusate”
Quella che era stata la sua ragazza lo stava osservando ma lui non volle badarci, passò in mezzo a loro e si avviò fuori dalla sala.
“Vuoi che t’accompagni?” fece il ragazzo, lui fece un gesto con la mano, per dire di no.
Le chiavi erano dentro la toppa, le girò due volte ascoltando il suono secco della serratura scattare, afferrò la maniglia e l’aprì. “Non preoccupatevi” disse, “non è niente”.
La ragazza stava dicendo qualcosa a sua volta ma lui non ascoltò, scese velocemente le scale e in breve fu davanti alla porta d’ingresso al condominio, poi in strada e di nuovo nel parcheggio dove era arrivato in auto durante la notte.
Il Sole era alto in cielo, faceva caldo, non c’era nessuno.
Sentiva che su qualsiasi cosa si fosse soffermato a riflettere, in quel momento, sarebbe comunque stato troppo da sopportare.
Camminò con un passo incerto fino alle strisce pedonali. La sua macchina non c’era più e non gli parve troppo strano. Almeno la macchina con cui era arrivato. Probabilmente tra le auto parcheggiate ve n’era una che gli apparteneva ma ora non aveva importanza.
“Non è nemmeno importante cos’è successo” si disse fra sé e sé, “tanto non lo saprò mai, nessuno lo saprà mai. Chissà se anche qui ho una ragazza”.
Si arrestò per un momento aldilà della strada, “potrei anche essere sposato, oppure essere padre” pensò avvertendo un brivido che non seppe interpretare salirgli lungo la schiena.
E in quello stesso momento ebbe un’intuizione chiarissima. Non ci aveva fatto ancora caso coscientemente ma ora ne prese atto e ne sentì la forza: quella sua medesima versione di sé, seduta in sala quando era rientrato e che aveva guardato negli occhi quasi a volerne sfidare il mistero, gli era sembrata felice. Non felice in assoluto, perché anch’essa, vedendolo, aveva perso il sorriso.
Ma, comunque, più felice.
Forse soltanto più serena, soddisfatta o equilibrata di quanto non fosse stato lui in quella vita precedente.
Si chiese se quel suo altro sé aveva condotto un’esistenza più vicina a ciò che lo appagava di quanto lui fosse mai riuscito a fare. Però, intuì anche, la domanda nascondeva un significato più profondo: le loro vite si erano diramate in un’infinità di esperienze e scelte differenti, quindi le loro menti erano differenti; sarebbe stato in grado, adesso, in questa nuova vita, di arrivare a quello stesso apparente benessere che aveva visto negli occhi dell’altro?
Sarebbe stato in grado di mantenerlo?
Guardò in alto, verso quel Sole accecante, oltre le foglie degli alberi lungo la via.
“Vedremo” si disse. “Le cose cambiano, le persone cambiano… io devo soltanto capire. Questo conta” si disse.
“Soltanto questo”.

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