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I due uomini arrivarono sulla cima del picco nella luce di un Sole abbagliante.
Avevano camminato per ore senza incontrare nessuno, attraversando boschi autunnali che iniziavano a tinteggiarsi di arancione e rosso, per proseguire tra le rocce delle pareti sommitali, osservati a tratti da radi gruppi di stambecchi in bilico su qualche cornice di pietra.
Quando toccarono la croce di vetta, in segno di conclusione della loro ascensione, Il più anziano dei due strinse la mano dell’altro e si abbracciarono.
Si conoscevano da parecchi anni ormai ma le loro uniche occasioni di ritrovo, da molto tempo, si erano ridotte alle uscite insieme in montagna.
Del resto in montagna si erano incontrati per la prima volta.
“È veramente un posto magnifico” disse l’uomo più giovane, guardandosi intorno.
L’altro uomo si lisciò la barba e sorrise, “si, e l’ultimo pezzo vale tutte le ore di cammino. Quando c’ero venuto da solo faceva ancora un caldo terribile, fin quasi in cima, ma oggi me la sono goduta”.
Si cambiarono le magliette sudate e le appesero alle assi di ferro della croce. Indossarono anche i piles e le giacche antivento, valutando che l’aria si alzava ogni tanto in qualche fredda folata.
Dopo essere rimasti in contemplazione delle lontane catene montuose circostanti, alcune già cosparse di neve sulle quote più alte, guardando le nubi distanti all’orizzonte gonfiarsi e sfaldarsi contro il blu scuro del cielo, si sedettero su qualche roccia vicina e tirarono fuori il cibo dagli zaini.
Mangiarono in silenzio e quando ebbero finito si riposarono appoggiando le schiene ai due lati opposti della croce, lasciandosi trasportare dal suono dei torrenti, nella profonda valle a nord del picco su cui erano giunti.
“Allora scendiamo dall’altro versante?” chiese l’uomo più giovane, dopo un certo tempo, in cui entrambe sapevano di essersi lievemente addormentati.
L’uomo con la barba si stava alzando e si stava sgranchendo le gambe, “si, ne vale la pena, è un giro più lungo ma si chiude uno splendido anello. Te la senti?”
“Che domande” fece l’altro “guarda che sei tu quello con più anni di me”.
“Certo” disse l’uomo con la barba “ma sono anche quello più in forma!”
Ci scherzarono su mentre tornavano a rimettere ogni cosa nello zaino, preparandosi a scendere.
Il versante opposto alla salita iniziava con una breve cresta sottile per poi digradare ripido in una dorsale più ampia, composta da rocce e balze d’erba, fino al bosco di abeti più a valle.
I due uomini scesero dialogando su qualche argomento del loro lavoro ma ben presto le parole si fecero più rade, fino al silenzio. La contemplazione di quell’anfiteatro naturale che li circondava, in un immenso panorama di picchi e punte scintillanti, li rapì completamente, almeno ogni volta che i loro occhi si staccavano dal terreno per raggiungere la linea frastagliata dell’orizzonte.
Quando la luce del Sole si inclinò ancora di qualche grado, nella sua lenta discesa verso la seconda metà del giorno, i due si trovavano ormai profondamente all’interno della pineta.
Seguivano un sentiero che costeggiava gli ampi versanti rocciosi della montagna e ben presto i pini lasciarono il posto alle piante delle quote più basse.
L’uomo più anziano si girò verso l’altro, “dovremmo quasi esserci, ricordo che c’era anche una fonte d’acqua vicino l’ingresso. La mia borraccia è vuota”.
Si riferiva all’ingresso di una caverna naturale, aperta tra le pareti calcaree che li sovrastavano.
Avevano parlato di entrarci per un breve tratto, usando la torcia frontale che l’uomo con la barba si portava sempre nello zaino, a qualsiasi uscita. Lui stesso vi era già entrato, nella sua prima escursione in quell’area, ma contando che adesso erano in due, avrebbero potuto osare un’esplorazione più lunga, valutando bene ogni passo.
L’uomo più giovane si fidava del suo compagno e anche se l’idea di entrare in una grotta lo intimoriva, almeno in parte, dall’altra ne era incuriosito. Spesso prima di affrontare una montagna, specialmente da solo, provava quella doppia sensazione ma per quanto potesse avvertire timore questo non vinceva mai la forza che lo spingeva a provarci, e andare.
“Aspetta” disse ad un tratto l’uomo con la barba. Si era fermato e aveva alzato un braccio con la mano aperta, per dare miglior significato alle sue parole. Stava pensando.
Quando si voltò disse: “stiamo scendendo troppo, ci doveva essere una traccia sulla destra del sentiero, non l’abbiamo vista”.
“Se c’era” rispose l’uomo più giovane “è veramente invisibile, ho tenuto quasi sempre lo sguardo sul sentiero e non ho notato nulla”.
“Si non è ben segnata, è appena impressa nel terreno, magari col tempo si è un pò nascosta ma ricordo questa zona del bosco e siamo andati troppo avanti”.
L’uomo più anziano superò l’altro e riprese a camminare sui loro passi precedenti. Salirono nuovamente, a ritroso, e questa volta stando ben attenti a non mancare la deviazione alla loro sinistra.
Avevano ancora alcune ore di luce prima del buio ma non volevano comunque sprecare troppo tempo in quel diversivo.
“Come diavolo hai fatto a trovarla la prima volta?” Chiese l’uomo più giovane.
L’altro uomo non rispose, non subito, poi si voltò appena lasciando intravvedere un mezzo sorriso. Fu all’incirca in quel momento che l’uomo più giovane si arrestò, osservando quella che sembrava una flebile linea a lato del sentiero. Qualcosa di veramente difficile da individuare a meno che non si stesse ponendo l’attenzione sulla sua possibile presenza.
“Cosa ne dici di questa?” chiese l’uomo più giovane all’altro.
L’uomo con la barba si fece accanto al suo compagno ed entrambe alzarono lo sguardo cercando di intravvedere la direzione da seguire fra gli alberi.
“Proviamo” disse l’uomo più anziano e fece il gesto di lasciar andare avanti l’altro.
“Non è che finiremo a perderci?” fece quello più giovane.
L’uomo con la barba sorrise di nuovo, non sembrava affatto preoccupato. “Speriamo di no” disse, “quindi tieni gli occhi ben aperti”.
Il bosco di faggi non aveva una vegetazione fitta, al contrario la distanza tra un albero ed un altro era ampia e la luce del Sole scendeva tenue in quegli spazi.
L’uomo più giovane tentava di capire se quella che stava seguendo era effettivamente una traccia o una sua illusione. In breve si trovarono a costeggiare una delle pareti di roccia nuda della montagna e il terreno sotto i loro piedi si fece più franoso e instabile.
“Bhè, per me la ricerca dei buchi nella natura incontaminata può finire qui” disse l’uomo più giovane fermandosi improvvisamente, “non credo di stare seguendo nient’altro che il fianco della montagna e magari non è neanche così immediato tornare indietro”.
L’uomo con la barba si fermò a sua volta, quando l’altro si girò a guardarlo per trovare conferma ai suoi dubbi l’uomo con la barba disse: “secondo me dovresti andare avanti fino a quella roccia sporgente e dare un occhio a cosa c’è dietro”.
L’uomo più giovane si girò nuovamente e cercò con lo sguardo ciò che gli era stato indicato. “Ovviamente si tratta di quella colonna di roccia là in fondo”, pensò e senza voltarsi questa volta disse: “va bene, arriviamo fin là ma se ti sei sbagliato ce ne torniamo indietro, che posso vivere anche senza calarmi in una grotta”.
“Almeno per oggi”, aggiunse poi.
Ripresero a camminare e furono in breve al cospetto del luogo stabilito. Il terreno era un pò meno inclinato che in precedenza e l’uomo più giovane superò facilmente la colonna di roccia a cui aveva puntato. Un attimo dopo averlo fatto, per ciò che vide, il fiato gli rimase mozzato nel petto.
Come ipnotizzato rimase a contemplare la bocca spalancata della caverna buia nel fianco della montagna.
I suoi piedi e il suo corpo erano ancora sotto la luce del giorno ma quella luce veniva inghiottita in un’oscurità pressoché totale a pochi passi da dove ora si trovava.
La sorpresa e la vicinanza ad un’area così profondamente diversa da tutto ciò che lo circondava gli fecero vagamente girare la testa per un momento. Quando il cuore decelerò e prese di nuovo ad essere regolare fece caso alle rocce interne alla grotta, che non precipitavano verso il basso ma sembravano condurre al suo interno attraverso un percorso orizzontale.
“Ne vale la pena, amico mio” disse l’uomo con la barba e le sue parole tornarono a far registrare la sua presenza all’uomo più giovane.
“È terribile e stupenda al tempo stesso” disse l’uomo più giovane senza staccare gli occhi dall’antro. La sua vista si stava abituando all’oscurità ma in ogni caso lo sguardo non poteva comunque superare una certa soglia, dove il nero diventava denso come una sostanza materiale. “Non riesco a credere che ci sei entrato da solo la prima volta. Perchè ci sei entrato da solo, non è vero?”
“Esattamente” disse l’altro, che stava riempendo la borraccia dalla fonte di cui si ricordava, proprio a lato dell’ingresso.
“Sei più matto di un cavallo matto” disse l’uomo più giovane. “A me fa già strizzare il culo ora, figurarsi se fossi solo”.
“È suggestione” disse l’altro, “e in fin dei conti è una semplice caverna. Con questa” e prese dalla tasca alta dello zaino la sua torcia frontale “la suggestione dura molto meno”.
Quando l’accese e la puntò all’interno della voragine, il cono di luce venne immediatamente intercettato dalle rocce che già si intuivano da fuori, ma quando illuminate queste rivelavano una dimensione più vasta, come se la torcia non solo sottraesse il buio ma alterasse anche la natura fisica del luogo. Fuori la montagna aveva un aspetto biancastro, dove mostrava la sua pietra nuda, il suo interno invece sembrava bruno, un color terra quasi organico.
I due uomini rimasero sul limitare dell’ingresso, in quella indefinibile linea di confine tra la luce del Sole e il territorio dell’ombra. Poi, in silenzio e avvertendo quasi una sensazione di deferenza, l’uomo più giovane mosse i primi passi oltre quella linea.
Bastò avanzare di poco all’interno perché entrambe si arrestassero per prendere dallo zaino le giacche e coprirsi ulteriormente.
“È gelido qua dentro” disse l’uomo più giovane e la sua voce sembrò venire smorzata immediatamente dopo essere stata emessa. L’uomo con la barba gli si fece accanto ed entrambe ricominciarono ad avanzare insieme.
Ogni tanto capitava che l’uomo più anziano voltasse la testa ai lati della grotta togliendo per brevi tratti la vista al suo compagno. Il buio, oltre il limite irregolare del disco di luce della torcia, diventava istantaneamente assoluto e l’uomo più giovane si fermava in quella temporanea oscurità, aspettando che il cono luminoso tornasse a rivelare il terreno.
Progredendo, la superficie su cui poggiavano i piedi con accuratezza divenne a tratti scivolosa, simile ad una lingua umida di pietra mentre le pareti circostanti a volte si stringevano, costringendoli quasi a passare di taglio fra esse per poi aprirsi in stanze dalle geometrie mastodontiche e irregolari.
L’uomo più giovane aveva inizialmente sentito il peso di quell’addentrarsi come un reale peso nel petto. Non era molto abituato a muoversi nel buio, in quel buio, cosa che invece pareva lasciare indifferente l’altro uomo. Quando quello più giovane, fugacemente, guardava il compagno, per trarne una rassicurazione silenziosa, gli sembrava di potervi scorgere addirittura una vaga espressione di compiacimento, difficilmente interpretabile nella mezza oscurità del volto.
“È come esplorare le profondità del mare” pensò l’uomo più giovane “e ne ho sempre avuto paura”.
Eppure, nel momento stesso in cui prese coscienza di quella paura sentì anche una forza contraria, una vaga attrazione verso l’esplorazione di quell’abisso.
“Probabilmente”, pensò, “mi sto abituando. Non potrei mai fare una cosa simile da solo ma in due può essere meno spiacevole di quanto pensassi”.
Lentamente, con l’attenzione che richiedeva ogni passo, gli parve sempre più chiaro di aver vinto una invisibile resistenza, ed ora venisse invece sospinto da una corrente a favore, direttamente incanalata in ogni parte del corpo. I pensieri ostili si stavano facendo rarefatti come se progressivamente rimanessero agganciati alle rocce che attraversavano.
In un punto indefinito del cammino dovettero discendere dei massi crollati, disposti gli uni sugli altri, scomposti e trasversali al loro procedere. Il raggio di luce vorticò per qualche momento spazzando pareti che ora parvero immense, a delimitare una stanza dove faglie di roccia davano l’idea d’essere uscite dal ventre della montagna, come giganteschi libri sporgenti da scaffali persi nell’ombra.
L’uomo più giovane si mosse due volte nel buio totale, avendo osservato nell’istante prima dove poggiare i piedi. Stava per chiedere all’altro uomo di puntare la torcia sul masso successivo quando, proprio mentre scendeva, la luce si spense del tutto.
Si trovò ad esclamare il nome del suo compagno come un aiuto ma, ormai sbilanciato, tentò di completare il gesto allungando le gambe dove immaginava di toccare il suolo.
Il suo movimento si perse nel vuoto.
Non trovò più la presa delle mani, scivolò via graffiando la roccia e precipitò nel nero perfettamente in verticale.
“Sto cadendo” realizzò l’uomo e riuscì a pensare l’intera frase prima di aprire gli occhi davanti la vetrata della sua stanza da letto.
Aveva le palpebre intorpidite e le sbattè più volte, piano, mentre traeva un’ultima, profonda inspirazione.
Seduto sopra il cuscino nero da meditazione, con le gambe incrociate nella posizione del loto osservò la luce del mattino che si era spinta fino a lambire i suoi piedi scalzi, senza illuminarli ancora, segno che aveva trascorso in raccoglimento un tempo più breve del solito.
Fuori dalla sua stanza da letto, oltre i vetri delle grandi finestre che arrivavano al pavimento, la città emetteva il suo gigantesco rumore di fondo. Inframezzato a tratti da rumori più acuti e a tratti da quelli più cupi.
Il Sole faceva scintillare ogni altro grattacielo intorno al suo.
Era in quello stato delicato di apparente assenza di pensieri. Una situazione che durava poco ma che valeva tutto il tempo che lui dedicava ogni mattina, di ogni giorno ormai da anni, seduto su quel cuscino duro, prima di iniziare qualsiasi attività della giornata, compresa la colazione.
Quando si alzava da lì, camminando sulla moquette verso la cucina, avvertiva ogni cosa con un’intensità diversa. Come il suono a ventosa dello sportello del frigo, che apriva per prendere il latte, e lo stesso profumo del latte, dopo averlo versato nella tazza.
Tutto sembrava nuovo, creato nel momento stesso in cui interagiva con la realtà circostante.
I pensieri sorgevano dopo, da qualche misteriosa stanza nelle profondità del suo essere. Uno per volta, simili a gocce che cadevano al contrario. Non sembravano nascere nella testa, ma da un vuoto indefinito, posto più in basso e salivano prendendo una forma e un significato entrando nella sua mente.
Certo quelle gocce poi diventavano un fiume, a volte una tempesta, probabilmente già quando camminava veloce tra gli uffici dell’azienda, cercando una soluzione o formulando un’ennesima ipotesi. Ma questo accadeva dopo.
Quella mattina non si alzò subito, rimase seduto. Non stava aspettando e non avrebbe fatto niente, perché non c’era più un tempo, né un luogo.
La stanza in cui si trovava, la città fuori da quella stanza, l’odore dell’ambiente, non riusciva a spiegarselo completamente ma sembravano cose conosciute e sconosciute allo stesso tempo. Quando si guardò le mani, raccolte in grembo nella posizione che assumeva durante la meditazione, anch’esse gli comunicarono una particolare sensazione di straniamento.
“Sono le mie mani” pensò “ed è come se non lo fossero”.
Seguendo quella sensazione decise infine di alzarsi, di entrare in bagno e guardare il suo volto allo specchio.
Si toccò una guancia, facendo scorrere la mano su di una barba appena pronunciata, fino al mento.Ma in verità non badò affatto alla sua faccia. Non fece nemmeno caso alla sua figura riflessa, si accorse invece che muovendosi, camminando, la realtà aveva per lui una ben diversa consistenza.
“Diversa da quando?” si chiese ma non trovava risposta. Provando a ricordare i giorni passati, persino la sveglia di quella stessa mattina, non riusciva ad abbinare una qualsiasi immagine al tempo.
Si sentiva bene tuttavia, si sentiva veloce ed ogni attività della sua mente scorreva in mille direzioni, disperdendosi e dilatandosi per poi focalizzarsi con una concentrazione assoluta, e momentanea, nell’attimo in cui compiva un’azione.
Uno dei pensieri che si concretizzò come un’intuizione fu: “Io non ci sono, niente di ciò che vedo c’è. Soltanto energia, soltanto il fluire”, poi le parole si dissolsero.
Successivamente, dopo che si fu vestito, era in strada e stava camminando verso la fermata della metro, per andare al lavoro.
“Posso passare come il vento tra la gente”.
Il vagone della metropolitana era pieno ma a lui parve di essere diventato un’unica entità insieme ad ogni passeggero circostante. Poteva sentire la serenità o la disperazione su chiunque rivolgesse la sua attenzione, per un breve istante o per un intervallo indefinito, ma quando volgeva altrove quella stessa attenzione ciò che aveva sentito in precedenza svaniva, senza lasciare traccia.
Era tutto nuovo, pur essendo conosciuto.
Quando arrivò alla sua fermata scese e, nella prima situazione in cui mise a fuoco nuovamente la sua presenza, era seduto ad un tavolo con sette suoi colleghi, ascoltando uno di essi che parlava.
Era un uomo con la voce lievemente acuta, vestito in un completo grigio e con gli occhi molto chiari. Il discorso di quell’uomo aveva un suono, modulato attraverso ogni parola e lui vedeva quel suono, gli giungeva in una cascata di immagini diverse intessute le une nelle altre e che, alla fine, disegnarono davanti a lui un immenso scenario mobile.
L’uomo che ascoltava, e immaginava, sorrise. Si sentiva parte di quello scenario, dove quelle altre sette persone insieme a lui ora compivano delle azioni, facevano delle scelte, evolvevano il futuro in base a quelle scelte.
“Il futuro si muove” pensò “ogni futuro si stà muovendo”.
Quando l’uomo col vestito grigio smise improvvisamente di parlare, lui aveva ben chiaro un mondo che vedeva con i soli occhi della mente.
Gli venne fatta una domanda e il significato di quella domanda gli parve subito incompleto, parziale. Quando aprì bocca e rispose, fece in modo di colmare nella risposta quella mancanza che aveva avvertito.
Prestò caso ad un pensiero a margine, mentre stava ancora parlando: “E’ incredibile” diceva quel pensiero “ma ogni cosa esiste da sempre”.
Dopo che tacque si accorse che intorno a lui si era fatto silenzio.
Un silenzio pesante, come un’entità fisica che riempiva ogni vuoto della stanza.
“Tutto converge su di me” pensò. Quindi si alzò in piedi, andò alla finestra e guardando fuori aggiunse alcune parole al suo discorso.
“Non ha senso stare chiusi in queste stanze” suggerì un altro di quei pensieri a margine, “qui dentro non circola aria, dovremmo lavorare fuori, in ambienti scoperti per poter far sorgere idee diverse” e si accorse che quello che stava pensando lo stava anche dicendo ad alta voce.
Voltandosi, e tornando a guardare i suoi interlocutori, capì che ogni singola persona presente lo stava valutando e potè andare certo che quelle valutazioni andavano dallo scetticismo sulle sue stesse condizioni mentali, al cauto interesse, all’irritazione.
Lo sguardo di una sua collega giovane, fisso nei suoi occhi, emanava una evidente fascinazione, insieme ad un nascosto timore.
Li riusciva a capire, perché ne avvertiva le energie, la vibrazione di fondo. “Come se ora avessi degli specifici recettori”, pensò.
Per un momento, la sensazione di trovarsi in un ambiente che gli sembrava familiare ed estraneo allo stesso tempo, lo attraversò come una folata di un vento immateriale.
Quelle persone erano le stesse da anni ma per lunghi istanti gli giungevano alla coscienza come un unico elemento indistinto. Singole entità di un tutto che poteva avvertire nel suo immenso disegno.
L’uomo col completo grigio e gli occhi chiari stava per dire qualcosa ma un altro uomo, dai capelli cortissimi e l’aspetto massiccio, lo precedette, sporgendosi appena in avanti sul tavolo, verso di lui. “Scusami” disse lentamente “ma, va tutto bene?
Non ho capito nulla di quello che hai detto!”
Altri due colleghi si guardarono in segno d’intesa e annuirono confermando le parole dell’uomo dai capelli corti. Uno di loro sorrise con malcelato divertimento.
Anche lui sorrise, per un divertimento diverso. “Non importa” pensò “potrei spiegare la stessa cosa in mille altri modi. O in un modo diverso per ognuno.” Ed essere consapevole di questo lo fece sorridere ancora più sinceramente.
Fu quando era già fuori da quella stanza, tempo dopo, al distributore d’acqua nell’area break dell’ufficio, che la sua collega di prima, quella che a fine discorso l’aveva guardato con uno sguardo ambiguo, gli chiese: “come ci sei riuscito?”
Lui si voltò mentre beveva dal bicchiere di carta: “a dire così tante cose assurde tutte insieme?” domandò in modo provocatorio alla ragazza.
“Non erano cose assurde” disse lei “ma le hai dette in un modo che non avevo mai sentito… Quasi in un’altra lingua. Non ho capito molto di quello che hai detto ma certe cose… non so come dire, non sembravi nemmeno tu!”
“Sono caduto in un buco” disse l’uomo “ed oggi sono qui, senza alcun graffio”.
Le parole gli uscirono senza che le pensasse. Erano collegate quasi ad un ricordo e nel momento stesso in cui le disse gli parve di aver recitato una formula antica. Il risultato fu di visualizzare nella mente, in modo netto, il negozio del suo amico che vendeva musica per intenditori. Non si incontravano da un pò di tempo ormai, ma si erano scritti qualche messaggio fino a pochi giorni prima.
“Doveva dirmi qualcosa” riflettè tra se e se l’uomo, “anche se non ricordo proprio cosa sia”.
La sua collega lo stava fissando. La macchinetta del caffè aveva finito di erogare l’espresso ma la ragazza non l’aveva ancora preso.
“Lo vedi?” disse lei “dici cose strane, non hai affatto l’aria di uno che è caduto in una buca. Forse parli per metafore oggi” e allungò quindi una mano per prendere il suo caffè.
“È questa la caverna” pensò lui. Poi, rivolto alla sua collega disse di essersi ricordato di un impegno improvviso, se per favore poteva avvisare il loro capo visto che doveva assentarsi per qualche ora ma di lasciar detto che gli avrebbe spiegato tutto al ritorno.
Poco dopo era in strada, sul marciapiede, accanto alle grandi porte a vetri dell’ingresso.
Fuori il Sole allungava le ombre di decine e decine di passanti creando un continuo aggregarsi e disgrerasi di forme astratte. Prese a camminare in mezzo ad esse, sapendo benissimo dove dirigersi. Il negozio di musica era a qualche isolato di distanza dal suo luogo di lavoro.
Mentre stava scendendo le scale, ancora in azienda, aveva controllato lo smartphone per trovare i messaggi che si erano scritti lui e il suo amico ma non era riuscito nemmeno a ricordarsi come si chiamava. Sapeva dove trovarlo, ne era certo, ma il nome gli sfuggiva. Era una cosa incomprensibile eppure non si discostava affatto da quella sensazione di spaesamento che a tratti lo colpiva. “Come una perturbazione” pensò, e durante quei momenti gli sembrava di avere delle fugaci impressioni, non sempre identificabili con facilità.
“Sono qui in strada perché la stanza della pausa caffé mi è sembrata d’improvviso angusta e senz’aria” si disse. A sua volta quella sensazione era scaturita dal ricordo del suo amico ma ora che stava camminando verso il suo negozio si sentiva nuovamente bene, felicemente trasportato dall’energia della moltitudine di persone che si muovevano nelle vie della città, sotto un Sole mite e una calda luce del tardo pomeriggio.
Aveva intuito perché quei temporanei turbamenti non lo preoccupavano: mentre ne era attraversato gli sembrava di essere incredibilmente meno lucido e sereno di quanto poi non fosse quando il problema svaniva. La sensazione di benessere che seguiva, era talmente forte e totalizzante da cancellare quella spiacevole precedente.
“Ogni tanto torno indietro, o vado altrove” pensò, “ma il segnale è stabile. Capita anche nelle radio di sentire delle scariche elettrostatiche durante una trasmissione perfettamente sintonizzata”.
Il paragone con la radio gli parve adeguato, visto che ora si trovava davanti l’ingresso del negozio di musica del suo amico.
“Chissà cosa doveva dirmi ‘il montanaro’ che proprio non ricordo” riflettè, mentre si avvicinava alla vecchia porta d’entrata con i vetri smerigliati verdi.
Il soprannome “montanaro” glielo aveva dato lui, sia per la passione che il suo amico aveva per la montagna e sia per il suo spirito abbastanza solitario.
Avevano parlato spesso di organizzare un’uscita insieme, ma fino a quel momento non ci erano ancora riusciti.
La porta del negozio si chiuse alle sue spalle facendo tintinnare dei sonagli metallici. Dentro c’era la solita penombra, attraversata dalle note di una musica classica tenuta a volume ridotto.
Due persone si aggiravano fra i bassi mobili porta-vinili e fra gli scaffali con centinaia di copertine di vecchi cd.
In fondo, sulla destra, il bancone con la cassa era vuoto ma appena si diresse verso di esso da un ingresso a lato comparve un ragazzo.
L’uomo non se l’aspettava, il suo amico non aveva mai assunto collaboratori e non ne aveva mai voluti. “Soldi buttati” gli aveva detto una volta al riguardo, “nella mia tana ci sto benissimo da solo e la mia clientela non è certo quella che se vado a pisciare scappa con un disco sotto braccio”.
Quasi ad avvalorare quelle parole, che gli erano tornate alla mente, i due signori presenti in negozio al momento avevano l’aria di essere due vecchi insegnanti in pensione.
L’uomo li superò e una volta davanti al bancone salutò il ragazzo. “Salve” disse quest’ultimo, “posso esserle utile?”
L’uomo lo guardò assorto e prima che potesse rispondere fu colto da una rivelazione improvvisa e scioccante, “questo ragazzo è suo figlio!”
Ne fu certo, almeno quanto era certo che il suo amico non gli aveva mai parlato di essere padre.
“Signore?” fece il ragazzo, in attesa che lui si ridestasse.
“Stavo cercando tuo padre” disse l’uomo, del tutto convinto di ciò che aveva appena detto.
Ricordava bene il volto del suo amico e anche se quel giovane non aveva la barba, assomigliava in maniera inequivocabile al padre. Lo sguardo, in particolare e una serie di elementi indefinibili separatamente ma che profusi nei lineamenti del viso, collegati segretamente tra loro, lo evocavano ad ogni espressione.
Questa volta fu il ragazzo ad indugiare di fronte all’uomo, prima di proferire parola.
“Lei conosceva mio padre?”
L’uomo registrò immediatamente il verbo usato dal figlio, al passato.
Conosceva.
“È morto” pensò l’uomo, ed anche di quello ne fu certo.
Poi disse: “si, lo conoscevo. E’ passato molto tempo ormai, sono un suo vecchio amico e non ci siamo visti per anni.
Oggi ero in zona per lavoro e ho deciso di passare a trovarlo…”
Il ragazzo aspettò ancora una volta a proseguire quel discorso in sospeso. Stava valutando qualcosa che lui non capiva ancora ma doveva trattarsi di un elemento aldilà delle parole che si stavano scambiando.
“Dev’essere davvero da molto tempo che non vi vedete, né sentite” disse infine il ragazzo, e continuò: “era un suo compagno di escursioni?”
“Ne avevamo parlato spesso” rispose l’uomo, “ma alla fine non abbiamo mai combinato un’uscita insieme”. Per qualche ragione dire quello che aveva appena detto gli sembrò una mezza bugia. Non tanto perché i messaggi che si erano scambiati l’ultima volta risalivano a pochi giorni prima, piuttosto per la strana sensazione di essere davvero usciti insieme in montagna una volta, anche se pure di questo poteva andarne certo: non era mai successo.
“Mio padre era parecchio solitario” disse il ragazzo “spesso ci andava da solo in montagna”
L’uomo chiese: “gli è successo qualcosa? Parli di lui al passato”.
Il ragazzo sorrise apertamente, sembrava divertito e l’uomo si trovò a constatare di nuovo l’incredibile somiglianza col padre. “Stesso sorriso, stessa luce negli occhi” pensò, appena prima che il ragazzo dicesse: “un incidente. Ha avuto un incidente nei boschi. Andare in giro da solo in quei posti non era una buona idea”.
“Un incidente grave?” chiese l’uomo. Era turbato dall’aria quasi provocatoria del giovane.
“Bhé...” fece il ragazzo, e prima di continuare la frase alzò una mano davanti all’uomo, facendo intendere di rimanere in attesa. Quindi entrò nuovamente dentro la stanza a lato del bancone e l’uomo rimase da solo per qualche tempo con i suoi pensieri.
Tutto gli sembrava fuori posto.
Resistette al’impulso di guardare ancora una volta lo smartphone, cercando gli ultimi messaggi che lui e il suo amico si erano scambiati. Continuava a non ricordarsi il suo nome.
“Perchè non mi dice cosa gli è successo?” pensò “se fosse morto me l’avrebbe detto subito”.
Si girò per un attimo, dando un’occhiata al negozio. Dei due uomini ce n’era ancora uno, che leggeva il retro di un album in vinile. Gli parve totalmente assorto in ciò che stava facendo.
Poi, il suono di un oggetto poggiato pesantemente sul bancone lo fece voltare.
Il ragazzo era tornato, aveva tra le mani una scatola di legno. L’enigmatico sorriso di prima era svanito, sostituito da un’espressione concentrata.
I due si guardarono per un momento e, quando l’uomo abbassò gli occhi sulla scatola, allungò una mano per aprirla.
“Questa è l’unica cosa che hanno trovato di lui” disse il ragazzo.
Dentro la scatola c’era una torcia frontale.
L’uomo tornò a guardare il giovane, stava per fare una domanda ma le parole che aveva detto alla sua collega nel pomeriggio portarono via la sua attenzione: “sono caduto in un buco”, e intuì che la torcia l’avessero trovata in quello stesso buco.
Ovunque fosse, qualsiasi cosa volesse significare.
Fu anche sicuro, nello stesso istante, che ogni sensazione di spaesamento provata fin lì avrebbe avuto una soluzione solo tornando in quel posto.
“La risposta è là dentro”.
Alzò gli occhi verso il ragazzo e trovò il suo sguardo nel suo. “L’hanno ripescata dentro una grotta?” Chiese l’uomo sapendo che si trattava di un’affermazione più che una domanda.
Lo sguardo del giovane pareva brillare.
“Si” rispose.
“E tu conosci quel luogo?” Chiese ancora l’uomo.
E ancora il giovane rispose di si.
“Questa torcia è per lei signore” disse il ragazzo “sono certo che mio padre avrebbe voluto che la tenesse”.
L’uomo prese la frontale. Se la rigirò fra le mani.
Il giorno dopo il suo ufficio sarebbe rimasto chiuso, come ogni fine settimana.
“Domani potresti portarmi nel luogo dove è stata trovata questa torcia?” chiese l’uomo al ragazzo.
“Domani devo tenere aperto il negozio, ma se vuole posso accompagnarla dopo che ho chiuso”.
L’uomo immaginò che sarebbero arrivati alla grotta col buio, ma all’idea ne fu quasi soddisfatto. “Va bene” disse e si strinsero la mano.
Il ragazzo lo guardava come se avesse appena concluso uno splendido affare con un suo cliente, e come se quel suo cliente non lo sapesse ancora. L’uomo sentì di nuovo che il giovane era in parte divertito da quella situazione, un divertimento segreto che apparteneva molto a suo padre.
“Lo sai, assomigli molto a papà” disse l’uomo prima di allontanarsi.
Il ragazzo rise, “non me lo dicono in tanti signore, mio padre non aveva molti amici”.
“Lo so” disse l’uomo “sono stato fortunato ad essere uno di quelli”.
Poi uscì.
Quando il giorno dopo si inoltrarono nelle lunghe ombre del bosco, il ragazzo stava camminando davanti all’uomo.
Erano giunti all’imbocco del sentiero con il Sole appena più alto delle cime più elevate. Una luce ancora gialla, intensa, colpiva uno dei due versanti della valle, facendo luccicare il verde rigoglioso delle giovani foglie di primavera.
L’aria era colma di odori. Ogni elemento attraverso cui si muovevano, fossero prati, alberi, il suolo cedevole del sottobosco, l’acqua di un torrente che cadeva copiosa dalle nevi in lento scioglimento, più in alto, sembrava possedere una sua intima identità. Un’identità celata alla vista, ai sensi in generale ma percepibile con un meccanismo più profondo, di cui l’uomo si sentiva provvisto. Come una corda tesa tra l’indefinibile area della sua mente e i territori del corpo, fatta risuonare dalle infinite vibrazioni profonde che la vita di quella valle sprigionava intorno a lui.
Una corda che prima non sapeva di avere.
“Prima quando?” si era chiesto, e la risposta si era persa nuovamente nel nulla.
Il ragazzo camminava sicuro sulla traccia impressa nel terreno.
Ogni tanto si voltava per vedere di essere seguito e anche se l’uomo ormai si era abituato a quei ricordi immaginari, l’impressione di aver già calpestato quel sentiero continuava ad attraversarlo.
Il lungo tramonto stava immergendo il bosco in una luminosa tonalità celeste, che sarebbe poi diventata blu intenso e infine notte.
L’uomo non si era posto il problema se il ragazzo avrebbe davvero saputo condurlo sul luogo della sparizione del padre, contando la tarda ora in cui si erano messi in marcia.
Era colpito da altro. Dall’idea di stare attraversando il tempo, per giungere ad un evento fatale, e grandioso.
“È questa” disse ad un tratto il ragazzo, che si era fermato e stava indicando una direzione al di fuori della via principale.
La penombra oramai era più forte della luce residua ma l’uomo, facendosi accanto al giovane e guardando dove il suo indice puntava, potè scorgere a sua volte una flebile linea tra gli alberi.
Senza dire altro iniziarono a camminare, in fila, passando tra i tronchi di grandi faggi e arrivando ben presto ad un versante scosceso della montagna, dove la nuda roccia affiorava su un terreno instabile.
Con attenzione si mossero trasversalmente alla parete, aiutandosi anche con le mani, fino ad una colonna di roccia che scendeva verticale dall’alto.
Il ragazzo si girò ancora una volta e l’uomo era appena dietro di lui. “Ci siamo” disse il giovane, tradendo una nota eccitata nella voce.
Superando la colonna, una grande spaccatura nera nella parete rocciosa li fronteggiava, più oscura della notte che oramai era calata definitiva sul mondo.
“Ancora una volta!” disse un pensiero nella mente dell’uomo. Un pensiero non collegato a nulla che non fosse l’entrare in quella voragine, ovunque conducesse e qualsiasi cosa celasse.
Poteva avvertirne l’attrazione, il dovere di varcarne la soglia.
L’uomo appoggiò lo zaino a terra e ne estrasse la frontale che il ragazzo gli aveva donato il giorno prima.
Si posizionò la torcia sulla testa e l’accese.
Quando guardò dritto davanti a se la luce attraversò l’apertura della caverna colpendo le prime rocce nella sua cavità. Era pietra scura, che sembrava quasi assorbire come una spugna il raggio che le sondava.
“Tu non hai una torcia?” Chiese l’uomo, senza puntare la sua sul ragazzo, per non accecarlo.
“Seguirò la sua” disse il giovane, “basta rimanere vicini”.
E dopodiché varcarono la soglia.
Indossavano già delle giacche per riparasi dal freddo della sera sapendo che dentro la cavità, la temperatura sarebbe scesa di qualche grado rispetto al fuori.
Camminarono su di un suolo che ben presto si fece umido e scivoloso, ma entrambe riuscirono a muoversi agevolmente sopra.
La conformazione dell’antro, nel primo tratto, era parecchio irregolare. Spesso dovettero passare quasi di taglio attraverso fenditure e squarci eppure, quando l’uomo guardò ancora una volta dove mettere i piedi, voltandosi in parte per facilitare il compito anche al suo compagno, potè esser certo di trovarsi in una zona della grotta scavata in precedenza da altri uomini.
Una galleria, a partire dove un tempo la caverna terminava.
L’attenzione dell’uomo si concentrò tutta sul significato di quello scavo artificiale. Apparentemente non avrebbe avuto senso anche se poteva averne a livello simbolico: “hanno voluto andare in profondità, oltre il limite imposto dalla natura”, pensò. Non aveva idea di chi avesse mai compiuto quell’impresa ma doveva esser costata anni di duro lavoro.
“Volevano superare la soglia delle percezioni sensoriali, dei condizionamenti, andare più a fondo, oltre le costrizioni e i limiti della nostra stessa biologia”. Aiutò il suo compagno a superare una larga faglia nel terreno, mentre i pensieri scorrevano liberi nella mente.
“Verso la scintilla primordiale della nostra coscienza, della nostra auto-determinazione.
Fino al nucleo del nostro linguaggio”, concluse.
Passo dopo passo le pareti si fecero più regolari, tanto da sembrare lisce.
Passo dopo passo l’uomo avvertiva il concretizzarsi di un ordinamento che aveva in precedenza intuito fugacemente. Gli spaesamenti momentanei e la sensazione di non essere perfettamente centrato nella realtà in cui si era mosso, almeno fino al giorno prima, stavano perdendo del tutto la loro approsimazione. Ciò che da tempo invece assumeva consistenza era una qualche forma di allineamento. Quasi che migliaia di minutissimi perni ed ingranaggi iniziassero a collimare uno nell’altro.
Era certo che il loro viaggio stava giungendo al termine, lo poteva capire ormai dalla quasi mancanza di irregolarità sulle quattro pareti del corridoio che stavano attraversando. La luce sembrava scivolare sulle superfici come acqua su di una lastra. Le curve, le brevi salite o discese si stavano azzerando.
“Più a fondo, dritti al punto” pensò.
E infatti, quando infine alzò la testa per l’ennesima volta a scrutare la direzione, davanti al cono di luce della frontale comparve una parete perpendicolare al loro procedere.
Una parete ultima, levigata alla perfezione, i cui spigoli laterali costituivano un elemento unico con le quattro pareti convergenti.
Intagliato poco sotto il centro verticale di quella parete c’era un varco.
Un’apertura nera e dalla forma straordinariamente rettangolare. Un vuoto che doveva essere appartenuto da sempre a quella superficie.
L’uomo si arrestò e così il ragazzo.
Poi ancora un passo, uno solo e tanto bastò.
Tutto, ovunque, andò al suo posto.
“La Perfezione” sussurrò l’uomo.
Come un’onda propagata dal suo essere in ogni direzione spaziale e temporale, non solo nel breve spazio della sua percezione fisica ma oltre quell’antro, oltre la montagna, oltre le pianure le città e gli oceani, fuori dall’atmosfera ricurva della Terra, verso i confini del cosmo e il centro stesso della creazione, ogni cosa entrò l’una nell’altra, collimando.
L’invisibile col colossale, fino all’universale.
Quella struttura che stava percependo totalmente agganciò insieme le sue parti e tutte nello stesso istante, attendendo il movimento primo che le avrebbe messe in moto.
Seppe solo allora, in quell’attimo, che non avrebbe mai potuto sopportare, e fintanto nemmeno concepire, una simile forza prima di cadere nel buco, il giorno addietro.
O una vita fa.
Ma il buco altro non era stato che lo stesso varco davanti ai suoi occhi, soltanto disposto in orizzontale, sul suolo, come una trappola nascosta, in cui era precipitato, mentre ora lo fronteggiava alla sua stessa altezza.
“Un ribaltamento dei pieni” pensò, “vivevo in una direzione perpendicolare a quella in cui mi trovo ora”.
Si tolse la torcia dalla fronte, lasciandola accesa.
Il ragazzo era dietro di lui, il volto chino a terra e l’uomo lo chiamò per nome. Quel nome che non aveva ricordato fino ad allora e che ora gli sembrava di conoscere dall’eternità.
Il nome del suo amico.
“Grazie” disse l’uomo, “di avermi guidato per ben due volte”.
Il ragazzo continuò a tenere lo sguardo a terra, “ti aspettavamo” disse, “solo tu potevi raggiungerci”.
Quindi aggiunse: “dovevo portarti dove credevamo possibile un contatto, ed è successo. Poi tu mi hai trovato”, il suo amico fece una pausa “e ora ti ho condotto da loro”.
L’uomo si girò verso la porta, la sua forma esattamente delineata nella roccia teneva insieme la struttura intera dell’universo.
Non era che una delle tante porte e lui riusciva ad intuirle tutte, contemporaneamente. L’architettura di ogni cosa era semplice ma gli uomini non lo sapevano ancora.
Passò la torcia nelle mani del ragazzo e si diresse verso il varco. Quando salì l’unico gradino e fu al suo interno, la torcia lo illuminò in controluce e davanti a lui giunse il suono propagato di centinaia, o migliaia di persone che si inchinarono al suo arrivo.
Il buio non era più il buio della galleria ma quello del cielo, segnato da una distesa sconfinata di stelle inarcate da un capo all’altro dell’orizzonte visibile.
Come un fiume che provenisse direttamente dal terreno, per inondare ogni anfratto del suo essere, una gioia sconfinata lo invase. Traboccante. Le sue braccia si sollevarono, splanacate, e poterono tenere l’intero creato in quell’abbraccio ideale.
“Signore” disse il ragazzo, facendosi alle sue spalle, “questo è il tuo popolo”.

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