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Quando si tratta di maltrattamenti non faccio distinzioni, i maltrattamenti sono maltrattamenti e mi provocano una istantanea reazione di rabbia.
Non faccio distinzioni ma è ovvio che se si tratta di un animale (bipede, tripode, quadrupede, ecc.) probabile che la rabbia sarà elevata, se invece si tratta della tela di un quadro, maltrattata, la rabbia sarà davvero incontenibile.
È il momento di affrontare il problema: perché delle cose come quella qui sotto, accostate alla parola Arte mi fanno arrabbiare ?

La fine di Dio

Parto da un presupposto, cioè che chiunque non sappia che questa è considerata un'opera d'arte non la potrà considerare come tale.
Immagino proprio chiunque, anche un critico d'arte moderna che si sarà trovato spesso davanti a situazioni simili, difficilmente più ostiche.
Ora, penso che il modo di reagire a questa notizia possa essere di due tipi:

  1. semplicemente la ignoro. Non importa chi l'abbia creata, come l'abbia fatta, quali motivazioni ci siano dietro, se ci sono. Potrebbe essere una provocazione e se io rispondo, discutendone, casco nella provocazione e sarei complice di una forma qualsiasi di pubblicità.
    La ignoro. Vedo una superficie ovale sadicamente bucherellata, la vedo per quello che è e in silenzio tiro dritto.
  2. Casco nella provocazione. Oppure sono un critico, o magari ho solo un animo critico, e la mia formazione è stata quella di dare una chance a tutti e tutto. Insomma alla fine cerco delle istruzioni che mi diano una spiegazione, se già non ci ho provato da solo a trovarla (e a qualche conclusione sarò certamente arrivato).

Lasciando stare chi ignora e se ne va, chi invece rimane proverà a capire.

Quello che mi affascina di questa faccenda dell'arte moderna astratta è come sia nata.
Andando a ritroso nella storia si potrebbero cercare i primi sintomi del cambiamento, quando la potenza della rappresentazione ha lasciato il posto ad altro, alla potenza del pensiero. È come se ad un certo punto le mani e l'istinto dell'artista, quantomeno quello di arte figurativa, si siano rattrappite e ritratte sotto il gonfiarsi tumultuoso della mente. Le idee si sono fomentate a vicenda, moltiplicandosi, esaltandosi l'un l'altra in una dimensione parallela al reale e, alla fine, il tempo per realizzare un'opera è diventato decisamente inferiore al tempo per pensarla.
Se l'artista classico ha due mani enormi e una testa relativamente piccola, l'artista moderno ha due mani piccolissime e una testa enorme.

uomo dalla testa piccola e mani enormi, uomo dalla testa enorme e mani piccole

Al riguardo, ovvero sulla quantità di pensiero nell'arte moderna, mi è capitato di leggere un paragrafo di Eckhart Tolle nel libro Il potere di adesso.

Molte persone sono talmente imprigionate nella mente che per loro la bellezza della natura non esiste nemmeno. Potrebbero esclamare: 'che bel fiore!', ma si tratta solo di un etichetta mentale. Dal momento che non sono in pace, che non sono presenti, non vedono veramente il fiore che hanno davanti, non ne percepiscono l'essenza, la santità, così come non conoscono se stesse, non avvertono la loro stessa essenza, la loro santità.
Dal momento che viviamo in una cultura dominata dalla mente, la maggior parte dell'arte moderna, dell'architettura, della musica e della letteratura è priva di bellezza, di essenza interiore, fatte salve rare eccezioni. Il motivo è che i loro artefici non riescono a liberarsi dalla mente nemmeno per un secondo. Così non sono mai in contatto con quel posto dentro di loro dove risiedono la vera creatività e bellezza.
La mente lasciata a se stessa crea mostruosità e non solo nelle gallerie d'arte. Guarda i nostri paesaggi urbani e le aree industriali dismesse. Nessuna civiltà ha prodotto tanta bruttezza.

A parte il già detto c'è una cosa che mi colpisce: il non vedere il fiore che si ha davanti.
Non è un paragone a caso, la storia del fiore che si ha davanti al naso e che non si riesce a percepire risale al buddhismo:

…un giorno, un'immensa folla di persone si radunò per ascoltare gli insegnamenti di Shakyamuni, il Buddha.
Il Buddha non disse una parola tenne semplicemente in mano un fiore, solo il discepolo Kasyapa comprese l'essenza di questo gesto.
Avvenne così la prima trasmissione di un insegnamento senza parole, da maestro a maestro, da mente a mente, i Shin den Shin.

Una comunicazione silenziosa, basata sul percepire e quindi sfiorare istantaneamente l'animo dell'altro.
Cosa c'è da pensare guardando un quadro di Munch? Quell'urlo trapassa i secoli e le generazioni afferrando l'angoscia di ognuno di noi al di là della cultura e della razza. Non c'è da pensare, ci si può difendere o lasciarsi colpire, si può anche odiare ma ogni fibra del corpo sente quell'angoscia e per pura empatia, sente l'angoscia di Munch.

Se torniamo all'ovale bucherellato di inizio post la situazione è ben diversa. Qui senza istruzioni per l'uso venire a capo di qualcosa è impossibile. Quell'ovale potrebbe essere qualsiasi cosa. Soprattutto, quell'ovale è qualsiasi cosa. Staccare l'ovale coi buchi da un trattato che ne specifichi un qualunque senso ci lascia davanti ad una forma che ovunque sarebbe presa come uno scarto industriale. E come tale verrebbe gestito.
Per fare un paragone al contrario è come far sparire le istruzioni di montaggio ad un ammasso di legni, viti e chiodi che dovrebbero comporre un bellissimo mobile. Il mobile non c'è ma ci viene chiesto d'immaginarlo e senza istruzioni è impossibile farlo.
L'immaginazione è una nobile attività e la forma che l'artista plasma, magari non rivelando tutto ma abbozzando con genio, dovrebbe essere un trampolino per l'immaginazione stessa, l'altra metà dell'opera.
Torno a guardare i buchi:

La fine di Dio

e so che sotto quel trampolino non troverò acqua per i miei tuffi.
Devo mettermi a studiare per poter saltare, devo impegnarmi a leggere e rileggere le motivazioni che hanno spinto ad una tale opera e sopra ogni cosa devo vincere quella che nessun altro potrà chiamare mai in altro modo: la sua stupefacente BRUTTEZZA.

Dare un occhio al Manifesto bianco di Lucio Fontana (l'autore dei buchi visti qua sopra) prima di guardare cosa ha prodotto sembra promettente:

[...]Concepiamo l'uomo nel suo nuovo incontro con la natura nella sua necessità di vincolarsi ad essa per trovare nuovamente l'esercizio dei suoi valori originali. Chiediamo una comprensione esatta dei valori primari dell'esistenza, per questo instauriamo nell'arte i valori sostanziali della natura. Presentiamo la sostanza, non la marginalità delle cose. Non rappresentiamo né l'uomo né gli altri animali né le altre forme. Queste sono manifestazioni della natura, mutevoli nel tempo, che cambiano e scompaiono secondo la successione dei fenomeni. Le loro condizioni fisiche sono soggette alla materia ed alla sua evoluzione. Noi ci dirigiamo verso la materia e la sua evoluzione, fonti generatrici dell'esistenza.

[...]Ci troviamo cosi vicini alla natura come mai l'arte lo è stata nel corso della storia. L'amore per la natura ci spinge a copiarla. Il sentimento di bellezza che ci dà la forma di una pianta o di un passero o il sentimento sessuale che ci procura il corpo di una donna, si svolge ed opera nell'uomo secondo la sua sensibilità. Rinneghiamo le emozioni particolari che ci producono determinate forme. La nostra intenzione è di riunire tutte le esperienze dell'uomo in una sintesi, che unita alla funzione delle loro condizioni naturali costituisca una manifestazione propria dell'essere. Prendiamo come principio le prime esperienze artistiche.

[...]La posizione degli artisti razionalisti è falsa. Nel loro sforzo per sovrapporre la ragione e negare la funzione del subcosciente ottengono solamente che la sua presenza sia meno visibile
La ragione non crea. Nella creazione delle forme, la sua funzione è subordinata a quella del subcosciente. In tutte le attività l'uomo funziona con la totalità delle sue facoltà. Il libero sviluppo di tutte queste è una condizione fondamentale nella creazione e nell'interpretazione della nuova arte.

Sembra si stia parlando di una nuova corrente artistica in grado proprio di farci intendere la bellezza del fiore di cui si parlava, non rappresentandolo nuovamente ma andando a monte, centrando la sua essenza, l'essenza di ogni forma.
Qualcosa però dev'essere andato storto. Non certo per Fontana, la cui fama continua felicemente tutt'oggi, a quasi 50 anni dopo la sua morte (nel 1968).
Qualcosa dev'essere andato storto sul piano della trasmissione di questo sentire. Posto che il piano estetico a uno spazialista frega come avere una barca per un Tuareg. Infatti, sempre nel Manifesto bianco, si legge:

[...]Postuliamo un'arte libera da qualunque artificio estetico. Approfittiamo di ciò che l'uomo ha di naturale, di reale. Rinneghiamo le falsità estetiche inventate dall'arte speculativa.

Quindi cosa resta? Nel primo manifesto dello Spazialismo, sempre di Fontana:

L'arte è eterna, ma non può essere immortale. È eterna in quanto un suo gesto, come qualunque altro gesto compiuto, non può non continuare a permanere nello spirito dell'uomo come razza perpetuata.
[...] Ma l'essere eterna non significa per nulla che sia immortale. Anzi essa non è mai immortale. Potrà vivere un anno o millenni, ma l'ora verrà sempre, della sua distruzione materiale. Rimarrà eterna come gesto, ma morrà come materia.
Ora noi siamo arrivati alla conclusione che sino ad oggi gli artisti, coscienti o incoscienti, hanno sempre confusi i termini di eternità e di immortalità, cercando di conseguenza per ogni arte la materia più adatta a farla più lungamente perdurare, sono cioè rimasti vittime coscienti o incoscienti della materia, hanno fatto decadere il gesto puro eterno in quello duraturo nella speranza impossibile della immortalità. Noi pensiamo di svincolare l'arte dalla materia, di svincolare il senso dell'eterno dalla preoccupazione dell'immortale. E non ci interessa che un gesto, compiuto, viva un attimo o un millennio, perché siamo veramente convinti che, compiutolo, esso è eterno.

Il gesto.
Il gesto reso eterno.
Allora si inizia a capire. I buchi richiamano al gesto e uno si immagina le mani di Fontana che tagliano, bucano, graffiano, aprono lo spazio nella materia. Quel gesto è eterno, immediato, potremmo quasi sentirlo nelle nostre mani.
Affascinante.
Ora mi chiedo: ma se guardo ad un opera di Canova, al già citato dipinto di Munch, o di Bacon, o di Alessandro Papetti, ai segni immediati e calligrafici di Hokusai, ad una scultura di Rodin, insomma se mi guardo in giro dove pittura e scultura sono espresse da opere anche esteticamente sublimi non riesco proprio ad immaginare il gesto che c'è dietro? Non riesco proprio a sentirlo quel gesto e quasi a voler aspirare a ripeterlo per essere parte integrante di quella stessa bellezza? Quelle non sono forse opere che fanno trascendere? Che generano desiderio e insieme soddisfazione, cioè chiudono in un abbraccio l'uomo ovunque si trovi, penetrando oltre i suoi occhi e facendolo sentire parte di un livello più alto di umanità, quella che sa andare oltre le differenze, vicino all'unità? Non riempiono lo spazio della loro forza molto di più che un ovale, simile all'asse del water, pieno di buchi?

E se fosse questo il punto: si è voluto soltanto sostituire la bellezza con il suo opposto e si è stabilito che questo sia rivoluzionario. In fin dei conti quale società ha mai puntato alla bruttezza nella storia? Probabilmente nessuna se l'è mai potuto permettere, eccetto che una società dell'eccesso, quindi cronicamente annoiata. Oppure una società della velocità, dove la cura per un'opera e il tempo lunghissimo che necessita la sicurezza per imparare ad esprimerla vengono quasi disprezzati.
So che non è il caso di Fontana, le cose che ha prodotto sono inevitabilmente brutte per la filosofia che ci sta dietro. Quando viene esposta una delle sue tele torturate in realtà si sta mettendo in mostra questa sua filosofia e quindi le tele sono un corredo figurato ai suoi manifesti. Un pó come le illustrazioni a completamento di un libro tecnico. Il gesto che tanto si vuole rendere eterno, al suo livello, può essere reso eterno anche tirando una martellata ad un muro, rigando la portiera di una macchina, bucando una gomma e rompendo un bicchiere, per poi portare tutti questi oggetti dentro le stanze di una galleria d'arte e nominarle con un titolo criptico. "L'artista" non si è impegnato per me, io non mi impegno per lui.

Ecco, ho scritto di una persona e dei suoi oggetti contravvenendo proprio al principio primo del mio insignificantissimo manifesto: ignora le provocazioni dell'arte. C'è però una giustificazione a tutto questo, una insignificantissima giustificazione: un' ovale bucato (ce n'è più di uno) è stato battuto ad un'asta a New York per 29 milioni di dollari.
Tu ignora, tira dritto e cambia strada. E ricorda sempre di ringraziare Munch per tutte le applicazioni che il suo quadro più famoso permette di declinare.

The scream, l'urlo, Munch

Risposta a questo post (troppo lunga per poter finire nei commenti...)

Pubblico la risposta a questo post di Silvia Grazioli, un' amica, con idee del tutto differenti dalle mie , grazie a Dio, così ci sarà da discutere, da documentarsi e divertirsi. Almeno per me.

Incanalarsi in una diatriba artistica implica un acerrimo scontro che quasi sempre fa rimanere fermi al punto di partenza. Un po’ come cattolici e comunisti. Un po’ come Peppone e Don Camillo. Vista la premessa, e prima di rispondere, viene spontaneo a questo punto citare il filosofo Protagora che da bravo arbitro supremo metterà la palla al centro mettendo a posto capre e cavoli prima del match olimpico tra punti di vista sull’Arte.

Egli affermava: “L’Uomo è la misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono”.

Protagora

Protagora

 

Quindi se per un individuo (sé stesso come centro del proprio universo) Fontana trasmette una forte emozione ed un rimescolio interiore, allora per lui sarà Arte. Se al contrario a qualcun altro non smuoverà niente, allora non significherà nulla per la sua anima.

Partendo da questo presupposto hanno ragione tutti.

(Già la rabbia comunque è ciò che voleva l’Artista, ovvero “smuovere gli animi”. In ogni caso Lucio ha STRAVINTO. Prendine atto e mettici una montagna, anzi due o tre sopra.)

Leggendo con attenzione l’articolo ben scritto, già nelle prime sette righe giungono come una mandria di gnu imbufaliti della Savana tutti gli anni di “studio matto e disperatissimo” (cit.) e di amore per l’Arte, che si sentono immediatamente minacciati da una bestia feroce e che (giustamente) si agitano e scalpitano.
Come si può definire “maltrattamento” un gesto che ha aiutato a scardinare la storia dell’Arte moderna (1800) facendo nascere quella contemporanea (1960)?

Fermiamoci un momento. Bisogna fare un’ulteriore precisazione prima di andare avanti. Non è così semplice ed immediato, bisogna guardare da molto più in alto, ad altezza volo oca indiana per non cadere nel qualunquemente.

(Anticipo che non è mia intenzione sminuire l’Arte Antica, anzi! Sarei serenamente morta da lebbrosa o arsa al rogo da Savonarola se mi fosse stato concesso di ammirare la Firenze o la Roma di fine '400 - inizio '500)

Solo nel 1840 Kugler scrisse il primo vero libro sulla critica dell’Arte (tralasciando Vasari che fu un biografo). In quel secolo cominciò a cambiare tutto.
L’artista prese corpo come “individuo che crea per esprimere la propria interiorità”, opposto a quello che fino ad allora era l’artista “artigiano su commissione”. Ci sono stati i Michelangelo, i Tiepolo, i Caravaggio, le Artemisia Gentileschi (quote rosa), i Canaletto, gli Ingres, il sublime che anche tra mille anni la gente esclamerà “questo è un capolavoro!”. Sicuramente i punti più alti che menti e abilità umane hanno mai raggiunto nei secoli dei secoli, amen. Ma dietro c’era un committente, una corte, un gran mecenate, un Papa Re che commissionava per gloria e fasti celebrando il potere divino e signorile.

Dal 1800 si è svoltato. E’ stato il secolo dei cambiamenti epocali per la società: i contadini hanno lasciato le campagne per agglomerarsi nelle metropoli cittadine industrializzate che hanno portato progresso, una marcata istruzione generale, democrazia, emancipazione, benessere. Vero. Ma anche un’efferata alienazione che ci ha allontanato dalle autentiche bellezze, dalla semplicità di un gesto, dal silenzio e dalla lentezza, dalla meraviglia di un tramonto, dal contatto pieno e profondo con madre Terra, dal considerare gli animali come “umanizzati” fin tanto da abbellirli come barbie e da parlarci insieme come dei deficienti togliendogli di ogni dignità; consideriamo le galline i polli Amadori al supermercato! Incredibile.
In questo ti do pienamente ragione.

Tornando al povero Lucio (che si starà altamente rompendo gli zebedèi nella tomba sentendo tutti sté discorsi su di lui) è ovvio che non si può paragonare l’Arte classica e moderna con quella contemporanea. Sono due terreni di gioco differenti. E’ come voler giocare a calcio su un campo da tennis: sempre sport rimane, ci sono le divise, la palla, tutto il necessario. C’è perfino il pubblico! E’ il contesto che cambia, il campo da gioco non può essere lo stesso. Michelangelo e Fontana parlerebbero due lingue differenti, pur essendo accomunati da una sapienza e una sensibilità comune. E’ il resto del mondo che è cambiato attorno a loro e ha portato l’Arte con sé.
Per Michelangelo era rendere la magnificenza di Dio, per Lucio esplorare una concettualità. Ma sempre di Arte si parla. Arte è messaggio, desiderio, esplorazione, necessità, creazione di un qualcosa che non c’è a livello oggettivo, ma che esiste nella mente e nell’animo.

Non ci si può bagnare due volte nelle acque dello stesso fiume diceva Eraclito. Tutto è in divenire, la bellezza sta nel cambiamento. Anche se è oggettivamente Arte brutta a vedersi è meravigliosa perché cambia e si trasforma. Continuamente. La reale bruttezza rimarrebbe nell’essere sempre, in ogni secolo identica a sé stessa. La noia “uccide dentro” qualsiasi entità viva. Che sia una persona, un’unione tra persone, un lavoro, un pensiero. E poi non ci sarebbe libertà di dialogo sul pensarla diversamente, perché quella stessa noia lo ucciderebbe! Annullerebbe il fermento di idee.

Michelangelo e Lucio Fontana

Michelangelo e Lucio Fontana

 

L’Arte contemporanea è diventata un “concetto”. Presuppone un livello di istruzione che ormai tutti siamo fruitori (non siamo certo come i contadini del tardo medioevo che quando guardavano l’architrave di una cattedrale gotica piena di statue di demoni pensavano ai “tormenti che aspettavano i peccatori”). L’arte contemporanea è palese che si rivolga ad un pubblico istruito ed incline a recepire il messaggio in quanto “concetto dell’artista”. I temi sono lontani dal “bello” e dal “sublime” a favore di “provocazioni” e di “proteste” nei confronti di problematiche politiche, sociali o artistiche.
Per Fontana era fare una rivoluzione ai 700 anni di tecnica di pittura su tela, un calcio nel didietro agli standard sacri della prima Arte e fottersene della superficie. Ha tagliato 700 anni di storia. In un gesto.

[Piccola parentesi sul tempo di realizzazione dell’opera minore e del pensiero che ci sta dietro, da molti considerata una negatività dell’artista. Spulciando sul web mi è capitata una interessantissima pagina di detti e pensieri orientali taoisti che ti fan sempre spalancare gli occhi su quanto erano avanti questi cogitabondi pelatoni. Diceva:

tra le molte virtù di Chuang-Tzu c’era l’abilità del disegno. Il re gli chiese il disegno di un granchio e Chuang-Tzu disse che aveva bisogno di cinque anni di tempo e di una villa con dodici servitori. Dopo cinque anni il disegno non era ancora cominciato. “Ho bisogno di altri cinque anni” disse Chuang-Tzu. Il re glieli accordò. Allo scadere dei dieci anni, Chuang-Tzu prese il pennello e in un’istante, con un solo gesto, disegnò un granchio, il più perfetto che si fosse mai visto.

Arte cinese. Granchio

.
Beh, che Chuang-Tzu se la sia spassata alla grande tra festini e lussi a sbaffo del re per ben dieci anni fa scattare un fragoroso applauso generale. Ma è il concetto di attesa e di lavoro intellettuale che sta sotto quel granchio che rende il paragone. Ci ha lavorato e lavorato, creando quello che per lui era “il granchio” giusto. Il conclusivo. Chuang-Tzu reincarnato in Lucio? Il mistero si infittisce.]

Ma. Ahimè, arriva come al solito la legge di Murphy a riportarci sulla terra. Non può andar sempre bene, anzi. Prima o poi si precipita. “Chi troppo in alto sale cade sovente precipitevolissimevolmente”.
Il degrado lo hanno portato le case d’asta e la “mercatopoli” delle grandi battute da Sotheby’s and co. C’è chi ne decreta un business: la morte dell’Arte. Il valore di un’opera in quanto tale è dato dalla rivoluzione che ha suscitato nella storia, di solito capibile decenni più tardi. Ora la prima opera del primo beota preso a caso che viene pompato a dismisura dai critici snob e con la erre moscia viene messa in una galleria espositiva e la si incorona a prescindere come “opera d’Arte”. Io non ci credo. Non mi ingannano. Possono infinocchiare chiunque, ma non la sottoscritta.
Altro punto in cui mi ritrovo (e siamo a due, attenzione attenzione).

Ma sono certa che sia tutto un andare e tornare, ci sarà bisogno di un ritorno alle origini come la storia ha insegnato. Ci sarà bisogno di riafferrare quella naturalezza senza bisogno di sovrastrutture complesse da annegare in rebus senza capo né coda. Il viaggio partirà da qualche parte, magari noi saremo vecchi e decrepiti o saremo già concime per i vermi. Ma avverrà, in chissà quali forme e medium, nasceranno altre Arti, magari nell’iperspazio, su altri pianeti, in altre dimensioni o tra la polvere di stelle.

Sarà comunque un altro cambiamento meraviglioso.

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