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Un atto di ribellione (riscritto)

Oggi ho fatto cadere a terra l'hard-disk dove tengo archiviate le foto degli ultimi tre anni di attività con la Sony tra le mani.

Due virgola cinque terabytes di dati su tre disponibili che si schiantano al suolo, dal tavolo della cucina di casa mia al pavimento della cucina di casa mia.
Non è nemmeno stata la prima volta che capitava. Di sicuro però è successo dall'altezza massima mai raggiunta.
E una cosa è certa: è stata la volta decisiva.

Dentro quella scatola nera non c'erano solo foto, anche files di creazioni digitali, esperimenti e un certo archivio di documenti che non avevo ancora iniziato a leggere o guardare.
C'era una parte consistente di ciò che faccio e di ciò che mi nutre.
Eppure, tornando all'inizio di questo testo, non ho scritto "Oggi mi è caduto a terra l'hard-disk"
No
Oggi HO fatto cadere a terra l'hard-disk
e questa è tutta un'altra storia.

L'indifferenza al disordine,

per qualsiasi ragione, ha i suoi risvolti pericolosi e in generale, ciò che è ordinato dovrebbe avere uno stato più stabile di ciò che è fuori posto.
Un hard disk, poggiato su di una copertina rigida di un libro che sporge oltre il bordo del tavolo,
è fuori posto.
Un elemento di tale importanza deve stare ben solido al centro del tavolo, magari accanto al computer, comunque a distanza dalle tentazioni della gravità.

Così, quando passando distrattamente, il maglione che avevo addosso ha preso dentro la copertina rigida del libro, l'hard-disk si è trovato velocemente sbilanciato nel vuoto e ha fatto quello per cui non è costruito ad opporsi: cadere.
Sfracellarsi al suolo.
E senza dubbio, distruggere me con lui.

So benissimo cos'ho fatto, non c'è bisogno che me lo spieghi nessuno.
Ho favorito le condizioni perché l'incidente avvenisse.

La mia teoria del Caos

non è certo in disaccordo con le farfalle e il loro sbattere di ali [*1] ma vado un poco oltre: a volte l'imprevisto siamo noi stessi.

[*1]:: vd. effetto farfalla

Dopo essermi raccolto in meditazione per circa un minuto, qualche giorno dopo la tragedia, ho tratto delle conclusioni.
La più importante fa così:
Amo fotografare.

Odio i files fotografici.

Sono cose distinte e parecchio.
Sono elementi che litigano in un'unica stanza: la mia mente, e sono gli ingredienti del mio personalissimo caos.

Fotografare potrebbe richiedere di trovarsi in inverno davanti ad un Sole che illumina radente le sommità di cime congelate. Tagliando la penombra per assicurare una nuova alba nella storia del Mondo.
In quei momenti, con le mani intorpidite, premo il grilletto e spedisco ogni frammento di luce nei circuiti della fotocamera. Mentre il vento fa quasi volare via il cavalletto e un sacco di risparmi tra corpo macchina e obiettivo.
Non ha importanza il freddo, la fame dopo una colazione ormai bruciata da ore, consumata alla fioca luce della lampada in cucina, quando fuori era notte.

Questa è fotografia, per me.
Un ambiente.
Un territorio esplorato.

La mia fotografia.

Com'è possibile conciliare l'immensità stordente, l'inconcepibile possenza di una montagna sottratta al buio, seduto in una stanza cittadina? Con un computer che ronza e la pulsante impressione di una natura indomabile, fatale, imprigionata oltre la sottile superficie di un monitor
?

Infatti non è possibile.
C'è troppa differenza tra il prima e il dopo. Tra la fotografia là fuori e gli archivi strapieni di roba digitale qui dentro.

Non so neanche in quali altri termini metterla ma
I files sono il mio problema.
Loro, mi fanno davvero inchiodare il cervello.
La fotografia è così straripante, irresistibile.
La fotografia è collegata all'origine dell'Essere.
Fiat Lux. Genesi.
E con essa venne scritto l'universo.
Mi è difficile maneggiarla come files,
psicologicamente
non può essere un file.

Alla fine, allora, è stato un atto di ribellione.

Un atto di ribellione all'impasse.

A volte mi sono seduto a quel tavolo,
con l'immagine che mi attendeva nel monitor cercando la mia considerazione totale,
senza provare gioia né libertà.
Mi sono posto davanti a lei da suo prigioniero e forse non sono stato io a passarle qualcosa ma è avvenuto l'opposto, lei mi ha trasferito il suo mosaico di pixels e mi ha scomposto, diviso, parcellizzato.
Come in uno scontro perso, al termine, mi sono alzato sentendomi molto più meccanico che vivo.
Molto più pixel che carne.

Far cadere l'hard-disk a terra, da un altezza fatale, è stato allora l'atto finale di una recita che andava avanti da tempo.
Non avrei potuto semplicemente prenderlo e buttarlo giù dal balcone. Sarebbe stato un gesto genuino, equivalente nel risultato, ma totalmente idiota.
Dovevo togliere la parte idiota dallo spettacolo, creare un rito.
Per meglio dire: un sacrificio.

Quando ho realizzato tutto questo, da un certo punto di vista, mi sono sentito sollevato.
Ma la disperazione per quei files persi, forse per sempre, me la porterò appresso ovunque.
Come un piccolo lutto.
E' il prezzo da pagare per aver capito in ritardo.
Per aver voluto ignorare a lungo, troppo a lungo, l'ovvio.

Ci vuole sempre un'esperienza fisica tangibile per comprendere, la mente non basta mai.
Probabile che per questo l'educazione è tanto difficile. Anche quando viene girata verso se stessi.
Sono cose alle fondamenta dell'evoluzione umana.

In pratica

quella dualità del mio processo fotografico non può più essere ignorata.
Se voglio evitare altre rotture, di volta in volta, devo trovare una nuova finalità ad ogni mio scatto. Perché qualsiasi quantità di files porti a casa dalle mie esplorazioni là fuori, qualsiasi cosa io veda e trasformi in immagine premendo un bottone, se non capisco cosa farne, diventerà soltanto la base di un edificio oscuro nei miei pensieri.
Un nuovo palazzo incombente, portatore di ombra, nei territori altrimenti gloriosi della propria espressione.

Le immagini hanno bisogno di fuoriuscire nel mondo.
Hanno bisogno di essere fiumi, aria, di insinuarsi nella vista di chi le guarda, perché hanno bisogno di altri occhi per esistere, insieme a quelli del loro creatore primo.

Trascinarle oltre il confine sicuro degli archivi, delle loro magnetiche tane, è un atto fosco. Cosa dovranno essere?
Quale filo le collega imperlandole, come una collana preziosa?
Quale senso debbono avere per appartenermi davvero?
In che modo, quale forma per essere davvero la mia espressione?
Io, a volte, non so proprio. Ma capire è necessario. Se non vitale.

Tutti quei socials, quegli Instagrams, le stampe lasciate negli armadi e quelle appese ad una parete, probabilmente niente mi ha davvero mai soddisfatto. Solo regalarle ha avuto un senso. E comunque non è abbastanza.
Non è un modo abbastanza mio.
Forse, dico forse, potrei scoprire che fotografare non mi basta più.
Che è troppo poco.
O che è troppo poco ciò che ho fatto sinora con la fotografia.

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