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Un atto di ribellione

Oggi ho fatto cadere a terra l'hard-disk dove tengo archiviate le foto degli ultimi tre anni di attività con la Sony tra le mani.

Due virgola cinque terabytes di dati su tre disponibili che si schiantano al suolo, dal tavolo della cucina di casa mia al pavimento della cucina di casa mia.
Non è nemmeno stata la prima volta che capitava. Di sicuro però è stato dall'altezza massima mai raggiunta.
E una cosa è certa: è stata la volta decisiva.

Dentro quella scatola nera non c'erano solo foto, anche files di creazioni digitali, esperimenti e un certo archivio di documenti che non avevo ancora iniziato a leggere o guardare.
C'era una parte consistente di ciò che faccio e di ciò che mi nutre.
Eppure, tornando all'inizio di questo testo, non ho scritto "Oggi mi è caduto a terra l'hard-disk"
Oggi HO fatto cadere a terra
E questa è tutta un'altra storia.

Sono dotato di pigrizia, certamente riguardo il fare ordine.
Apprezzo l'ordine ma quando il grado di entropia del mio ambiente privato raggiunge una cifra elevata, non sono quasi mai in grado di contrastarlo efficacemente.

La cifra può rimanere alta a lungo e fintanto che succede, in quel periodo possono capitare eventi.
Fare ordine mi piace anche. È la soddisfazione di vedere un cambiamento evidente a seguito di un lavoro. Un pò come pulire, che all'ordine si accompagna.
Prima c'è la macchia
poi non c'è più.
Io sono un tot più stanco ma la fatica si è tradotta in un risultato, quello voluto, e fintanto che una nuova macchia non torna posso godere dell'assenza di macchie. Sono praticamente sereno.

Messa così sembra che tutto possa filare liscio, dal giorno del concepimento al giorno del seppellimento. Una lineare concatenazione di situazioni gestite da un pensiero limpido e pulito, che se fosse un vetro sarebbe praticamente impossibile non sbatterci contro.

Chiunque però sa che poi il destino, la Dea Fortuna, o chiunque faccia il suo lavoro, creano situazioni di cui non si può sapere nulla a priori.

Non siamo oracoli, non tutti. Non siamo preveggenti.
Quando i freni si romperanno mentre cavalchiamo la più ripida discesa del reame non è dato sapere, e non è che possiamo sempre evitarle, le discese.
Ripide.
Del reame.

In ogni caso c'è un problema più subdolo in agguato.
A volte l'imprevisto siamo noi stessi.
Possiamo essere la nostra stessa fregatura. Se lasciamo che ciò accada.
Basta non pulire e l'entropia farà il resto.

Lo chiamo Caos.

Scatto fotografie che spesso mi piacciono un casino. Lo so mentre premo il grilletto. E come disse Olivier Follmi in un suo libro: questa sarà bellissima.

È una frase che adoro e ringrazio l'autore di averla scritta cosicché la posso utilizzare nel mio piccolo mondo.

 

Le fotografie sono un milione di cose. Svilupparle è renderle simili ai propri occhi, che a loro volta sono collegati al cervello e il cervello fantastica, sogna, si terrorizza, rinasce. Un milione di cose, già, che per me, un sacco di volte, si trasformano in immagini.
Fotografie, che diventano le mie immagini, e sono parte del mio dialogo. Del mio respirare, e vivere.
Ucciderle è uccidersi, pertanto.

Dopo che l'hard-disk è caduto l'ho raccolto. È caduto perché passando ho preso dentro lo spigolo di una cartelletta di cartone appoggiata sul tavolo della cucina, la cartelletta sporgeva oltre il bordo, io avevo un maglione e l'hard-disk era sopra la cartelletta.
Dopo che è caduto e l'ho raccolto, ho proseguito per finire quello che stavo facendo e per darmi il tempo di rivolgere una preghiera silenziosa al fitto casellario delle probabilità:
fa che non sia successo
fa che tra tutte le caselle peggiori, il mio hard-disk sia caduto in una appena a lato.
Una casella neutra, senza conseguenze.

 

 

Bhé, proprio mentre stavo pregando mi sono accorto che in realtà l'incidente l'ho provocato volutamente. Come in una recita.
Quantomeno avevo creato le possibilità perché accadesse.
E fosse anche fatale.

IO, l'ho fatto cadere a terra.

La follia crea qualche problema.
Quando si guarisce rimangono sempre dei cocci.
Lasciando stare le enciclopedie psichiatriche, la follia è una stretta gabbia dove molteplici individui si scagliano gli uni contro gli altri, rabbiosi, per darsele di santa ragione.
Non c'è mai un vincitore, se non lo sfinimento. E In fin dei conti non serve nemmeno che i contendenti siano parecchi.
Ne bastano due:

la mia parte che ama la fotografia
VS
la mia parte che odia i files fotografici

Sono cose diverse. Molto.
Sono cose alla base del Caos.

Davanti a quel disco che illumina radente le sommità di cime congelate, tagliando la penombra per assicurare una nuova alba nella storia del Mondo, premo il grilletto e spedisco ogni frammento di luce nei circuiti della fotocamera. Mentre il vento fa quasi volare via cavalletto e un sacco di risparmi tra corpo macchina e obiettivo.
Non hanno importanza ora le mani congelate, il naso che potrebbe cadere a terra da un momento all'altro, la colazione ormai bruciata fino all'ultima traccia di carboidrato, mandata giù due ore abbondanti prima, nella fioca luce della cucina in mezzo alla notte. La fame è quella di un licaone a digiuno da tre giorni.
Se si hanno presenti i licaoni.
E ciò con cui fanno rima.

 

Questa è fotografia, per me.
Questo è il paesaggio.

Il Sole è Dio e nonostante l'abbiano detto in troppi, da sempre, a modo mio ho anche motivo di crederci.
Soprattutto quando rende fuoco il ghiaccio, si fa desiderare. Annunciato da quel vento che solo l'attimo prima dell'alba innalza. E scaglia verso qualche direzione contraria l'ultima traccia della notte, oltre l'opposto orizzonte.
Fotografo.
Immortalo tutto senza pensiero, perché quella luce non lo richiede. Non lo richiede il vento.
So che sulla punta di qualche roccia, in bilico tra nubi aperte, richiuse, disperse, se voglio testimoniare il mio momento,
la mia traccia
pensare non serve. Sarebbe troppo lento. Dis/unito e distaccato.

Com'è possibile conciliare l'immensità stordente, il tocco incorporeo dell'eterno, l'inconcepibile possenza di una montagna sottratta alla notte, seduto in una stanza cittadina. Con un computer che ronza e la pulsante impressione di una natura indomabile, fatale, oltre la sottile superficie di un monitor.
?

La mia fotografia ha un problema, grosso.
Quindi io ho un problema, grosso, forse più d'uno. Ma necessito di un'altro destino.

Che le foto NON diventino soltanto files.

Per quanto ami fare ritorno,
dopo.
E apprezzi due volte più forte il calore di un termosifone, il cibo a portata di desiderio, una sedia, e il tavolo che le fa da compagno, con il computer sopra. Per quanto ami la quiete che segue un'avventura. C'è troppa differenza tra il prima e il dopo. Tra la fotografia là fuori e gli archivi strapieni di roba digitale qui dentro.

Ci vuole ispirazione per scattare. Una predisposizione incontrollabile generata dagli elementi, che sorge dentro senza possibilità di fabbricarla con atto volontario.
Ci vuole ispirazione per capire una foto, dopo.
Per quanto mi riguarda, spesso, molta di più di quanto non richieda scattarla.
Il suo futuro. La sua cornice.
Quale avrà più anima raccolta.
Il suo diventare conforme al mio credo. Mutarsi nella mia visione.
Con la forza dell'attimo in cui una luce, delle forme, ovunque, sono state copiate in qualche modo e portate via per diventare altro.
Altro.
Che io, a volte, non so proprio.

Non so neanche in quali altri termini metterla ma
I files sono il mio problema.
Loro, mi fanno davvero inchiodare il cervello.
La fotografia è così straripante, irresistibile.
La fotografia è collegata all'origine dell'Essere.
Fiat Lux. Genesi.
E con essa venne scritto l'universo.
Mi è difficile maneggiarla come files,
psicologicamente
non può essere un file.

Alla fine, allora, è stato un atto di ribellione all'impasse.
Se io sono i miei pensieri, la mia volontà e gli impulsi che quella volontà a volte sovrascrivono, creare l'incidente è stato un atto di ribellione alla soffocante metropolis dei files. Una città stretta, oppressiva, lontana dalla natura che, nel mio caso l'avrebbe dovuta edificare rigogliosa e solare.
Soprattutto Solare.

 

A volte mi sono seduto a quel tavolo,
con l'immagine che mi attendeva nel monitor per avere la mia considerazione totale, attendendo il trapasso del mio animo nel suo moderno mosaico di pixels,
senza gioia nè libertà. Mi sono posto davanti a lei da suo prigioniero e forse non sono stato io a passare ad essa qualcosa ma è avvenuto l'opposto, lei mi ha trasferito il suo mosaico, mi ha scomposto, diviso, parcellizzato.
Come in uno scontro, al contrario di una cooperazione, al termine, mi sono alzato sentendomi molto più meccanico che vivo.
Molto più pixel che carne. E nel monitor, immutata, ho visto colei la quale mi toglieva, piuttosto che una scintilla vitale dentro ciò che non ne aveva. Ancora.

Dopo che mi sono accorto della mia recita per rendere casuale, agli occhi della razionalità, un gesto che di razionale non doveva avere niente, mi sono fermato, ovunque mi trovassi.
Aveva senso. Era qualcosa che avevo cercato a lungo e infatti, come già detto all'inizio, quell' hard-disk a terra era già caduto. Da altezze meno drastiche. In questa occasione, evidentemente, avevo solo voluto porre fine alle indecisioni. L'avevo posto più in alto, in una condizione instabile sul tavolo, perché poi un fatto casuale, una s-fortuita concatenazione di eventi, gli dessero la pena capitale.
Inserendo l'USB nella porta del laptop, attendendo, è comparso a breve il messaggio di errore: dispositivo non riconosciuto.
Ripudiato.
Qualche suono elettrico-meccanico anomalo, un ultimo movimento interno prima del silenzio.
La città di files era crollata.
O congelata in una nuova dimensione inaccessibile.

Non avevo ancora realizzato il vero motivo di quelle macerie, o di quella incolmabile lontananza.
Ho solo continuato a guardare ipnotizzato il messaggio di errore, come l'epitaffio su di una lapide.
Finito.

 

Ovvio, non ci si può sentire particolarmente bene realizzando di aver distrutto due mesi di fotografie a cui avevo dedicato intere giornate. Andando in montagna, andando al mare, camminando per ore, ghiacciando le ossa su di una terrazza vicino al porto, aspettando i primi raggi del giorno.

Avevo già fatto il back-up dei files fino a fine novembre, pertanto restavano irrimediabilmente persi tutti quelli di dicembre e gennaio.
Eppure sentivo con forza il significato di quella perdita.
Non sono propenso a farmi soffocare. Nemmeno a farmi sminuzzare.
A scontrarmi.

Preferisco trovare il punto di contatto, la via nascosta tra rocce apparentemente avverse. Ma quando trascuro per troppo l'evidenza, credendo di potermela cavare, prima o poi, e infilandomi invece sempre più a fondo in una gabbia, nella metropoli oscura di quei palazzi di files incombenti, la zona delle forze ancestrali nel corpo prende il comando. Crea le condizioni e fa in modo a suo modo di ristabilire l'equilibrio.
Di far filtrare nuovamente il Sole.

Duemila euro e mezzo sono il riscatto sommario per tornare in possesso di quel che resta delle macerie. Più o meno il costo che mi hanno prospettato per un recupero dati in camera bianca.
L'hard-disk è impacchettato in un armadio. Il suo contenuto incrinato rimarrà ancora a lungo in attesa di una rinascita, fino a che non avrò accumulato quel riscatto, un pezzetto alla volta.
Per ora è come un monito.
Nulla si impara davvero finché l'esperienza fisica, tangibile, non apre un nuovo sentiero nella giungla neuronale, trasformando l'informazione astratta in elemento concreto.
Per questo l'educazione è difficile. Anche quando viene girata verso se stessi, e diventa auto-educazione.
Auto-apprendimento.
Sono cose alla base dell'evoluzione umana.
La mente nella scuola. Senza muoversi di un passo.

 

 

Quella dualità del mio processo fotografico non può più essere ignorata, da me. Se voglio evitare altre rotture, di volta in volta, devo trovare una nuova finalità ad ogni mio scatto. Perché qualsiasi quantità di files porti a casa dalle mie esplorazioni là fuori, qualsiasi cosa io veda e trasformi in immagine premendo un bottone, se non capisco cosa farne, diventerà soltanto la base di un edificio oscuro nei miei pensieri. Un nuovo palazzo incombente, portatore di ombra, nei territori altrimenti gloriosi della propria espressione.

Fantasia sconfinata.

Non mi potrà mai bastare il soddisfacimento della sola attività di scattare.
Oppure il solo, e solitario, sviluppo di quelle foto stesse.
Le immagini hanno bisogno di fuoriuscire nel mondo.
Hanno bisogno di essere fiumi, aria, di insinuarsi nella vista di chi le guarda, perché hanno bisogno di altri occhi per esistere, insieme a quelli del loro creatore primo.

Trascinarle oltre il confine sicuro degli archivi, delle loro magnetiche tane, è un atto fosco. Cosa dovranno essere?
Quale filo le collega imperlandole, come una collana preziosa?
Quale senso debbono avere per appartenermi davvero?
In che modo, quale forma per essere davvero la mia espressione?
Io, a volte, non so proprio. Ma capire è necessario. Se non vitale.

Inventare. Altrimenti non ho idea di come rendermi libero, avendo compreso l'atto che può imprigionarmi: lasciando crescere il caos. Le città di Terabytes.
Occlusioni di luce.

Tutti quei socials, quegli Instagrams, le stampe lasciate negli armadi e quelle appese ad una parete, probabilmente niente mi ha davvero mai soddisfatto. Solo regalarle ha avuto un senso. E comunque non è abbastanza.
Non è un modo abbastanza mio.
Forse, dico forse, potrei scoprire che fotografare non mi basta più.
Che è troppo poco.
O che troppo poco è ciò che ho fatto sinora con la fotografia.

 

Per adesso tutto è fermo, la Sony nell'armadio e quando cammino, cammino libero dal suo peso. Dalla stessa indefinibile area da dove è nato l'attentato al mio hard-disk, giungerà forse la rinascita. Nuove foto, nuovi files. Un diverso destino.
Sarà una linea d'equilibrio. In bilico, un supporto sopra il Caos.
Se poi qualcosa cadrà di nuovo, raccoglierò altre macerie.
Capirò più a fondo.
E spero non sarà nulla di così costoso.

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